CHIETI – È durato quasi sei ore l’incidente probatorio sul caso dell’ex assessore alle politiche della casa del comune di Chieti Ivo D’Agostino, accusato di concussione e violenza sessuale nell’inchiesta della questura teatina “Sex for House”, sesso in cambio di una casa.
Nessuna delle donne sentite ha ritrattato. Tutte hanno confermato la propria versione aggiungendo anche altri particolari, che saranno oggetto delle indagini che ora, dopo aver cristallizzato le prove, possono riprendere regolarmente, per concludersi o con la richiesta di rinvio a giudizio o con l’archiviazione.
L’incidente probatorio è iniziato questa mattina alle ore 9. L’ex assessore si è presentato con mezz’ora d’anticipo, infilandosi subito nell’aula 5 al pianterreno del tribunale teatino, la stessa dove è stato ascoltato per l’interrogatorio di garanzia di una settimana fa.
Ad accompagnarlo c’erano i suoi due difensori: l’avvocato Edgardo Ionata, del foro di Chieti, e il collega Amleto Carobello, di Trani, membro dello studio di Domenico Di Terlizzi, il penalista che ha assunto la difesa a seguito della rinuncia da parte del legale Mauro Faiulli.
Davanti al giudice per le indagini preliminari Paolo Di Geronimo e a disposizione delle domande dei legali della difesa, hanno deposto tutte e cinque le donne che hanno denunciato D’Agostino, due italiane e tre straniere. Nessuna di loro ha ritrattato. Nessuna ha detto di essersi sbagliata. Tutte hanno confermato quanto detto alla polizia nel corso delle indagini.
L’INCHIESTA
L’inchiesta è partita nel giugno nel 2012 a seguito della denuncia di una delle cinque. La prima a recarsi in questura una ragazza-madre cubana. Prima di farlo ci pensa e ci ripensa, ne parla con le persone a lei più vicine, i volontari della Caritas, che la incoraggiano e la supportano.
Inizia così l’inchiesta “Sex for House”, come l’ha chiamata la Questura, visto che tutte e cinque le donne avevano fatto regolare richiesta di una casa popolare. L’assessore D’Agostino, forte della propria delega le avrebbe incontrate proponendo loro facilitazioni in cambio di prestazioni sessuali, che sarebbero state consumate all’interno delle strutture del Comune.
Oggi le testimoni, così come l’indagato, hanno cercato di evitare i giornalisti, utilizzando gli accessi secondari del palazzo di giustizia. Tutti meno una testimone. Lei, sguardo fiero e passo deciso, è entrata dalla porta principale e ha detto ai giornalisti di non avere nulla da vergognarsi.
È una ragazza madre italiana, ha due figli a carico, paga un affitto da capogiro nel centro della città e così non può andare più avanti. Per questo aveva fatto domanda di una casa popolare. Ma quando si è sentita formulare un invito a cena da parte dell’assessore ha detto no.
“Entrare in ufficio – ha detto al termine del suo interrogatorio – e avere uno scambio anche solo per andare a cena per poter ottenere quello che è un diritto, come l’alloggio popolare, è una cosa a cui io mi ribello”.
La donna si è definita “meno vittima” delle altre, perché lei le proposte dell’assessore ha detto di averle stoppate subito.
L’avvocato Nicola Apollonio, difensore di quattro delle cinque donne accusatrici ha ribadito che “tutte le donne hanno confermato integralmente la loro versione aggiungendo anche altri particolari di una certa rilevanza. Quello che viene fuori è che c’era un sistema messo in atto da tempo. Una sorta di comportamento seriale dell’assessore. E, su questa base, potrei dire che ci potrebbero essere altri casi, altre storie su cui indagare e altre persone che potrebbero denunciare. Ed è quello che auspico”.
“Per queste donne che hanno subito gravissimi torti – ha concluso l’avvocato – ricordo che è stata attivata una rete che passa attraverso le strutture della Caritas e del Centro antiviolenza”.






