L’AQUILA – L’Abruzzo è tra le regioni che hanno superato la soglia di guardia nell’occupazione delle terapie intensive, arrivata ad una percentuale del 32%, ed è sopra al livello di allarme anche l’occupazione di posti letto complessivi in ospedale, con 45%.
Record negativo per le terapie intensive occupate spetta all’Umbria, con il 54%, per posti letto occupati è invece prima nella drammatica classifica la provincia autonoma di Bolzano e Piemonte con oltre l’80%.
È il quadro che emerge dall’ultimo rapporto, aggiornato nella notte del 13 novembre, dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che dipende dal ministero della Salute. Dati che vanno letti come il conto presentato da anni di tagli alla spesa sanitaria, al personale e ai posti letto, che mette ora il Paese a dover affrontare una guerra con le armi spuntate.
ll dato italiano parla di 30.914 pazienti ricoverati in area non critica a fronte di una disponibilità di 62.370 letti.
Lo stesso report è stato alla base dell’indicazione del Comitato tecnico scientifico regionale, guidato da Alberto Albani, che ha indotto il presidente della Regione, Marco Marsilio, di istituire la zona rossa in tutto il territorio regionale, a partire da domani. In primis per minimizzare gli assembramenti e la circolazione del virus, con conseguente saturazione dei posti letto negli ospedali.
Nel bollettino regionale covid di ieri, sono stati registrati in Abruzzo 642 i nuovi casi e 11 vittime, Sono 13.499 le persone attualmente positive, con un balzo in un giorno di 465, 571 sono i pazienti (+6 rispetto al bollettino di domenica) ricoverati in ospedale in terapia non intensiva; 59 (invariato rispetto a domenica) quelli in terapia intensiva.
Ad invitare a comprendere la gravità del dato fornito dall’Agenas, è Giustino Parruti, direttore della Uoc della Asl di Pescara, componente del comitato tecnico scientifico.
“Certificare che il 32% delle terapie intensive sono occupate da pazienti covid, significa confermare che siamo vicini alla saturazione, perché le terapie intensive servono anche per tutte le altre patologie”.
E infatti “il carico assistenziale nei nostri ospedali sta diventando insostenibile – spiega Parruti -. Siamo vicini alla saturazione dei posti letto, e questo potrebbe avere conseguenze drammatiche, saremo costretti a tagliare le altre prestazioni. Va compreso che se si decidesse di utilizzare un reparto ad esempio di geriatria, per utilizzarlo per ospitare e curare i malati covid, questo significa che non potremmo garantire le prestazioni normalmente fornite da quel reparto. In altri termini si rischierebbe di un impennata di morti per cause diverse dal coronavirus come avvenuto anche nella prima ondata, non in Abruzzo, per fortuna, ma ad esempio nel Bergamasco”.
Non è bastato insomma l’incremento avvenuto anche in Abruzzo del numero delle terapie intensive da gennaio, prima della pandemia ad oggi.
Si è passati infatti, numeri aggiornati allla scorsa settimana, da 93 a 143 posti, anche se ha precisato il presidente Marco Marsilio, “si tratta di un numero in continuo aggiornamento”, precisando che al Covid Hopital di Pescara è stata già strutturalmente prevista una capacità di espansione, “tanto è vero che ci sono delle camere attrezzate normalmente con due degenze nelle quali sono stati predisposti quattro attacchi per i gas medicali. A tal proposito, stiamo via via incrementando queste camere man mano che si rende necessaria l’attivazione di posti letto in terapia intensiva”.
Tornando al rapporto Agenas, L’Umbria, secondo il monitoraggio, risulta essere nella situazione più preoccupante, con oltre il 54% dei posti letto in terapia intensiva occupati.
A ruota seguono la Provincia autonoma di Bolzano (53% di saturazione); Lombardia (52%); Piemonte (49%); Liguria (47%) e Toscana, dove sono occupati il 45% dei letti disponibili. E ancora la Valle D’Aosta 41%, le Marche, 37%, l’Emilia Romagna 33%, e infine l’Abruzzo con il 32%, e Puglia, con il 31% Sotto soglia tutte le altre regioni.
Il tasso di occupazione delle terapie intensive e posti letto è solo uno dei criteri adottati per far entrare una regione in zona arancione o rossa, con le maggiori restrizioni.
Per quanto riguarda i posti letto complessivi occupati: situazione più grave nella Provincia autonoma di Bolzano il Piemonte con un tasso di occupazione che ha sforato quota 80%, A seguire la Val d’Aosta 79%, la Liguria 73%, la provincia autonoma di Trento 68%, le Marche 58%, l’Emilia-Romagna 52%, la Lombardia 50%, l’Umbria e la Campania 49%, il Lazio 48% e a seguire l’Abruzzo 45%, la Puglia 44% e la Calabria 42%. Tutte al di sopra della soglia di guardia fissata al 40%.
Penuria di posti letto che è l’esito di anni di tagli ai fondi della Sanità: l’Italia nel 1981 aveva 530.000 posti letto, nel 1992 sono scesi a 365.000; poi, ulteriori “sforbiciate” hanno fatto scendere il numero a 245.000 nel 2010. L’ultimo dato a disposizione è 191 mila, riferito al 2017.
In termini di euro, negli ultimi dieci anni, secondo la Fondazione Gimbe, sono 37 i miliardi sottratti al sistema sanitario nazionale.
Addirittura drammatico il definanziamento nel quinquennio 2010-2015, che ammonta a 25 miliardi di euro.
Ed ora l’unica soluzione è quella di chiudere le persone in casa, paralizzare la vita sociale ed economica, per far fronte al dilagare di una epidemia. Una disperata soluzione di emergenza che costerà molto di più di quello che si è risparmiato in spesa sanitaria nei felici anni della spending review e del dogma del pareggio di bilancio.






