L’AQUILA – Si riaccendono i riflettori sulla vicenda giudiziaria in merito alle presunte mazzette nell’ambito della messa in sicurezza, i famosi puntellamenti, di edifici pubblici e privati nel post terremoto, un affare da circa 500 milioni di euro, la ingente somma che complessivamente è stata affidata subito dopo la tragedia del 6 aprile 2009 dai vari enti pubblici, in particolare il Comune dell’Aquila, direttamente alle imprese, quindi senza gara, alla luce delle deroghe per la emergenza del sisma.

In vista della ripresa, dopo mesi di stop, del processo fissata per il 9 febbraio prossimo, si è definito, in secondo grado, un procedimento civile che ha coinvolto personaggi che compaiono nella inchiesta principale denominata dalla Procura della Repubblica dell’Aquila, “Redde Rationem”, che negli anni scorsi ha fatto scalpore tirando in ballo amministratori, politici, imprenditori, tecnici e funzionari pubblici.

La Corte di Appello dell’Aquila ha stabilito che la Dipe Costruzioni non deve alcuna somma alla Edil Service che nel 2012 aveva chiesto, attivando un contenzioso civile, tre milioni di euro per subappalti relativi a lavori di puntellamento e ricostruzioni eseguiti nell’arco di tempo compreso dal settembre 2009 al 31 luglio 2011”.

In primo grado la Dipe, gestita dagli imprenditori Giancarlo Di Persio e Mauro Pellegrini, era stata condannata al pagamento di 166mila euro alla Edil Service, rappresentata nel post terremoto da Antonio Lapisella, imprenditore calabrese residente a Montorio al Vomano, grande accusatore sia in Redde Rationem sia nel primo filone denominato “Do ut des” che per la verità ha visto nettamente ridimensionate le accuse nel dibattimento che ha decretato molte assoluzioni, sia pure, nella maggior parte dei casi, per intervenuta prescrizione.

Proprio Lapisella che poi si è avvalso della facoltà di non rispondere non confermando le gravi accuse ha dato impulso alle due inchieste su presunte mazzette negli appalti della ricostruzione dell’Aquila.

La Edil Service, nel frattempo dichiarata fallita e quindi rappresentata in giudizio dal curatore, dovrà sborsare circa 20mila euro per spese legali ed altre obbligazioni.

La Dipe è stata difesa dall’avvocato Riccardo Lopardi, del foro dell’Aquila.