L’AQUILA – “La vedete questa bottiglia? È vuota, non c’è acqua, come questa norma che lascia vuoto il territorio della possibilità di decidere, di pianificare il proprio futuro, e sulla testa dei propri figli”.
L’ennesimo coup de théâtre in aula del consigliere del Pd Sandro Mariani, presidente della Commissione vigilanza, è la plastica rappresentazione del duro scontro che si è verificato ieri in Consiglio regionale dove è approdata l’epocale riforma del ciclo idrico, con la drastica semplificazione del sistema. Attesa da un ventennio, visto che era già nel programma di mandato del socialista Ottaviano Del Turco. Ma ieri il risultato è stato un tira e molla e spaccature sia nel centrodestra che nell’opposizione del campo largo.
E senza che sia stato deciso il vero succo della norma, quanti gestori del ciclo idrico al posto degli attuali sei, Aca, Ruzzo Reti, Cam, Saca e Sasi, in scadenza nel 2027 Gran Sasso acqua, nel 2031,e relative assemblee dei sindaci le Assi.
Il testo licenziato, dopo oltre quattro ore di dibattito, a firma del presidente del Consiglio regionale, Lorenzo Sospiri, di Forza Italia, e della vice presidente Marianna Scoccia, di Noi Moderati, prevede infatti, da “uno a due gestori”, ma per prendere la decisione servirà prima uno studio tecnico all’Ersi, l’Ente regionale servizio idrico, sulla possibilità e criteri di dividere l’Ambito territoriale unico regionale (Atur), in sub ambiti territoriali. Questo entro un mese, poi ci sarà l’analisi e il voto delle commissioni consiliari competenti e, infine, la giunta Marsilio ricevuti i pareri, entro 15 giorni darà il via libera politico e definitivo. Con il Consiglio regionale di fatto bypassato.
Si è deciso insomma per ora di non decidere, e con posizioni che restano distanti. Tra chi come il coordinatore del patto dell’Abruzzo, il professor Luciano D’Amico, che vorrebbe una azienda unica, in sintonia con il presidente Marco Marsilio di Fdi, che ha gestito la partita in aula, mentre chi ha la delega in materia, il vicepresidente della Regione, Emanuele Imprudente, della Lega è rimasto silente.
E chi invece è ferocemente contrario a questa ipotesi, a cominciare dal “fronte teramano”, preoccupato per le sorti e l’autonomia della Ruzzo Reti, ente da tutti definito “in salute ed efficiente”, composto da Mariani, da Dino Pepe del Pd e Giovanni Cavallari di Abruzzo Insieme che hanno presentato un emendamento che indicava da “1 a 4” gestori. Mentre dalla parte opposta della barricata in particolare da Paolo Gatti, di Fdi, presidente della quinta commissione Sanità, con un emendamento che prevedeva 2 gestori (L’Aquila-Teramo e Pescara-Chieti),
Ed ecco il risultato che ha scompaginato gli schieramenti: hanno votato a favore alla norma a “1 o 2 gestori”, tutta la maggioranza, nonostante i mal di pancia, Gatti compreso, e con loro, all’opposizione, Silvio Paolucci, Antonio Blasioli, Antonio Di Marco e Pierpaolo Pietrucci del Pd, Enio Pavone di Azione e Alessio Monaco di Avs, che si sono accontentati dell’accoglimento di emendamenti a salvaguardia dei livelli occupazionali degli attuali gestori, e per il il rafforzamento della rappresentanza dei territori nell’assemblea dei sindaci, anche attraverso l’eliminazione della soglia di sbarramento che avrebbe penalizzato i comuni sotto i 3 mila abitanti.
Astenuti invece D’Amico, e con lui Francesco Taglieri ed Erika Alessandrini del Movimento 5 stelle.
Mentre Mariani, Pepe e Cavallari hanno platealmente abbandonato l’aula.
I compagni del Pd hanno anche chiamato insistentemente Mariani a tornare al suo posto per votare, e lui sarcasticamente ha risposto “se sono così importante posso essere anche il presidente della Regione…”, declinando l’invito.
