ROMA – In Italia nascono sempre meno bambini.

Nell’ultimo anno, il 2019, ci si è fermati a 435mila: l’ennesimo record negativo.

E l’Istat già ci dice che non sarà l’ultimo. La “paura” e “l’incertezza” che il Covid si trascina faranno scendere ancora il numero dei figli. Diecimila bebè in meno secondo le stime. E non è lo scenario peggiore.

Nel 2021 si potrebbe scivolare sotto la soglia 400mila nati.

Un “confine simbolico” secondo il presidente dell’Istituto Gian Carlo Blangiardo, un declino che risente dello “shock” occupazional, gli impedimenti sono “oggettivi”.

Non c’è alcuna disaffezione nei confronti di maternità e paternità: nonostante tutto c’è la convinzione che la famiglia ideale contempli due figli. Ma oggi se ne fanno meno di 1,3 per donna.

“Una marcata discrepanza tra i tassi di fecondità desiderati ed effettivi”.

Per poco meno della metà degli italiani il bis è la cosa preferibile, più di un quinto si spinge oltre, a tre o più, solo il 5% sceglie di fermarsi a uno. Quanti invece affermano che la prole non rientra nel proprio progetto di vita rappresentano una quota marginale: in tutto “solo” 500mila. Per altri 2,2 milioni invece l’ostacolo è la salute o l’assenza di un partner.

Spesso si cerca di avere figli anche se non si è più giovani: sono infatti 830mila gli over 40 che non hanno bimbi ma vorrebbero averne. Magari hanno solo rinviato il momento, aspettando quello giusto. Probabilmente aspettando che si incrociasse con i destini occupazionali. E intanto però il tempo è passato.

Blangiardo lo dice chiaramente: “L’impressione di fondo è che il nostro Paese non riesca a pensare al suo futuro, ad assecondare un desiderio visibile nella società che può realizzarsi solamente rimuovendo tutti quegli ostacoli che hanno impedito in questi anni, a uomini e donne, di costruire la propria indipendenza, di avere i figli che volevano”.

Certo non è facile se poi il carico di lavoro familiare ricade sulle mamme. Circa il 40%, rivela lo stesso Istat, deve fare i salti mortali per incastrare le esigenze legate all’impiego con quelle proprie dei figli.

In un mondo dove ormai è “alta” la quota delle donne sottoposte ai cosiddetti “orari antisociali”: quasi 800 mila sono su turni di notte e 2 milioni prestano servizio di domenica.

Prima del Covid, poi, per un totale di ben 17 milioni di lavoratori l’orario è giudicato “rigido”.

Con il lockdown smartworking e forme simili sono state sperimentate da 4 milioni.

Un forte balzo in avanti ma la platea potenziale potrebbe essere molto più ampia, fino a coprire 7-8 milioni di lavoratori.