L’AQUILA – Il pubblico ministero Fabio Picuti ha concluso la requisitoria nel processo sul crollo della Casa dello studente dell’Aquila con le sue richieste, durissime per certi versi e assolutorie per altri.

Nell’ambito dei processi della maxi inchiesta sui crolli del 6 aprile 2009 è la prima volta che vengono chieste anche assoluzioni e sentenze di non luogo a procedere oltre che condanne: per i filoni di via generale Rossi, via Sturzo e soprattutto la commissione Grandi rischi ci sono state solo condanne, chieste e accordate.

Per quanto riguarda l’edificio studentesco divenuto uno dei simboli della tragedia di quasi quattro anni fa, la condanna a 4 anni di reclusione ciascuno è stata chiesta per i tecnici autori dei lavori di restauro del 2000 nella struttura studentesca, Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rossicone, mentre la condanna a 2 anni e 6 mesi è la proposta per il tecnico dell’Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu) che gestiva la struttura, Pietro Sebastiani.

Per tutti il capo d’imputazione è di omicidio colposo, lesioni colpose e crollo colposo. Il pm non ha voluto concedere le attenuanti generiche ai tre tecnici per la gravità delle condotte omissive, nonostante siano tutti incensurati, mentre le ha proposte per Sebastiani.

Chiesta l’assoluzione, invece, per i vertici dell’Adsu Luca D’Innocenzo (presidente dell’epoca) e Luca Valente (direttore) nonché per i tecnici autori di interventi minori Massimiliano Andreassi e Carlo Giovani, tutti per non aver commesso il fatto.

Fin qui gli otto imputati che avevano chiesto e ottenuto il rito abbreviato, saltando l’udienza preliminare e andando direttamente a giudizio, ottenendo dall’altra parte uno sconto della pena.

Per quanto riguarda gli altri due coinvolti rimasti nella fase di udienza preliminare, perché non avevano scelto l’abbreviato, Picuti ha chiesto il non luogo a procedere sia per Giorgio Gaudiano, che negli anni Ottanta ha acquisito la struttura da un privato per conto dell’Ateneo, che per Walter Navarra, che ha svolto lavori minori in passato, entrambi per non aver commesso il fatto.

Per altri possibili responsabili deceduti, infine, chiesto il non diversi procedere.

Al termine delle richieste, ci sono state manifestazioni di disappunto di alcuni familiari delle otto vittime che si aspettavano richieste ancora più dure.

Tra l’altro all’udienza di oggi è comparsa anche la moglie dello scomparso procuratore Alfredo Rossini, che ha salutato il sostituto Picuti.

A GENNAIO LA SENTENZA

La sentenza nel processo per il crollo della casa dello studente è prevista per il mese di gennaio.

Il giudice Giuseppe Grieco, al termine dell’udienza di oggi, ha rinviato al prossimo 15 dicembre il dibattimento per completare gli interventi delle parti civili e poi passare alle arringhe dei difensori.

Grieco, che in questo processo funge da Gup e da giudice, ha poi sottolineato che dopo il 15 le udienze saranno fissate a gennaio perché il 22 non ci può essere udienza: il giorno precedente lo stesso Grieco è impegnato nella probabile sentenza per il crollo del Convitto nazionale, altro filone della maxi inchiesta crolli.

LA REQUISITORIA

“Se qualcuno oggi mi chiede perché è crollata la casa dello studente, grazie alla perizia di Maria Gabriella Mulas ora so perché. Questo processo ha dato una risposta di tipo intellettuale, e su questo ‘perché’ non ci sono misteri”, ha detto Picuti in avvio.

Il riferimento era alla docente del dipartimento di Ingegneria strutturale del Politecnico di Milano, che per conto del giudice Giuseppe Grieco ha stilato una relazione di oltre 1.300 pagine per chiarire i motivi del crollo.

