L’AQUILA – Fu nei secoli feudo e maniero dei nobili di sangue normanno, dei conti marsicani e dei granduchi toscani. Assediato e saccheggiato da barbari e capitani di ventura. Ma a fare la storia vera, quella quotidiana e materiale di Castelvecchio Calvisio, borgo del Gran Sasso aquilano sono stati gli umili pastori e i contadini, i montanari e gli artigiani che hanno reso vivo, pulsante e abitato questo labirinto di stretti vicoli, di botteghe, stalle e cantine, queste pietre calcinate dal sole freddo della montagna.

Scandito da un tripudio di archi, barbacani, e immaginifiche scalinate esterne, che sono miracoli di architettura povera, che rievocano i paradossi di Escher. “Semincudini di pietra, staccate dal fianco montuoso, tastiera di scale, che la mano dei vento percorre, come in guizzi di danza, melodia di secoli”, così descrisse il paese il poeta Giuseppe Contento.

Ora la parte antica di Castelvecchio Calvisio è tutta spopolata. Svuotata prima dall’emigrazione e dal triste declino della civiltà della montagna. Poi dal terremoto dell’aprile 2009.

Ed è per questo che il presepe vivente organizzato a fine anno ha un fascino intimo e un significato che va ben oltre la liturgia. Questo perché i vicoli deserti almeno per un giorno si sono ripopolati di voci, colori, musica ed emozioni, grazie alla compagnia teatrale I guardiani dell’oca di Chieti che in sette stazioni itineranti ha messo in scena le fondamentali fasi che hanno caratterizzato la nascita di Cristo. 

“A questo presepe hanno partecipato tante persone del paese, non sono come spettatori, c’è chi con orgoglio ha mostrato le sue capacità artigianali, legate alla lana e al ferro”, commenta ad AbruzzoWeb il neosindaco Luigina Antonacci.

Tante le stelle sopra il paese presepe per una notte, ma nessuna gru che svetta sopra i tetti, presenza metallica che attesta altrove che il miracolo della ricostruzione e della resurrezione ha avuto inizio. Ma qualcosa finalmente si sta muovendo, per far tornare un presepe che dura una notte, un paese vivente.

“La parte nuova del paese – spiega a tal proposito il sindaco – è stata ricostruita, resta come altrove il problema del centro storico. Abbiamo pubblicato graduatorie per presentare progetti, tra breve entro il 2017 vedremo finalmente i cantieri all’opera. Avrà priorità chi ha le prime case, coloro che abitano in centro storico. Ma per noi sono importantissime anche le seconde case, degli emigranti di ritorno, di chi ha deciso di comprare qui, di investire in questo borgo. Anche loro sono determinanti per la rinascita del paese”.

Un centro storico unico nel suo genere, va evidenziato, un borgo fortificato, a forma ellittica e a spina decumanica intersecata, prova delle sue origini romane, che dall’alto sembra un uovo di pietra poggiato in cima ad una vetta arrotondata che domina la valle del Tirino e si guarda a distanza con il castello di Rocca Calascio. Una particolarità che però nel processo di ricostruzione rappresenta un punto debole. 

“Il problema è che il centro storico di Castelvecchio Calvisio per la sua conformazione è risultato essere un unico aggregato edilizio, suscettibile di un unico progetto di ricostruzione, e questo ha reso tutto più difficile, nella costituzione dei consorzi e nell’iter burocratico”, conferma Antonacci.

Anche qui il problema non sarà solo rifare il paese, ma riportare dentro questi vicoli la vita, un abitare degno di questo nome, che non coincide certo con la fugace presenza degli avventori di un albergo diffuso.

“Ci sono giovani – spiega il sindaco – che amano il loro paese, che sono rimasti o vogliono tornare, ma bisogna creare lavoro. I nostri sforzi sono concentrati sulla valorizzazione dei prodotti che offre questa terra, come la cicerchia e l’olio. A tal proposito a primavera il Parco realizzerà finalmente le recinzioni per proteggere le terre dall’assalto dei cinghiali che qui rappresentano un grosso problema. Dobbiamo far tesoro delle nostre meravigliose montagne, e dei suoi tesori, come ad esempio l’adonis invernalis, un fiore che si credeva estinto, e che è stato ranuncolacea dalla vistosa fioritura gialla, a lungo è stata ritenuta estinta in Italia, prima d’esser rinvenuta proprio nel nostro territorio”.

La possibilità di esistere ancora, segno dei tempi, va cercata lungo una direttrice opposta all’incastellamento per difendersi dai nemici, alla chiusura dentro le mura fortificate. E passa invece per l’apertura, l’ospitalità, la cooperazione.

“Abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa con gli altri borghi della cosiddetta baronia, ovvero Santo Stefano di Sessanio, Carapelle Calvisio, Castel del monte, ed anche con Ofena, Capestrano e Villa Santa Lucia. L’obiettivo è unire le nostre forze, proporre un’offerta turistica integrata”.

Alla domanda: “Si sente sola talvolta?”, il sindaco risponde: “Il nostro ruolo è difficile, anche se il paese è piccolo i problemi sono molti, e abbiamo pochi mezzi per affrontarli, ma è proprio confrontarci, facendo riunioni con altri sindaci, lavorando finalmente insieme che ci si sente meno soli”. Filippo Tronca