L’AQUILA – “Di questo fuoco L’Aquila ha bisogno: il tripode della Perdonanza è il simbolo di un fuoco collettivo, comunitario, e chi porta questo fuoco spirituale è testimone di universalità e apertura”.
Le parole dell’arcivescovo metropolita dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, davanti a un migliaio di persone assiepate di fronte alla scalinata della Basilica di San Bernardino, da pochi mesi restituita in tutto il suo splendore alla città, hanno voluto scandire quello che dovrà essere il significato della 721ª Perdonanza celestiniana, quella dell’integrazione e accoglienza.
Non a caso, a trasportare il sacro fuoco del Morrone dopo un viaggio partito dall’eremo di Sant’Onofrio a Sulmona (L’Aquila) e passato per tutta la provincia, sono stati due giovani profughi richiedenti asilo: Samuel, nigeriano e cristiano, e Iddriss, ghanese e musulmano.
Profughi in fuga dalla guerra, sbarcati in una ‘carretta del mare’ in Sicilia alcuni mesi fa e ora ospiti delle strutture di accoglienza di Piazza d’Armi, gestite dal Movimento Celestiniano.
Non potevano certo immaginare di ritrovarsi a ripercorrere anche il viaggio, questa volta a piedi, che l’eremita Pietro del Morrone intraprese nel luglio del 1294, scortato da Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello, fino all’Aquila dove divenne papa il 29 agosto dello stesso anno, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio con il nome di Celestino V, il papa della Bolla del Perdono, del primo giubileo della Storia, e poi delle dimissioni dopo pochi mesi di pontificato.
Iddriss e Samuel hanno consegnato la fiaccola al sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente, che ha acceso il tripode, un’opera realizzata dall’artista Sergio Sarra, il primo di una collezione a cura dell’Accademia delle Belle arti, che si arricchirà di anno in anno di nuovi esemplari.
In un altro passaggio del suo breve, ma intenso discorso, Petrocchi ha accostato poi “la grazia della Perdonanza alla grazia della ricostruzione post-sisma, “perché la ricostruzione richiede spiritualità e cultura del perdono, le strade vanno sgomberate dall’ostilità, dai conflitti e dall’aggressività”.
A rappresentare la Regione Abruzzo c’erano gli assessori Dino Pepe, Agricoltura, e Mario Mazzocca, Ambiente, assente il governatore, Luciano D’Alfonso, che pure aveva annunciato la partecipazione nella sua agenda.
Altra assenza sulla scalinata di San Bernardino, quella del gonfalone della Regione, che ha lasciato soli quelli di Comune e Provincia.
Pepe ha ammesso che “a noi politici farebbe bene leggere e rileggere la Bolla di Celestino, per i valori di pace ed ecumenismo che trasmette”.
Mazzocca ha espresso solidarietà ai comitati contrari all’impianto a biomasse in realizzazione nella frazione di Bazzano che, durante la Perdonanza, è stato annunciato, daranno vita a varie azioni di protesta e sensibilizzazione.
Nel suo intervento conclusivo, Cialente ha per prima cosa ricordato Stefano Vittorini, ex vice sindaco di centrodestra scomparso due giorni fa.
“Uomo di scorza dura ma gentile e leale – ha detto il sindaco – un amico e un grande avversario politico. Immagino che lui sia qui, e che trovi questa sera sicuramente qualcosa che non va bene”.
Cialente ha poi ricordato che, a novembre, l’evento sarà finalmente riconosciuto patrimonio immateriale dell’Unesco.
“Merito di tutte le decine di generazioni che da più di 700 anni onorano in ogni contesto e situazione questa ricorrenza, come abbiamo fatto anche noi, celebrando perfino nel 2009 la nostra Perdonanza, con la morte nel cuore e tra le macerie”.
Toccando poi il significato della Perdonanza 2015, quello del’integrazione e dell’accoglienza, il primo cittadino ha ricordato che “la globalizzazione ci ha resi insicuri. Ci stiamo chiudendo in noi stessi, spaventati dagli attentati,dagli sbarchi, dall’integralismo islamico – ha proseguito – Ma non dobbiamo dimenticare che i rifugiati vengono da noi perché cercano una speranza di vita, e sono disposti a tutto, anche attraversare un mare che è diventata una tomba”.
La cerimonia si è conclusa con un suggestivo gioco di luci e colori sulla facciata monumentale della Basilica di San Bernardino, sponsorizzata dal Banca di credito cooperativo di Roma.
Idrriss è fuggito dal suo Paese, il Ghana, e dalla miseria provocata da conflitti tribali e da quello con la Costa d’Avorio, per la gestione e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio.
“Sono fuggito perché c’è la guerra, ero rimasto solo con mio zio e ho deciso di partire – ha spiegato Idriss ad AbruzzoWeb – Sono rimasto 2 mesi a Tripoli, in Libia e poi mi sono imbarcato e sono arrivato in Sicilia”.
“È importante per me portare la fiaccola – ha aggiunto – perché è la dimostrazione che cristiani e musulmani possono stare bene insieme”.
Anche Samuel è in fuga dalla guerra: la sua Nigeria, dove imperversano i sanguinari terroristi islamici di Boko Haram, che solo 2 settimane fa hanno commesso l’ennesimo massacro, con 160 persone indifese vittime in un villaggio del Nord Est del Paese.
“Non era più possibile vivere lì – ha raccontato Samuel – non c’è più una società, sono riuscito ad arrivare in Italia dopo un lungo viaggio, ad aprile, e sono contento di essere qui”.
Ad accompagnare Iddriss e Samuel, il loro “tutor” Paolo “Pierino” Giorgi, responsabile del Movimento Celestiniano dell’Aquila, che gestisce il centro di piazza D’Armi in cui si trova una quarantina di migranti, la maggior parte nigeriani, ma anche del Ghana, Senegal e Bangladesh.
“Sono stati mandati qui da noi dalla disperazione ma anche dalla provvidenza – ha affermato Giorgi – Facciamo del nostro meglio per assisterli, conosciamo le loro storie, hanno sofferto molto. Gli stiamo insegnando le nostre regole e le nostre leggi, perché qui devono comportarsi bene, e quattro volte a settimana frequentano un corso di italiano”.
“Vogliono restare in Italia per trovare un lavoro, ma il loro sogno è quello di tornare nel loro Paese, e aiutare le loro famiglie”, ha concluso.





