L’AQUILA – Con l’annunciato insediamento del gigante dell’E-commerce Amazon in Abruzzo (autoporto di San Salvo e altri due impianti nel Teramano e in Val di Sangro), regione sempre più depressa dal punto di vista industriale e quindi occupazionale, fioccano le reazioni.

A parlare per prima, con preoccupazione, è stata nei giorni scorsi Confesercenti Abruzzo, che, per bocca del presidente regionale Daniele Erasmi ha chiesto alla politica abruzzese di non “fare favori a gruppi privati” e di “avere la possibilità di competere, perché ci sono settori che si stanno prosciugando velocemente e di cui non ci sarà più traccia nel giro di poco tempo se non ci sarà un forte intervento normativo”.

Ha “tuonato” contro Amazon, attraverso questo giornale, invece Marco Rizzo, segretario nazionale del Partito comunista, a pochi giorni dal congresso regionale a Moscufo (Pescara): “Quando arriva Amazon, è come se arrivassero le locuste – le sue parole ad AbruzzoWeb – Vero, assumeranno qualche migliaio di persone, ma allo stesso tempo questo ‘meccanismo’ porterà alla chiusura di migliaia di attività dall’Abruzzo al resto d’Italia. Parliamo di un gigante del commercio elettronico che in Italia paga il 3 per cento di tasse e che schianta tutto quello che trova sulla sua strada”.

Nel frattempo è arrivata al Comune di Fossacesia (Chieti), da parte di una società di ricerca proprio per conto del colosso Usa, la proposta di insediamento per la realizzazione di una attività produttiva in Val di Sangro relativa ad un impianto da adibire alla logistica a servizio di attività commerciali.

E c’è già chi, come i sindaci di centrosinistra Francesco Menna, di Vasto (Chieti) e Tiziana Magnacca, di San Salvo (Chieti), e il consigliere regionale del Pd, Silvio Paolucci, è assolutamente favorevole, soprattutto per le migliaia di assunzioni previste, alla proposta di acquisto dell’autoporto di San Salvo da parte della società d’ingegneria appartenente al Gruppo Fhb, la Engineering K2 Spa, primo passaggio per l’insediamento di Amazon tramite la società ad esso collegata, con un investimento da 3,7 milioni di euro, per l’acquisto di un capannone abbandonato.

Su questo fronte, la Lega ha preso una posizione critica, riuscendo a portare la questione in Consiglio regionale, come annunciato dal coordinatore regionale, il deputato Luigi D’Eramo e il consigliere Manuele Marcovecchio, “al fine di assicurare ogni più ampia condivisione e trasparenza nell’approvazione del progetto all’esito delle opportune valutazioni”.

Per andare di più nello specifico e capire un po’ meglio cosa accade quando Amazon sbarca in un territorio con certe caratteristiche, abbiamo contattato Danilo Morini, della segreteria nazionale Filt-Cgil, che da tempo deve fare i conti con la presenza in Italia del colosso del multimilionario Jeff Bezos, lo stesso Bezos che lo scorso agosto, mentre festeggiava i 200 miliardi di dollari di patrimonio, di fronte la sua casa da 23 milioni di dollari a Washington durante una manifestazione di protesta nei suoi confronti capeggiata da Christian Smalls, un ex dipendente, ha visto spuntare una ghigliottina.

“In Italia – spiega Morini – sono tre i grandi insediamenti Amazon: vicino Torino, a Piacenza e a Passo Corese, frazione del comune di Fara in Sabina, in provincia di Rieti (dove l’insediamento si trova su una collina di uliveti, all’interno di un’area archeologica, letteralmente spianata per fare posto alla struttura, ndr) – Quello di Passo Corese è il più robotizzato rispetto agli altri ed ha spazi più ridotti. Questo ‘mix’ fa sì che per il lavoratore, anche da fermo, i ritmi siano assurdi, tanto che gli infortuni e i mal di schiena sono all’ordine del giorno. E su questo ci viene riferito che il caposquadra suggerisca di mettersi in malattia e non ricorrere all’infortunio”.

“E con il lockdown – continua – i numeri e i ritmi di lavoro si sono alzati ulteriormente, con un conseguente peggioramento delle condizioni di lavoro degli addetti”.

“Nei grossi insediamenti, quelli con più di mille, milleduecento dipendenti che arrivano fino a duemilacinquecento nei momenti clou, Amazon gestisce tutto con personale dipendente. A Piacenza, per far capire i numeri e l’organizzazione, c’è l’hub, quindi il ‘grosso’, che confina con la delivery station da 150 dipendenti. E per capire ancora di più di cosa parliamo, diciamo che Amazon, oggi, è una grande ‘pancia’ con tante cose dentro, molte delle quali già pronte e impacchettate per essere smistate”.

