L’AQUILA – Le parole e le case, 5 anni dopo quella notte del 6 aprile 2009.
La skyline della città è finalmente disegnata dalle gru che svettano nel cielo. Numerose strade del centro storico dell’Aquila, a lungo silenziose, sono ora brulicanti di operai e i cantieri si moltiplicano.
L’ottimismo ha finalmente solide argomentazioni a supporto, che non sia solo contingenza da campagna elettorale.
Ma nelle parole di tanti aquilani si avverte la consapevolezza che una ricostruzione non è fatta di sole case. In quelle parole l’evidenza intima che sfugge ai lusinghieri numeri dei cantieri che aprono e dei progetti approvati dagli Uffici speciali.
L’evidenza che una ricostruzione non è solo una faccenda edilizia. E che una città non è solo una somma algebrica di volumi privati.
“Viviamo in una specie di limbo – spiega ad AbruzzoWeb Angelo Moretti, che gestisce un edicola nel quartiere Santa Barbara – È difficile spiegarlo a chi non vive qui. I lavori procedono ma, nonostante questo, avverto un po’ di rassegnazione, i nostri figli non trovano lavoro, non hanno luoghi di vero incontro, non si può passare la vita dentro i centri commerciali. Dovremmo tutti darci una mossa”.
Poco lontano dalla sua edicola Maurizio Giuliani, fruttivendolo, ha nostalgia di piazza Duomo, dove da tre generazioni la sua famiglia aveva il banco allo storico mercato.
“Quando hai una cosa preziosa – fa notare Maurizio – non ti rendi conto di quello che vale, te ne accorgi quando non ce l’hai più. Io ho un bel ricordo dell’Aquila, i lavori si stanno facendo, ma la mia città esisterà solo nei ricordi. Qui in periferia, per me è un’altra cosa”.
Dalla periferia al centro, lungo via Garibaldi. Qui i lavori fervono, decine i cantieri aperti. Alcuni palazzi sono stati già completati e odorano di temepra fresca. Incontriamo l’avvocato Fausto Corti, che ha lo studio lungo la strada, e che invita a riflettere su un paradosso, quello della ricostruzione senza soggetto:
“Ci sono finalmente case anche in centro che sono state ricostruite, ma non ci va ad abitare nessuno, perché la gente oramai ha spostato la sua vita altrove – sottolinea – Questa città è un cadavere, è inutile nascondercelo. L’Aquila vecchia è morta, quello che nascerà non lo so, lo vedremo”.
Su via Garibaldi ha riaperto la sua attività Patrizia Chiapparelli, la cui pasta all’uovo ha allietato i pranzi domenicali di generazioni di aquilani:
” Le cose non vanno bene – rivela – in centro ci sono tanti operai, ma i clienti sono pochi. Siamo qui dal 1970, abbiamo riaperto dopo il terremoto appena è stato possibile, ma la pasta all’uovo non si vende più come una volta, e la vedo dura”.
Poco lontano, in un vicoletto nascosto tra i cantieri e i puntellamenti, un altro storico negozio, quello di strumenti musicali di Umberto Romano, che si è spostato di qualche isolato, perché il vecchio locale è completamente crollato la notte del 6 aprile.
“Ci sono tanti operai che lavorano alacremente, stanno facendo belle cose”, spiega Umberto, che è ottimista e spera di riaprire presto il vecchio locale, inaugurato dal padre nel 1937, quando lui aveva appena 7 anni. Dove abitò, sottolinea orgoglioso, Andrea Bafile, eroe morto sul Piave nella prima guerra mondiale.
Incontriamo infine un giovane, uno di quelli di cui tanto si parla, sovente con toni accorati e contriti, nel corso di convegni e appuntamenti elettorali. Cristian Moretti, il suo nome, istruttore di una palestra:
“Il rimpianto è che si poteva fare di più in questi 5 anni. Tante parole non dette, pensieri non realizzati. Il problema però ora è il lavoro, non ci sono opportunità nè investimenti, molti giovani vanno fuori. Siamo in Europa, del resto, è più facile per la nostra generazione emigrare, come hanno fatto i nostri nonni”.
Tu però sei rimasto, ci permettiamo di osservare, a differenza dei 5 mila giovani, secondo recenti stime, che sono andati già via.
“Sono rimasto qui – risponde Cristian – perché ci sono persone che provano ad andare avanti. che ci credono ancora. Siamo pochi, ma buoni”.
Immota manet: nell’antico motto virgiliano che campeggia sullo stemma cittadino, un motivo di speranza per questa strana città in metamorfosi.






