AVEZZANO – A Canistro (L’Aquila) l’acqua minerale della sorgente Sant’Antonio Sponga continua a riversarsi nel fiume, in compenso fioccano ricorsi e contenziosi legali. Con buona pace di un progetto industriale, a questo punto molto in forse, che doveva ridare lavoro e prospettive occupazionali.

Ora, infatti, secondo la Norda spa, concessionaria provvisoria della sorgente, in virtù del bando pubblicato il 15 dicembre 2016 e vinto nel marzo successivo, la colpa di non aver presentato il progetto per il nuovo stabilimento è del Comune di Canistro e della Regione, che hanno cambiato la certa in tavola contravvenendo agli impegni presi, a partire dalla disponibilità dei terreni.

È l’ultimo clamoroso episodio di una vicenda senza fine in cui gli attori, sia istituzionali, sia privati, non stanno brillando per puntualità e senso di responsabilità: dopo quello del 23 ottobre scorso, il 5 gennaio la Norda ha presentato il nuovo ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro i due enti.

Interpellato giorni fa da AbruzzoWeb, sulle voci dell’esistenza di tale ricorso, il sindaco di Canistro, Angelo Di Paolo, aveva detto di “non saperne nulla”. Eppure il ricorso era stato protocollato da giorni anche nei suoi uffici comunali.

A scatenare la reazione della Norda, società di cui è rappresentate legale Carlo Enrico Pessina, editrice del quotidiano l’Unità, e già titolare dell’acqua Gaudianello e Sangemini, una determina del 7 dicembre a firma di Iris Flacco, dirigente del servizio Risorse del territorio e attività estrattive della Regione, in cui la Norda viene intimata a sottoporre il progetto definitivo dello stabilimento e dell’attività industriale alla Valutazione di impatto ambientale (Via), entro 60 giorni, ovvero entro il 4 febbraio prossimo. Pena la revoca della concessione provvisoria assegnata a marzo 2017.

L’impressione è che la Norda, annunciata come un salvatore della patria dal vice presidente della Giunta regionale, Giovanni Lolli, stia cercando la strada per disimpegnarsi.

Gli interlocutori di questa vicenda ora tacciono: da  Lolli, all’assessore comunale di Canistro Ugo Buffone, alla Norda stessa che, peraltro, in questo caso mantiene la coerenza, non avendo mai parlato con note ufficiali. Solo il sindaco Di Paolo parla, ma con realtà smentite subito dopo.

Nel merito, la Norda, chiede dunque con la nuova iniziativa legale l’annullamento di questo ultimatum, ritenuto “illegittimo”, e “frutto di un’istruttoria superficiale”, che “non ha messo in relazione gli esiti della gara con la situazione di fatto”. Si riserva di richiedere un ingente risarcimento danni.

Con il ricorso del 23 ottobre scorso, del resto, la Norda aveva già contestato la necessità della Via, ritenendo sufficiente la più circostanziata Verifica di assoggettabilità (Va), già presentata.

In un passaggio saliente del nuovo ricorso, affidato agli avvocati Andrea Santoro del foro di Vicenza e Filippo Gittardi del foro di Milano, si ricorda, poi, che la Norda non è stata messa di fatto nelle condizioni, da parte del Comune di Canistro, di iniziare a realizzare lo stabilimento, senza il quale non potrà certo avviare il piano industriale.

Come più volte evidenziato da questa testata, difatti, come avrebbe dovuto fare da impegni sottesi al bando di gara, il Comune non ha ancora messo a disposizione i terreni edificabili e con tutte le autorizzazioni.

Va ricordato, a tal proposito, che lo stabilimento esistente è di proprietà della Santa Croce di Camillo Colella, che non ha nessuna intenzione di affittare o vendere, tenuto conto che anch’essa ha scatenato una forte battaglia legale, da quando è stata revocata la concessione, detenuta per anni, della sorgente Sant’Antonio Sponga.

Con la nuova iniziativa legale, la Norda ha di fatto “integrato” il precedente ricorso del 23 ottobre con nuove contestazioni, ritenendo, come detto, illegittimo l’ultimatum del 7 dicembre, e ribadendo che la società non è tenuta a presentare la Valutazione di impatto ambientale sull’intero progetto, relativo anche allo stabilimento, che non si sa ancora dove costruire, essendo la Via necessaria, come dice il bando stesso, e la normativa di settore citata nel ricorso, solo in caso l’emungimento della risorsa idrica sia superiore ai 100 litri al secondo.

