L’AQUILA – “Il problema non è valutare se gli anni di carcere sono tanti o pochi. Vorrei non succedesse più”.
Così Antonietta Centofanti, portavoce del Comitato vittime della Casa dello studente, ha commentato le richieste di condanna formulate dal pm Fabio Picuti nell’ambito del processo per il crollo della struttura universitaria.
La donna, che nel crollo ha perso il nipote Davide, è stata presente in tutte le fasi dell’udienza ed è stata l’unica a dire la sua sull’esito dell’udienza.
“Ognuno fa le sue valutazioni, comunque una condanna pesante non è liberatoria per nessuno – ha detto – Credo sia stato un processo importante perché sottolinea punti fondamentali: l’assunzione di responsabilità nell’esercitare ruoli sia per la competenza amministrativa sia per quella sulla sicurezza degli edifici. Nell’esercizio delle proprie funzioni occorre responsabilità morale”.
Per la Centofanti c’era comunque “l’obbligo morale di prestare maggiore cura, soprattutto alla luce dello studio sugli edifici pubblici condotto da Abruzzo Engineering, che ha fatto il punto sulle criticità delle strutture pubbliche e invece è rimasto inascoltato”.




