L’AQUILA – “I compiti a casa sono un abuso educativo. Devono essere aboliti”.

Nel 2025 Maurizio Parodi, genovese, ex dirigente scolastico, pedagogista, Cultore della Materia al Dipartimento Scienze della formazione (Disfor) dell’Università di Genova ed autore di diversi e fortunati saggi sulla scuola, conferma la sua idiosincrasia nei confronti del modello educativo tradizionale.

E conferma, argomentando, pure il “succo” della sua battaglia, ormai decennale, per abolire i compiti a casa, cioè il simbolo ed uno degli strumenti di quel modello educativo considerato sbagliato e superato non soltanto da Parodi. Che continua a scagliarsi contro un modello che “discrimina e che punisce chi è già in difficoltà”.

Tra i suoi lavori, spiccano “Non ho parole: Analfabetismo funzionale e analfabetismo pedagogico”, “Basta compiti! Non è così che si impara”, “Così impari: Per una scuola senza compiti” e “La scuola è sfinita. Ricostituenti pedagogici”.

Professor Parodi, lei considera quella dei compiti a casa una questione che ha delle ricadute in termini sociali. Può spiegarsi?

Quello dei compiti è anche un problema sociale perché aggrava la condizione di chi sia culturalmente ed economicamente svantaggiato (il giorno dopo i compiti chi sia disagiato lo sarà un po’ di più), causando repulsione nei confronti dello studio, della cultura, aggravando la dispersione scolastica e l’analfabetismo funzionale.

Eppure, i compiti a casa vengono considerati, non soltanto da chi li assegna, necessari, soprattutto in un’epoca in cui la facilità si è imposta come uno stile di vita. Non si potrebbe semplicemente assegnarli con criteri diversi, anziché abolirli?

Docenti e genitori, italiani, ritengono i compiti necessari perché “così fan tutte” le scuole italiane da sempre, ma non vi è alcuna evidenza scientifica della loro utilità, e altrove, dove non si danno, i risultati sono eloquenti, come in Finlandia che è sempre ai vertici delle classifiche europee per conoscenze e competenze degli studenti (noi siamo spesso in posizioni imbarazzanti).

Il bambino, però, deve anche “consolidare” il lavoro in classe. Come fa, senza compiti a casa?

Se i compiti a casa servissero davvero a consolidare, dovremmo essere campioni mondiali di consolidamento; invece siamo campioni di ignoranza perché le nozioni memorizzate in questo modo, improprio, hanno vita brevissima, non lasciano il segno (non c’è in-segnamento), si tratta di un sapere usa e getta.

Considerando il destino della scuola pubblica in un contesto liberista, di Invalsi, di Buona Scuola, di tecnologia al posto della scrittura a mano, cioè di adattamento alle esigenze del capitale, la questione dei compiti a casa come si inserisce? E quale ruolo ha, secondo lei?

L'”ideologia” dei compiti è trasversale e si base su di un paradigma, già stigmatizzato da Rita Levi Montalcini, secondo il quale “a scuola si insegna e si impara a casa”, consolidando, in tal modo, il carattere censitario del nostro sistema: l’ambiente di provenienza è tuttora predittivo rispetto al successo o al fallimento scolastico.

“Si stava meglio quando si stava peggio”? Tradotto: erano migliori i tempi in cui la scuola era un luogo di spietatezza e di grandi aspettative nei confronti degli studenti?

Si stava meglio, e si sta meglio, nelle scuole che si ispirano agli insegnamenti di Montessori, Milani, Lodi, Rodari, purtroppo dimenticati dai più; dove si insegna e impara con passione, perché le attività suscitano interesse, motivazione profonda, dove gli studenti sono ascoltati e valorizzati.

Dalla sua esperienza, i docenti sarebbero d’accordo a rivoluzionare tutto?

I docenti disposti a riflettere criticamente sul senso e le implicazioni delle pratiche maggiormente in uso nelle nostre scuole, non sono la maggioranza. È tanto più comodo limitarsi al maquillage didattico, alla cosmesi organizzativa, magari con robuste iniezioni di botox tecnologico.