L’AQUILA – Una città divisa in cinque zone e altrettante reti idriche diverse, ognuna servita da un serbatoio.
È fatto così il sistema idrico del capoluogo, come racconta ai microfoni di AbruzzoWeb l’ingegnere Bruno Martella, tra i padri fondatori del sistema abruzzese come responsabile provinciale e regionale del Sistema acquedotti e fognature (Saf) della Cassa per il mezzogiorno.
La ripartizione era l’unico modo per coniugare l’esigenza di giuste pressioni con la particolare conformazione del territorio aquilano. L’ingegnere fa anche una rivelazione, di aver forzato un po’ la mano ai suoi compiti per una giusta causa, portare l’acqua nelle zone industriali “per lo sviluppo della città”.
“Non rientrava nei compiti della Cassa per il mezzogiorno, ma riuscii ad avere 7 miliardi per la rete idrica dell’Aquila – spiega – Il presidente della Cassa, Gabriele Pescatore, mi volle accontentare anche perché aveva buoni rapporti con il sindaco, Tullio De Rubeis, fu una buona combinazione”.
Martella ricorda che la città capoluogo “ha un dislivello notevolissimo, di circa 250 metri tra la zona della Madonna del Carmine (in centro, ndr) o del quartiere di San Francesco e quella della Stazione: un’unica rete non si poteva assolutamente concepire – ricorda – perché le pressioni che si devono dare ai cittadini sarebbero saltate in aria con valori incredibili”.
“Ho diviso la città in cinque zone distinte – snocciola – una zona alta-centro storico, zona alta-San Francesco, una zona media, alimentata dal serbatoio vicino alla Coop del Torrione e circonda tutta la città da via XX settembre. Rimanevano due zone basse a Est e a Ovest, i serbatoi sono uno alla Torretta, l’altro a San Giuliano”.
C’erano piani di espansione della rete anche in vista dell’allargamento del tessuto cittadino. “Mi venne in mente che la città urbanisticamente stava cambiando e la popolazione era in aumento, per esempio il quartiere di Pettino – continua – Era sindaco Enzo Lombardi, gli dissi con una lettera che forse era da rivedere e integrare meglio il sistema. La cosa purtroppo non si fece, dopo qualche giorno consegnò la gestione al Cogeri”.
C’erano anche le zone industriali ad avere bisogno di acqua. E così, “in deroga a quello che era il mio mestiere, l’acqua potabile, mentre di acque industriali non avrei dovuto occuparmi – racconta ancora – mi sono permesso, per il bene della città, di portarla sia al nucleo industriale di Pile sia a quello di Bazzano”.
L’acqua giunse anche a una terza destinazione, “la Albert-Farma (oggi Aventis, ndr), con 10 litri al secondo, quando stavano per chiudere i battenti perché avevano appena un pozzo con sporcizia e sollevamento di 60 metri vicino a dove ritrovarono il Mammuth, così l’azienda venne salvata”.
Per finire, “ho portato l’acqua anche ai campi sciistici: la Magnolia, l’Aremogna e Campo Felice”, conclude Martella.