Picuti ha fatto riferimento al capo di imputazione che, ha detto, “contiene tutte le motivazioni. Non manca nemmeno una virgola nelle prove emerse nel corso del dibattimento”.

“A essere crollata è stata una porzione dell’ala Nord attaccata al vano scale dove si trovavano le stanze di questi sfortunati studenti che sono morti – ha ricordato il pm – Il perché è nella perizia, in due concause: la scossa di terremoto e, causa principale, l’insufficiente resistenza dei pilastri alle forze orizzontali. Erano stati progettati in modo carente”.

“Eliminando mentalmente l’insufficienza dei pilastri, la scossa non avrebbe causato il crollo”, ha poi ribadito.

Tra le altre motivazioni, “anche la presenza di una ‘parete Rei’ che non era prevista nel progetto originario e che ha influenzato il crollo rendendo le conseguenze più gravi. Senza quella parete – ha ricordato il procuratore sempre sulla scorta della perizia – una trave non si sarebbe rotta, la professoressa è sicura. Il crollo sarebbe stato meno grave, esteso e drammatico”.

<span style=’LE COLPE DEL PROGETTISTA ORIGINARIO

Picuti ha chiamato in causa in primis il progettista Claudio Botta, inizialmente imputato poi stralciato a causa di gravi problemi di salute dovuti all’età avanzata, 90 anni suonati.

“Colui che nel 1965 ha progettato la struttura – ha attacco Picuti – ha realizzato telai che resistevano in una sola direzione, non ha previsto quella ortogonale, determinando in maniera erronea le forze che potevano agire sull’edificio. Una violazione gravissima di una norma specifica già codificata nel 1937”.

Altra accusa per Botta, “ha fatto un abuso edilizio, ha consentito che venisse fatto un ulteriore piano seminterrato rispetto al progetto. Non solo calcoli inadeguati – l’accusa – ma aggravati dal piano non previsto”.

Ultima sottolineatura, “l’utilizzo di cemento armato scadente. Comunque anche con calcestruzzo della migliore qualità, sarebbe crollata lo stesso, sgombriamo il campo”, ha precisato.

<span style=’LE RESPONSABILITÀ DEGLI ALTRI

Dopo aver esaminato la posizione del progettista degli anni Sessanta Claudio Botta, il pm ha affrontato le responsabilità di tutti gli altri imputati.

“La struttura è stata sottoposta a interventi, rimaneggiamenti, cambi di destinazione d’uso – ha ricordato Picuti – Questo ha avuto un ruolo? La risposta è nei documenti”.

La perizia della Mulas, ha ammesso Picuti, “in alcuni passaggi contraddice alla grande le conclusioni dei miei consulenti, ma in altri… O la si prende in considerazione tutta o per niente, non si può a pezzi”.

GIORGIO GAUDIANO: “DOVEVA ACCERTARE MEGLIO”

Picuti ha ricordato che “la Casa è nata come palazzina di appartamenti in aggiunta a un deposito di farmaci. Nel 1979 – ha proseguito – diventa un palazzo utilizzabile per l’Università che vuole offrire servizi alberghieri per gli studenti più meritevoli attraverso l’Opera universitaria”.

Ente che “incarica Giorgio Gaudiano di stipulare il compromesso per rilevare il palazzo e svolgere accertamenti, di che tipo non lo sappiamo”.

“A Gaudiano si rimprovera proprio questo, avrebbe dovuto svolgere accertamenti più idonei”, ha concluso preannunciando il non luogo a procedere.

WALTER NAVARRA: “I SUOI LAVORI NON HANNO INFLUENZATO IL CROLLO”

A quel punto il Consiglio d’amministrazione dell’Opera auspica un progetto di ristrutturazione in tempi brevi, “ma ci hanno messo 21 anni”, ha sottolineato acre il pm, anche se, ha ricordato, “qualcosa si fa e viene chiamato l’ingegner Walter Navarra che predispone una nuova destinazione per due piani seminterrati, magazzino e mensa, e il piano terra, sala studio”.

