L’AQUILA – Un ricordo ancora vivo, quello dei centri di aggregazione giovanile, che hanno segnato un’effimera epoca nei piccoli paesi del Gran Sasso aquilano e dell’altopiano dei Navelli. Finanziati dal 2002 dalla Comunità montana, oggi commissariata, e tristemente smantellati nel 2010, vittime delle draconiane politiche di spending review, che in soldoni nelle aree interne significa l’eliminazione di servizi essenziali, per risparmiare quattro spiccioli, rispetto ai veri sprechi e spese superflue.
E a dimostrare che le aree interne hanno perso un servizio essenziale, è la rimpatriata organizzata a Fossa, al ristorante la Fiaccola, da decine di ragazzi per i quali il centro di aggregazione giovanile di Poggio Picenze, rappresentava una seconda casa. A cena con loro, ovviamente, gli educatori della cooperativa che gestiva i centri di aggregazione.
Tra questi Bruno di Cecco, oggi presidente della cooperativa Verdeaqua – Nuovi Orizzonti dell’Aquila e che gestiva il servizio all’epoca.
“Erano strutture eccezionali – spiega ad Abruzzoweb Di Cecco – erano aperte tre giorni a settimana, frequentate da centinaia di giovani dai 4 ai 18 anni. Si organizzavano attività sportive, dalla pallavolo al calcetto, passando per il nuoto in piscina. Ed ancora laboratori, cineforum, corsi, e feste, soggiorni marini ogni anno, in montagna e presso i grandi parchi di divertimenti. C’era anche un progetto mirato a prevenire l’abuso di alcool e l’uso di droghe, direttamente ‘on the road’ e nei bar di paese. Ora non c’è più nulla di tutto ciò, sono solo bei ricordi”.
Ad oggi rimangono operativi solo un paio di centri, di Castel del Monte e San Demetrio Ne’ Vestini”, dove i sindaci Luciano Mucciante e Silvano Cappelli, raschiando il fondo di un barile, riescono a portare avanti questo servizio. Hanno chiuso invece i battenti i centri di aggegazione del citato Poggio Picenze, di Barisciano, di San Pio delle Camere, di Capestrano e di Ofena.
Una buona pratica spezzata, in Abruzzo come altrove. A partire dalla Finanziaria 2008 il governo di Romano Prodi, che ha provato a sopprimere gli enti di montagna, ma poi la Corte costituzionale, con la sentenza 237 del 2009, ha affidato la competenza in materia alle Regioni stabilendo che lo Stato non avesse il potere di eliminare le comunità ma tutt’al più di decretarne una morte lenta e graduale non finanziando il fondo che le alimenta. Ed è quello che è accaduto: ora le comunità montane abruzzesi sono commissariate, con personale ridotto all’osso e pochi fondi disponibili. Di fatto si occupano ancora di assistenza ai disabili, anziani e minori a rischio, tra mille difficoltà, fornendo sostegno ai più deboli e bisognosi, ma con mezzi insufficienti a causa dei costanti tagli imposti.
Esemplare quello che accade nella ex Comunità Montana Sirentina, dove i dipendenti della Cooperativa cui è stata affidatala gestione dei servizi sociali, non sono pagati da mesi, e questo perché la Regione Abruzzo deve ancora erogare 9 milioni di euro agli enti d’ambito per l’assistenza territoriale, nonostante l’impegno costante del management e del commissario. I centri di aggregazione giovanile sono invece stati definitivamente soppressi in quanto non previsti tra i servizi essenziali.
Un’esperienza partita nel 2002, grazie alla lungimiranza di sindaci e tecnici del territorio, con 87 mila euro di costo l’anno, per arrivare, con l’apertura di nuovi centri e con le attività che andavano a regime, a 170 mila euro.
Poi anno dopo anno i trasferimenti dallo Stato alle Regioni e da questa alle Comunità Montane, sono diminuiti, per arrivare nel 2008 alla misera somma di 30 mila euro. La chiusura definitiva dei centri nel 2010, anche nelle aree colpite dal sisma del 2009, con buona pace degli slogan assai abusati sulla necessità “di ricostruire prima di tutto il tessuto sociale”, da parte di politici locali e nazionali di ogni ordine e grado.
“I centri di aggregazione – a parlare è ancora Di Cecco – tenevano unite le comunità di ragazzi attorno ad attività sane e costruttive, rendevano vive le piazze dei paesi e attraverso gli scambi tra i centri facilitavano l’integrazione tra campanili, spezzando la noia e il senso di isolamento. Sono stati inoltre una fucina di prospettive; in un momento in cui quelle lavorative nelle nostre aree interne sono scarse, molti di questi ragazzi, infatti, professionalizzati attraverso corsi o studi universitari, hanno seguito percorsi che li hanno portati a lavorare fianco a fianco con i loro educatori di allora ed oggi sono tra noi come colleghi, portando agli adulti di domani la testimonianza di quanto sia importante l’aggregazione sana e duratura a fronte di inutili interventi spot, che danno solo un inconsistente sollievo momentaneo”.
“Nonostante tutto ciò – conclude amareggiato Di Cecco – questi servizi non vengono considerati essenziali e sono stati soppressi seppure a livello locale sindaci, tecnici, ragazzi e cooperatori, ci si sia fieramente battuti a tutti i livelli per cercare di mantenerli in funzione. Ma non perdiamo la speranza”.