Sul ‘metodo’ di insediamento, Morini spiega che “l’azienda assume i dipendenti dopo aver costruito rapporti con le amministrazioni locali di quei territori in cui manca un grande insediamento industriale che dia lavoro. Assume principalmente giovani e prima seleziona gli italiani, tende ad applicare bene il contratto, cioè non vuole avere grandi problemi, ma ciò è dovuto al fatto che non vuole avere relazioni sindacali e quindi per questi motivi cerca di arrivare a pochi contenziosi”.

Ecco perché “Stiamo costruendo un comitato europeo, un organismo sindacale condiviso a livello europeo in cui le che intervengono in più di due Paesi devono fare i conti con noi e darci delle informazioni. Il percorso è già in atto, lo stiamo costruendo insieme ai nostri colleghi spagnoli e francesi per quanto riguarda Amazon in Europa. Per realizzare questo percorso, in particolare per la prima parte di esso – cioè informazioni, come si svolgono le elezioni, eccetera – è venuto in Italia un signore italiano, di Brescia, che vive in Lussemburgo e che di mestiere fa il capo dei rapporti col personale. In sintesi, Amazon non prevede il capo delle delegazioni industriali, il dipendente si rapporta solo ed esclusivamente con l’azienda”.

Tradotto, “L’idea di Amazon è quella che non si è né contro, né a favore del sindacato. Semplicemente, si è senza sindacato, come negli Usa, ma piano piano siamo arrivati, non senza fatica, ad avere un certo numero di iscritti tra dipendenti diretti, cioè chi sta in delivery station e soprattutto nei grandi hub. Abbiamo un nucleo importante di iscritti, abbiamo dei delegati, dunque Amazon ha dovuto iniziare a fornire una interlocuzione, anche se sempre attraverso i responsabili dei vari siti e non dell’azienda stessa. Perché non vogliono un livello di confronto più alto, vogliono soltanto le mani libere tutte le volte che si insediano”.

“Ed è inevitabile che quando Amazon si muove e va in un posto con poca occupazione e garantisce assunzioni – dice sul punto Morini – si vogliono avere pochi problemi anche per opportunità politiche. Nelle Marche, ad esempio, il centrodestra ha fatto una campagna elettorale sull’apertura di un sito che semplicemente non avverrà perché non esiste”.

“Come si è arrivati a questo? Amazon – risponde alla domanda il sindacalista – ti assume sul posto in cui sei nato e cresciuto, sei giovane, nonostante gli spot dell’azienda mostrino assunzioni di non più giovani, ti dà comunque uno stipendio se hai una scolarizzazione media e non hai rapporti con il mondo del lavoro e della politica. In questa situazione, il sindacato non ha vita facile, ma oggi vantiamo una rappresentanza sindacale, tra la nostra ed altre sigle, che un anno e mezzo fa non esisteva. Ma siamo solo all’inizio”.

Impossibile, quando c’è di mezzo il colosso di Bezos, non parlare della disoccupazione tecnologica.

“È un tema – il pensiero dell’esponente nazionale Filt-Cgil – che è più forte dove l’insediamento industriale c’è già e viene modificato. Dove invece l’insediamento è nuovo, come Amazon, non c’è perdita di posti di lavoro, anche se con i robot la forza lavoro umana non supera un certo numero. In fabbriche e magazzini ristrutturati, invece, bisogna fare i conti, come per la prima e seconda rivoluzione industriale, con la perdita di occupazione, ma c’è anche un altro dato di fatto da considerare: la macchina non si ferma, quindi o troviamo le chiavi di lettura per qualificare l’occupazione e mantenerla a certi livelli, oppure la perdi”.

“Nell’Ottocento distruggevano i telai – afferma ancora – eppure la tecnologia andava avanti lo stesso. La fabbrica senza uomini non ci sarà mai, ma bisogna dare modo ai lavoratori di crescere come capacità, di riqualficarsi. La paura che Amazon delocalizzi? Per come si è mossa e per come ha costruito la sua organizzazione, faccio fatica a credere che possa andare via e continuare a vendere. Col furgone non puoi essere in Polonia, ma a poche decine di chilometri dalla delivery station e quest’ultima a massimo 200, 250 chilometri di distanza dall’hub”.

Sull’utilizzo dei droni per le consegne, Morini è convinto che “Possono essere strumenti di consegna in città e in alcune zone periferiche, ma il drone fa qualche chilometro e deve essere governato da qualcuno. Il drone è un ‘di cui’ della consegna, ma è una possibilità e se ne sta già parlando, però il drone non porta 50 pacchi, mentre un driver può arrivare a 160 stop per le consegne al giorno, uno ogni tre minuti, ritmi da incubo”.