L’AQUILA – Il normale strumento di finanziamento di uno Stato è rappresentato dalla collocazione dei Titoli del debito pubblico sul mercato primario (i Titoli di Stato battuti mensilmente dal Tesoro), con una Banca centrale a garanzia che funga da prestatrice illimitata di ultima istanza. Esattamente come avviene negli Stati Uniti d’America, in Giappone e in Gran Bretagna.
A dire il vero, seppur limitato al mercato secondario (per i Titoli già in circolazione, oggetto di trattative tra privati), è ciò che sta facendo anche la Banca centrale europea negli ultimi anni, soprattutto con il ‘bazooka’ di Mario Draghi (2015-2017) e l’acquisto massiccio di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, da fine marzo dello scorso anno in avanti. Interventi purtroppo limitati nel tempo, visto che si tratta di misure in deroga allo Statuto stesso della Bce.
Quel debito rappresentato dai Titoli di Stato, con una banca centrale a garanzia, in sostanza non è debito. Semmai, se proprio vogliamo entrare nel merito, lo Stato non restituisce mai il capitale, ma solo gli interessi. Se alla scadenza del Titolo l’investitore rivuole il capitale, lo Stato rivende quel Titolo ad un altro investitore, cosicché l’esborso in conto capitale è zero. Idem se l’investitore rinnova il Titolo. In entrambi i casi lo Stato paga solo gli interessi.
Con la formula dei prestiti, invece, la musica cambia. Che si chiami Mes o Recovery Fund, il meccanismo è più o meno lo stesso. Lo Stato prima si indebita e poi deve restituire i soldi presi in prestito fino all’ultimo centesimo. Da dove li va a prendere i soldi se non garantisce una Banca centrale? Facile: erodendo la ricchezza privata, tagliando le voci di spesa pubblica più sensibili (in primis sanità e pensioni) e facendo consolidamento fiscale, cioè massacro delle partite Iva.
Ma v’è di più. L’accordo raggiunto da Conte in sede europea lo scorso anno in merito al Recovery Fund prevede, sulla carta, un piano di circa 82 miliardi di aiuti a fondo perduto, più 127 miliardi di prestiti. I soldi a fondo perduto non vanno restituiti, ma ci verranno dati a rate e ogni rata sarà subordinata alle riforme che l’Unione Europea ci dirà di fare.
Quali riforme? Le solite: aumentare il tetto dell’età pensionabile, digitalizzare ogni tipo di attività economica e servizio pubblico, superare il denaro contante a favore della moneta elettronica, riformare la Costituzione con minori garanzie per le opposizioni e così via. È come il padrone che dà il biscottino al cane se questo corre a prendere il bastone e lo riporta indietro. Per i restanti 127 miliardi (i prestiti), anche questi ci verranno versati a rate e solo se faremo le riforme che l’Unione Europea ci chiederà di fare, cioè quelle sopra elencate. I 127 miliardi dovranno però essere restituiti. La domanda che ci si pone è sempre la stessa: da dove li andrà a prendere i soldi lo Stato se non garantisce una vera Banca centrale che funga da prestatrice illimitata di ultima istanza? Anche la risposta è sempre la stessa: erodendo la ricchezza privata, tagliando le voci di spesa pubblica più sensibili e facendo consolidamento fiscale.
In tutto questo, i primi soldi arriveranno quest’anno fino al 2023 (sempreché la Ue approvi il nostro Recovery Plan). La restituzione avverrà invece dal 2028 al 2058. Cioè circa 4,5 miliardi l’anno (non una gran cifra a dire il vero) ma in cambio delle famigerate riforme di cui sopra. Dov’è l’affarone? A me sembra una fregatura. Tanto più che i soldi del Recovery dipendono dal bilancio pluriennale della Unione Europea, quindi ciascuno Stato deve prima versare la propria quota-parte di partecipazione al bilancio (che per l’occasione è stata aumentata), quindi i soldi a fondo perduto non sono in realtà 82 miliardi ma meno di 30. Non proprio un piano Marshall, come spesso si sente dire.
Eppure la soluzione più ragionevole è a portata di mano: l’Italia potrebbe collocare tutti i Titoli di Stato necessari sul mercato primario, con garanzia della Bce (come di fatto sta avvenendo sul mercato secondario dall’inizio della pandemia). 209 miliardi in due anni si collocano abbastanza facilmente: si pensi che, dal marzo 2020 al gennaio 2021, cioè in circa 10 mesi, sono stati collocati oltre 140 miliardi di euro su richieste addirittura molto più alte.
Ciò detto, con il normale strumento di finanziamento – cioè col ricorso ai mercati – non vi sarebbe alcuna sorveglianza da parte di nessuno e nessuna riforma ci sarebbe imposta. E soprattutto – nella sostanza – non ci indebiteremmo (per i motivi spiegati sopra). Ma qualcuno, sia in casa che fuori, ha voluto che all’Italia fosse messo un cappio al collo per almeno i prossimi trent’anni. Insomma, la maggioranza giallo-rossa ci porterà la Troika in casa. Sostanzialmente il Recovery Fund è un Mes che ce l’ha fatta, ma nessuno lo vuole ammettere.
*avvocato, giurista e scrittore