Per quanto riguarda la sorgente Sant’Antonio Sponga è stato, invece, fissata una soglia massima di utilizzo di 50 litri al secondo, la metà esatta, e per tale ragione è sufficiente la più snella e circostanziata Verifica di assoggettabilità, relativa solo alla consistenza del bene e della quantità di bene utilizzato.

Nel ricorso i legali ricordano, poi, che, dopo la prima richiesta da parte della Regione, come detto impugnata, di presentare la documentazione della Via, la Norda “si è attivata per comporre la controversi istaurata, verificando in particolare la sussistenza e i presupposti per presentare un progetto, relativo ala realizzazione dello stabilimento industriale”.

E si è scoperto, come già raccontato da questo giornale, “pur essendo stata dichiarata idonea, in realtà oltre a ricadere in parte nel comune di Canistro, in parte in quello di Civitella Roveto”, che l’area di 75 mila metri quadrati indicata dal Comune “aveva destinazione agricola e frazionata in vari lotti, rispetto ai quali non era sempre possibile risalire ai proprietari effettivi. Inoltre – si rimarca – alcuni lotti erano proprietà provenienti da successioni ereditarie non sempre formalizzate”.

Ad AbruzzoWeb l’amministrazione comunale ha più volte assicurato che una volta presentato il progetto, si sarebbe proceduto velocemente all’accordo di programma, alla variazione di destinazione d’uso, alla trattativa con i privati e agli eventuali espropri dei terreni. Ma nulla di tutto ciò è ancora avvenuto, a ben 10 mesi dalla concessione provvisoria aggiudicata dalla Norda.

Questo a conferma che, forse, il Comune di Canistro l’ha fatta troppo facile, i legali della Norda, nel nuovo ricorso scrivono che “in tale non agevole contesto si è verificata anche la possibilità di individuare aree alternative, nel vicino comune di Capistrello, in modo tale da consentire di concludere in tempi certi le relative procedure urbanistiche ed edilizie”.

Prima di procedere, la Norda ha, però, chiesto alla Regione “se la realizzazione dello stabilimento produttivo su quell’area sarebbe stata ammissibile e coerente con la procedura di aggiudicazione ancora in corso”.

Tuttavia, evidenziano gli avvocati della Norda, per tutta risposta, con la contestata determinazione del 7 dicembre la Regione “non solo non si è espressa sull’area di Capistrello” ma, appunto, ha “prescritto alla Norda un termine di 60 giorni consecutivi dalla data di ricezione del presente provvedimento, per sottoporre il progetto definitivo alla Valutazione di impatto ambientale”.

E aggiungono che “trascorso tale termine senza che l’aggiudicatario provvisorio abbia provveduto a trasmettere il Progetto definitivo ed il relativo Studio d’Impatto Ambientale al Comitato di Coordinamento Regionale di Valutazione Ambientale, lo stesso sarà dichiarato decaduto da ogni diritto in merito alla concessione oggetto del bando”.

Nel nuovo ricorso la Norda contesta comunque che “il termine posto a 60 giorni è illegittimo” e “non previsto dalla legge”.

L’unico termine di 60 giorni contemplato dal bando e dalle leggi, viene osservato, “si riferisce solo a partire dall’aggiudicazione provvisoria per consegnare la documentazione tecnica volta ad identificare tutti gli aspetti per permettere di valutare sia l’entità della risorsa idrica sotterranea sia i volumi di acqua utilizzati”. Termine rispettato dalla Norda con la procedura della Va, consegnato a giugno.

Soprattutto la Norda ribadisce che “è evidente la difficoltà di presentare un progetto definitivo che consenta di realizzare lo stabilimento produttivo in tempi celeri”, in una paradossale situazione in cui “i terreni indicati dal Comune di Canistro sono, a oggi, non edificabili e frazionati”.

“Prescrivendo  un termine massimo di 60 giorni per la sottoposizione del progetto al comitato Via – conclude il ricorso – la Regione ha imposto una tempistica che, di fatto, comporterebbe l’attivazione dell’attività di coltivazione del giacimento in assenza di stabilimento, con conseguente impossibilità di dare piena attuazione al piano industriale valutato ai fini dell’aggiudicazione provvisoria”.