Picuti ha ribadito che “Navarra non agisce sul piano strutturale, il crollo non è stato influenzato da questi lavori”, di qui la successiva richiesta anche per lui di non luogo a procedere.

BERNARDINO PACE, TANCREDI ROSSICONE, PIETRO CENTOFANTI: “SENZA I LORO ERRORI NON CI SAREBBERO STATI MORTI”

La parte più ampia e decisa della requisitoria Picuti l’ha dedicata a illustrare la posizione dei tre tecnici che furono incaricati di lavori di restauro svolti nel Duemila, sui quali ha indirizzato le accuse maggiori.

“Dal 1980 il palazzo privato diventa pubblico e cambia la destinazione d’uso da residenziale privato ad albergo per studenti”, ha premesso.

Nel 1982 abrogate le Opere universitarie, tutto il patrimonio diventa di competenza della Regione Abruzzo che lo gestisce attraverso l’Azienda per il diritto agli studi universitari, Adsu.

“C’erano 144 studenti in 12 appartamenti – ha tuonato Picuti – mi stupisco, come si organizzavano? I lavori non erano stati mai fatti, è un passaggio fondamentale per capire la responsabilità di questi tre soggetti”.

Finalmente dopo vent’anni si realizzano opere concrete che rendono il palazzo compatibile con la nuova destinazione d’uso. L’allora direttore Adsu, Luca Valente, scrive alla Giunta regionale, l’azienda tiene un Cda che chiede “un ‘radicale intervento di ristrutturazione’, parole pesanti come macigni” per Picuti.

I tre professionisti avrebbero dovuto “ridistribuire gli spazi e le stanze dal primo al quarto piano, realizzare nuovi locali, nuovi servizi, adeguati alle normative di sicurezza. Questo è il cuore della responsabilità”.

“Non c’è calcolo esecutivo delle strutture, se l’avessero fatto non ci sarebbe stata la tragedia”, l’accusa. Forte l’irritazione del pm per l’uso indifferente di parole come “risanamento, restauro, ristrutturazione, ridistribuzione. È tutto un calderone! – ha sbottato Picuti – ma sul piano giuridico sono tutte cose diverse”.

Per dirimere i lavori svolti, “la professoressa Mulas ha utilizzato i documenti. Questi lavori hanno avuto un peso – ha affermato il pm – Li definisce ‘di ristrutturazione’ con ‘rilevantissime alterazioni strutturali’ sull’organismo edilizio”, in particolare “un rilevante appesantimento della struttura’”.

“È intuitivo, lo capisco perfino io che avevo 3 a matematica!”, la chiosa del procuratore.

“La difesa dice che i carichi sono stati alleggeriti, i miei consulenti dicono il contrario – ha poi continuato – la sintesi arriva dalla perizia del tribunale che parla di 65% in più di carico verticale sul primo piano dopo i lavori”.

“Se l’aumento fosse stato inferiore al 20% avrei concluso, ma non lo è e scatta la responsabilità penale di questi tre imputati in violazione di un decreto ministeriale del 1996 sui lavori in zona sismica in sicurezza”.

Ecco perché per l’accusa andava svolto un adeguamento sismico. “La Casa dello studente era un castello di carte progettato malissimo, dopo quei lavori bisognava riprendere il progetto di Botta. Non si sono posti questi problemi e questo ha causato la morte degli studenti”, l’affondo.

“Senza questi errori non ci sarebbero stati otto morti”, ha detto il pm, suscitando le proteste dell’avvocato Mercurio Galasso, subito zittito dal giudice.

“Bastava leggere la prima pagina del progetto e oggi non saremmo qui a piangere otto ragazzi”, ha concluso Picuti ricordando quelle che erano state le ultime parole in aula del perito Mulas nella scorsa udienza.