Gatti nel suo intervento si è detto contro l’ipotesi del gestore unico regionale, e ha ricordato che “regioni come la Toscana, l’Emilia Romagna, non hanno un ambito unico. Spaziano da 4 a 6. Addirittura l’Umbria ne ha 4. per il meglio e se c’è un’azienda che ha il diritto di avere la concessione è proprio la Ruzzo Reti. Io dico di passare da 6 a 4. Poi nel 2032, anno in cui scadono, passiamo a 2. Sarebbe un atto di grande rispetto verso l’azienda teramana che poi nel 2032 può fare un discorso con L’Aquila”. Il suo emendamento è stato però respinto.
Ha ironizzato Cavallari, sulla stessa lunghezza d’onda: “Allora facciamo anche un ospedale unico. Perché non si fa? Perché evidentemente non va bene. Se noi abbiamo fatto le formiche a Teramo e gli altri le cicale, è giusto che venga riconosciuto”.
Ma l’intervento più pirotecnico lo si deve a Sandro Mariani.
“Noi con il nostro emendamento vi chiediamo di valutare da 1 a 4 ambiti, siamo aperti su questo, ma almeno con il parere vincolante della Commissione e conservando anche il ruolo di noi consiglieri. Non si può accentrare il potere nelle vostre mani. Altrimenti sembra come il lupo che dice alla pecora di fidarsi e poi la porta al mattatoio”, ha incalzato.
Per poi aggiungere in crescendo: “noi vogliamo dare a questi signori la possibilità di decidere su quanti sub-ambiti devono farsi, signori che hanno accumulato 200 milioni di euro di debiti?”, riferendosi a quelli della sanità, “perché si vuole far sì che in una maledetta stanza di questa Regione vengano prese le decisioni per tutti gli abruzzesi? Sono impazzito io o sono impazziti tutti quanti? Io non affido un potere che mi è stato dato dai cittadini in mano alla Giunta, in mano all’Ersi, io il potere di decidere lo voglio conservare protempore, perché mi è stato dato dagli elettori protempore”.
E rivolto anche ai suoi colleghi di opposizione: “Vi definite attori di questa legge? Voi siete esecutori, seduti a una cena pagata dai cittadini e cucinata dalle lobby dell’acqua. No, non in mio nome”. Perché, si è accalorato Mariani, “io ho deciso da che parte stare e so che per esperienza che le parole che oggi qui sto pronunciando mi verranno fatte pagare caro. Probabilmente mi verranno impedite tante altre candidature, ammesso e non concesso che io le voglia fare”.
Il rischio per Mariani è che con un gestore unico, di fatto si apriranno le porte al privato, anche se nella norma è scritto chiaro e tondo che la gestione resterà pubblica.
“Voglio conservare la dignità di guardare in faccia i miei cittadini, di guardare in faccia mia figlia, mantenerla per mano e dirgli domani ‘tuo padre ha perso la poltrona politica, è uscito dai palazzi di potere, ma ha conservato un bene prezioso come l’acqua, che deve essere fuori dalla portata delle lobby, che deve essere fruibile a tutti. Ritengo fondamentale che l’acqua rimanga totalmente pubblica e che non si creino i presupposti per far sì che le lobby private, legittimamente, entrino a gestire un bene pubblico che abbiamo difeso per anni. E non è che con questi tecnicismi si prova a convincere la gente imbambolandola”, ha aggiunto.
Ha preso infine di mira D’Amico:
Ancora Mariani rivolto ieri a D’Amico: “Professore, io le dico una cosa, e non è che è sempre buono e giusto unificare, perché questo concetto francamente mi spaventa un po’. Vediamo con l’Arap quello che è successo, andiamolo a dire al nucleo industriale di Vasto, se è andata bene l’unificazione che c’è stata. Non può essere un semplice algoritmo a decidere sulla testa della gente. Ci sono delle legittime sensibilità anche di coloro che non ha avuto la possibilità di studiare e di acculturarsi e che ritengono che l’acqua che scorre nel proprio rubinetto sia un bene inviolabile, che deve rimanere pubblico e che deve essere difeso dal proprio rappresentante regionale”.




