L’AQUILA – Come se il covid-19 non bastasse, un’altra minaccia è in agguato per la salute pubblica mondiale: l’antibiotico-resistenza, ovvero ovvero l’incapacità di un antibiotico di ridurre la sopravvivenza o inibire la replicazione di un batterio patogeno. Soprattutto a causa dell’utilizzo eccessivo e improprio che si è protratto nei decenni, rendendolo drammaticamente inefficace. E su questo fronte deve far riflettere i dati elaborati dal rapporto 2020 “L’uso degli antibiotici in Italia”, a cura  dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) che attesta come in Abruzzo, negli ultimi sette anni il consumo negli ospedali pubblici e privati è calato in misura minima, dalle 22,3 dosi ogni mille abitanti del 2013, alle 22 del 2019,  mentre addirittura sono aumentati i costi per l’acquisto di antibiotici per il sistema sanitario: era di 18,5 euro pro capite nel 2013 è stato di 18,5 euro nel 2019.

Dati in controtendenza rispetto a quelli nazionali, e a quelli  di buona parte delle altre regioni, e quello che più conta rispetto alle precise indicazioni da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Con l’avvento dell’epidemia di coronavirus è poi accaduto che se è esploso l’utilizzo tra marzo e maggio di determinati antibiotici negli ospedali, poi rivelatisi in buona parte inutili, complessivamente è diminuito il consumo, complice il lockdown e il crollo di altre patologie respiratorie, frenate dalla vita casalinga e dall’utilizzo della mascherina.

In ogni regione del mondo si legge in apertura del rapporto “si stanno sperimentando nella pratica clinica gli effetti della resistenza Negli ultimi anni il fenomeno è notevolmente aumentato a causa di un aumentato uso di questi farmaci (incluso l’utilizzo non appropriato). La perdita di efficacia degli antibiotici attualmente disponibili rischia di mettere in crisi i sistemi sanitari, causando sia l’aumento della mortalità per infezioni che maggiori costi sanitari e sociali”.

Per questi motivi l’Organizzazione mondiale della sanità  ha convocato a fine anni ‘90 una serie di gruppi consultivi, seminari di esperti e riunioni di consenso per valutare la crescente minaccia della resistenza antimicrobica per la salute pubblica. Il culmine di questo lavoro è stata la pubblicazione nel 2001 della “Strategia globale”, volto in primis ad un uso più appropriato e ridotto degli antibiotici.

Il Rapporto  dell’Aifa dedicato agli antibiotici a uso umano, consente pertanto di monitorare l’andamento dei consumi e della spesa in Italia e al contempo di identificare le aree di potenziale inappropriatezza d’uso. Ovvero l’applicazione concreta, a partire dal 2013 della Strategia globale.

Ebbene: nel 2019 il consumo complessivo, pubblico e privato, di antibiotici in Italia è stato ogni 1000 abitanti pari a 21,4 dosi, o per essere più precisi di “dosi definite die”, che rappresentano per ciascuna sostanza la dose necessaria a coprire una giornata di terapia nell’adulto.

Le categorie terapeutiche più prescritte nel 2019 sono state le penicilline associate a inibitori delle beta-lattamasi, i macrolidi e le cefalosporine di terza generazione che insieme costituiscono oltre il 70% del totale dei consumi a carico del sistema sanitario nazionale.

Il dato più eclatante, è che emersa una prevalenza di uso inappropriato che supera il 25% per quasi tutte le condizioni cliniche studiate (influenza, raffreddore comune, laringotracheite, faringite e tonsillite, cistite non complicata e bronchite acuta), nonostante un generale miglioramento rispetto all’anno precedente. Tutti gli usi inappropriati degli antibiotici per le infezioni delle vie respiratorie sono stati registrati in maggioranza al Sud, nella popolazione femminile (ad eccezione della bronchite acuta) e negli individui di età avanzata.

Scendendo dunque nel dettaglio territoriale, i consumi di antibiotici erogati in regime di assistenza convenzionata e quelli acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche, nel 2019  è stato pari in Italia a 17,5 dosi quotidiane ogni 1.000 abitanti, con una riduzione del 2,9% rispetto al 2018.  Nel 2013 si era a 20,3 dosi quotidiane ogni mille abitanti. Dunque il dato è incoraggiante, ma non ovunque: l’Abruzzo risulta in  controtendenza: la riduzione del consumo nel 2019 rispetto al 2018 è stata solo dell’1,2%, attestandosi oggi alle 22 dosi ogni mille abitanti.

Inferiore alla media nazionale come detto del -2,9%, ma anche delle regioni del Sud, pari al -3,8% .

Pochi progressi soprattutto sono stati fatti rispetto al 2013, quando le dosi erano a quota 22 per mille abitanti.

Ci sono invece altre regioni che sono riuscite a centrare riduzioni del -6,9% come in Campania,  -6,1% come in Sardegna, e del -5,5% della Provincia autonoma di Bolzano.

Al contrario in  Umbria e Lazio i consumi sono aumentati.

Altro dato importante è quello della spesa per antibiotici da parte delle Asl: quella pro capite nazionale è stata pari a 13,9 euro, in diminuzione del 3,0% rispetto al 2018. Nel 2003 era a 16,5 euro pro capite.

Anche qui l’Abruzzo è una regione in controtendenza con 18,5 euro pro capite nel 2019 in aumento rispetto al 2018 dell’1,2% Ma non solo: si supera oggi il costo del 2013, che era di 18,1 euro.

L’incremento annuo della spesa abruzzese è terzo in Italia dopo la  Basilicata (+3,8%) e  Molise (+3,6%).

Di contro nella Provincia autonoma di Bolzano si registra una riduzione della spesa  del 7,8%, in Campania del 6,8%, in Toscana del 6,2%.

Infine il dato parziale del 2020 segnato e stravolto dall’epidemia del coronavirus: in Italia si è registrato fino a giugno una contrazione dell’utilizzo degli antibiotici dell’1,3%, con le maggiori variazioni in Emilia Romagna (-28,9%), Toscana (-28,2%) e Lazio (-28,1%). In Abruzzo il calo è stato del 7,7%

Un calo complessivo, che è avvenuto a dispetto del fatto che le strutture sanitarie  hanno incrementato  acquisti registra un picco nel mese di marzo 2020, con un valore raddoppiato rispetto al 2019 di alcune tipologie di antibiotici utilizzati per le terapie contro il virus.

I macrolidi, si legge nel rapporto hanno registrato un incremento del 77% rispetto al 2019, e l’azitromicina del 160%

“Tale andamento  – si legge nel rapporto – è in parte attribuibile al lockdown nazionale tra marzo e maggio 2020, che ha ridotto al minimo gli spostamenti della popolazione, alla modifica dei modelli organizzativi (accesso agli ambulatori dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, adozione della ricetta elettronica) e alla diffusione dei dispositivi di protezione individuale che può aver ridotto la trasmissione delle infezioni batteriche”

Il maggiore acquisto da parte degli ospedale si legge infine nel rapporto, è stato cagionato dalla “necessità, nell’affrontare una situazione di emergenza sanitaria, di dover disporre di farmaci, compresi gli antibiotici, in tempi rapidi e in grande quantitativo”.

Ma poi già da maggio gli acquisti si sono dimezzati  dimezzarsi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, “anche in virtù del fatto che le evidenze scientifiche e le disposizioni Aifa non raccomandavano l’utilizzo di antibiotici nel trattamento di pazienti COVID-19 se non per determinati casi clinici come ad esempio co-infezioni batteriche”.