LUCA VALENTE, LUCA D’INNOCENZO: “SI SONO FIDATI E SONO STATI INGANNATI”

“Per Valente e D’Innocenzo mi guarderò bene dal chiedere la condanna – ha tagliato corto Picuti – Sono pubblici funzionari che si affidano a tre ingegneri, che altro avrebbero dovuto fare? Sono stati tratti in inganno”, ha concluso.

PIETRO SEBASTIANI: “SOLO UN COLLAUDO BUROCRATICO, NON BASTAVA”

Quanto al tecnico Adsu Pietro Sebastiani, per il sostituto “avrebbe dovuto solo controllare che le carte stessero a posto. In relazione ai lavori svolti – ha aggiunto – avrebbe dovuto fare un semplice collaudo tecnico amministrativo, questa potrebbe essere una difesa”, ha ipotizzato all’inizio il pm.

Ma l’accusa scatta dal momento in cui “un ente pubblico dice a quell’architetto organico allo stesso ente di fare un collaudo su pesanti lavori di ristrutturazione e lui lo fa solo burocratico e non statico”.

Altra accusa, “Sebastiani svolge anche un ruolo attivo perché dopo la scossa del 30 marzo rassicura tutti, ma come poteva, avendo fatto il solo collaudo burocratico?”.

ANDREASSI E GIOVANI: “LAVORI DI NESSUNA RILEVANZA”

Parlando ancora di lavori di restauro in epoca recente, “vengono dati dall’Adsu incarichi a due professionisti in modo talmente confuso che ci è voluto un anno di lavoro per capire che non c’entrano nulla”, ha detto a sorpresa Picuti scagionando di fatto due imputati.

“I loro interventi – ha snocciolato – comprendevano climatizzazione, ripulitura facciata e travertino, spostamento spogliatoio, armadi a muro, insomma, lavori di nessuna rilevanza. Eppure venivano definiti ‘ristrutturazione’ dai dirigenti Adsu”.

“Mi stupisco di come abbiano accettato quella definizione, si trovano in questo processo per questo motivo”, ha concluso il pubblico ministero.

LE REAZIONI


CENTOFANTI: ”NON DEVE SUCCEDERE MAI PIU”’

“Il problema non è valutare se gli anni di carcere sono tanti o pochi. Vorrei non succedesse più”.

Così Antonietta Centofanti, portavoce del Comitato vittime della Casa dello studente, ha commentato le richieste di condanna formulate dal pm Fabio Picuti nell’ambito del processo per il crollo della struttura universitaria.

La donna, che nel crollo ha perso il nipote Davide, è stata presente in tutte le fasi dell’udienza ed è stata l’unica a dire la sua sull’esito dell’udienza.

“Ognuno fa le sue valutazioni, comunque una condanna pesante non è liberatoria per nessuno – ha detto – Credo sia stato un processo importante perché sottolinea punti fondamentali: l’assunzione di responsabilità nell’esercitare ruoli sia per la competenza amministrativa sia per quella sulla sicurezza degli edifici. Nell’esercizio delle proprie funzioni occorre responsabilità morale”.

Per la Centofanti c’era comunque “l’obbligo morale di prestare maggiore cura, soprattutto alla luce dello studio sugli edifici pubblici condotto da Abruzzo Engineering, che ha fatto il punto sulle criticità delle strutture pubbliche e invece è rimasto inascoltato”.

LE RICHIESTE PER I VERTICI ADSU SPACCANO GLI AVVOCATI

“È stata una requisitoria molto puntuale, però non condivido le richieste di assoluzione di Luca Valente e Luca D’Innocenzo“.

È la reazione dell’avvocato Domenico D’Amati, legale di parte civile della famiglia di Davide Centofanti, uno degli otto giovani morti nel crollo della Casa dello studente, alla requisitoria del pm Fabio Picuti nel corso del processo di oggi.

