L’AQUILA – Il Genio civile prima e la Regione Abruzzo poi avrebbero dovuto controllare meglio cosa c’era che non andava nella Casa dello studente.
È una delle verità del super perito Maria Gabriella Mulas, all’ultima apparizione nel delicato processo della maxi inchiesta sui crolli del terremoto, “ma non diciamolo, già a maggio doveva essere la mia ultima udienza e invece…”.
Stanca è stanca, la prof, e non fa nulla per nasconderlo quando esce dopo altre quattro ore in aula. E intervistata da AbruzzoWeb, ammette di aver raggiunto “il mio primo obiettivo, far sapere ai genitori perché i loro figli sono morti”.
Proprio con i familiari delle otto vittime un abbraccio commovente alla fine dell’udienza. “Coraggio, se non fosse stato per voi non so se sarei arrivata in fondo. Prendetelo come un atto d’amore”, dice a più di una mamma, prima di ripartire.
Nell’intervista emergono altre indicazioni, dagli errori del progettista originario della struttura, Claudio Botta; ai danni di un intervento di restauro, quello del 2000, che per la Mulas ha inciso eccome sul disastro finale.
Quando parlava ai rischi contenuti fin dalla prima pagina della relazione di Botta a cosa si riferiva?
All’errore nel calcolo delle forze orizzontali, quelle dovute al terremoto: non le ha conteggiate tutte. Ha usato il criterio con cui valutiamo i carichi verticali anche per le forze dovute al terremoto. Questo criterio non è giusto e l’ha portato a una sottovalutazione dei carichi agenti, per cui, al momento del sisma, l’edificio non aveva la resistenza sufficiente.
E chi invece avrebbe dovuto leggere quella relazione e capire il pericolo che c’era?
In primis il Genio civile, già all’epoca Botta non citava la legge giusta. Poi avrebbe dovuto essere letta in fase di passaggio dell’edificio dall’ente privato all’Opera universitaria. Avrebbe dovuto essere guardata in fase di studio di fattibilità tecnica dei lavori di ristrutturazione che lo hanno interessato. Ci dovrebbe essere un’analisi preliminare della fattibilità tecnica perché lo Stato non investa soldi in una struttura che poi non ha le caratteristiche tali per resistere. È un punto di vista secondario, ma possiamo tranquillamente dire che i soldi spesi per ristrutturare la Casa dello studente siano stati gettati alla spazzatura. Sicuramente, poi, c’è stato un deficit di controllo anche da parte della Regione Abruzzo. Se non se ne sono accorti o hanno fatto finta di niente io non so dirlo, diciamo che non è emerso.
Volendo fare una sintesi della sua maxi perizia, si ravvisano responsabilità per tutti e otto gli imputati e i due indagati?
Questo lo lasciamo decidere al giudice. Io ho ricostruito con molta attenzione sia l’iter amministrativo dei fatti, sia quello che è successo dal punto di vista tecnico, poi preferirei che fosse il giudice a tirare le fila. Non credo di essere nella posizione corretta per dire chi è responsabile e chi no. Meglio che un perito proprio non lo faccia. Anche se mi è stato chiesto di dare la responsabilità, lo faccio da un punto di vista ingegneristico non da quello penale.
Può spiegare ai lettori quali sono state le cause del collasso della Casa dello studente?
Un deficit di resistenza per cui solo l’ala che è crollata di fatto sopportava le forze del terremoto, perciò si è caricata le sue forze e anche quelle delle altre ali e non ce l’ha fatta perché non era progettata per questo. Questo deficit è stato amplificato in maniera direi abnorme dalla presenza di quella parete non strutturale che è stata messa in fase di restauro, la parete antincendio. Per come l’abbiamo ricostruito c’è un innesco iniziale e poi un moltiplicarsi degli effetti dovuto a un elemento inserito dopo.
Il restauro del 2000 insomma ha avuto conseguenze dirette e non secondarie sul crollo.
Secondo me sì anche perché è riduttivo parlare di un crollo, come detto in udienza c’è stato più di un crollo in diverse zone. I crolli interessano pilastri, travi, è tutta una sequenza e su questa ha inciso la presenza di quell’elemento non strutturale.
È arrivata la sua ultima udienza a due anni dalla nomina. Cosa le resta di questa esperienza all’Aquila sul piano umano e professionale?
Ho accettato quest’incarico pensando di dare una risposta ai genitori, volevo che sapessero perché i loro figli erano morti e credo di avere ottenuto questo mio primo obiettivo. Mi resterà un’enormità di contatti umani, tantissima ricchezza, ma anche tantissima fatica e il desiderio di riposarmi. La speranza è che questo serva a migliorare le condizioni di sicurezza degli edifici pubblici, perché sembrerebbe che la sicurezza non sia garantita. Questo emerge dalle carte del processo.