Parlando della posizione del direttore e del presidente Adsu del 2009, “era evidente che i tecnici da loro incaricati non avevano eseguito i controlli sulla sicurezza antisimica e quindi avrebbero dovuto appropriarsi dei progetti”, ha continuato il legale che oggi è stato l’unico a pronunciare l’intervento di parte civile.

“Ho evidenziato – ha spiegato ancora D’Amati – il fatto che Davide era un giovane capace e meritevole, nel corso della sua vita, di accedere ai più alti gradi e per il quale lo Stato doveva provvedere alle provvidenze. Ho sottolineato che c’è una norma costituzionale, il diritto alla sicurezza, quindi è colpevole aver assegnato una residenza universitaria non a norma e non sicura ai giovani della Casa dello studente”.

Sospiro di sollievo per l’avvocato Piergiorgio Merli, difensore di Valente per il quale il pm ha chiesto l’assoluzione.

“Sono soddisfatto della ricostruzione del pm – ha spiegato – Vi sono ulteriori motivi e regioni difensive che evidenzieremo, anche se l’ultima parola spetta comunque al giudice”.

L’avvocato Armando Tascione, legale di parte civile della famiglia del giovane Francesco Esposito: “Gli esiti del processo dimostrano che il crollo della Casa dello studente è addebitabile a fatti umani e non alla natura”.

D’INNOCENZO: ”IO A CAPO DELL’ADSU DOPO QUEI LAVORI”

“Mi limito a dire che gli incarichi progettuali di cui si parla sono avvenuti tra il 1998 e il 2002. Io sono stato nominato presidente dell’Adsu dall’aprile 2006”.

È l’unico commento rilasciato ad AbruzzoWeb da Luca D’Innocenzo, all’epoca del sisma presidente dell’Azienda per il diritto agli studi universitari, sulla vicenda dei lavori di ristrutturazione della Casa dello studente crollata a seguito dei crolli.

Lavori non eseguiti a regola d’arte secondo la procura della Repubblica del capoluogo, per i quali il pubblico ministero Fabio Picuti ha chiesto la condanna  a 4 anni di reclusione ciascuno per i tre tecnici responsabili delle opere, Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rossicone.

È invece di 2 anni e 6 mesi la richiesta di condanna per il tecnico Adsu che ha eseguito il collaudo burocratico, Pietro Sebastiani. (g.a.)

<span style=’IL PROCESSO

Gli indagati erano inizialmente undici, ma la posizione del progettista Claudio Botta, 92 anni, è stata stralciata. Dei rimanenti dieci, otto ad aprile scorso sono stati ammessi al rito abbreviato.

Sono Carlo Giovani, Bernardino Pace, Pietro Centofanti, Tancredi Rossicone, Massimiliano Andreassi, Pietro Sebastiani, Luca Valente e Luca D’Innocenzo.

Ciò consentirà di saltare la fase dibattimentale, chiudendo i conti nell’udienza preliminare con uno sconto di un terzo della pena in caso di condanne.

Il giudice dovrà poi decidere per il rinvio a giudizio o il non luogo a procedere su Giorgio Gaudiano e Walter Navarra, per loro infatti resta il rito ordinario.

Il processo è ripreso a ottobre dopo aver rischiato due volte lo stop. La prima a maggio scorso, per un richiamo del Consiglio superiore della magistratura al Gup Giuseppe Grieco, in relazione alla formulazione dei quesiti al perito.

Come conseguenza della censura, Grieco aveva dichiarato di astenersi dal proseguire il processo fino a conclusione del procedimento, ma era stato poi invitato a continuare dal presidente vicario della Corte d’Appello, Augusto Pace.

A luglio scorso la seconda ‘tagliola’ superata, quando c’era stata l’istanza di un legale, respinta dal Gup, per sollevare una questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale sull’esclusione dei soggetti chiamati come responsabili civili per gli imputati che hanno ottenuto il rito abbreviato.

Nel crollo sono rimasti uccisi Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein “Michelone” Hamade e Alessio Di Simone.