ROMA – La parola d’ordine per raffreddare la pressione sugli ospedali è curare i pazienti Covid a domicilio, almeno chi non ha bisogno delle terapie che solo i reparti ospedalieri possono offrire. In serata il nuovo corso ha preso forma con l’incarico dato dal ministro Francesco Boccia al commissario Domenico Arcuri di “attivarsi, d’accordo con Regioni e Comuni, e mettere a disposizione il più alto numero possibile di Covid Hotel per ridurre la pressione sui reparti ospedalieri e curare i contagiati senza sintomi gravi che hanno difficoltà a restare in isolamento domiciliare”.

L’obiettivo è di avere un Covid hotel in ogni provincia del territorio nazionale, pari a 110 strutture dove fare confluire i contagiati con sintomi non gravi. Le linee guida per i medici che seguono i pazienti a domicilio, reclamate da mesi a gran voce dai camici bianchi, e annunciate ieri dal presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli, sembrano essere ora in dirittura d’arrivo. La bozza del documento, stando a quanto si è appreso, sarebbe già pronta. Vi sarebbero però delle perplessità da parte dei medici di famiglia in relazione al tema della sicurezza.

A coordinare la Commissione nazionale, su nomina di Agenas, è il direttore della clinica di Malattie Infettive del San Martino, Matteo Bassetti. Un nome che oggi ha sollevato la protesta di 2.500 medici che hanno firmato una petizione indirizzata al ministro della Salute in cui sostengono che “Le dichiarazioni del professore, rese pubbliche sin dall’inizio della pandemia, si sono dimostrate fuorvianti, l’atteggiamento più corretto non poteva e non doveva essere quello delle affermazioni perentorie e delle previsioni incaute. Non ci sentiamo rappresentati da una figura professionale come la sua”. Intanto in attesa che il documento definitivo della Commissione sia pronto, le Regioni si stanno muovendo autonomamente con loro linee di indirizzo ed ordinanze. Per questa sera è previsto il documento del Piemonte, mentre ieri è arrivato sulla scrivania dei medici di famiglia del Lazio l’ordinanza firmata dal presidente Nicola Zingaretti. In Campania le direttive sono state fornite dalle singole Asl, mentre l’Emilia Romagna ha da tempo prodotto indicazioni precise. Tuttavia il problema dell’organizzazione delle cure domiciliari non è di facile approccio.

“Serve un protocollo di utilizzo omogeneo, con compiti definiti e funzioni chiare”, dice il segretario regionale della Fimmg Piemonte, Roberto Venesia, “bisognerebbe mettere in campo più Usca (Unità speciali di assistenza territoriale) per i pazienti Covid a domicilio e lasciare noi medici di famiglia a curare tutti gli altri”. Le Usca, previste dal Dl Cura Italia, in buona parte delle regioni restano un “mistero”, commenta il segretario nazionale della Federazione dei medici di Medicina generale Silvestro Scotti: “Queste Unità in molte zone anzichè rapportarsi con noi, vengono utilizzati da Dipartimenti di prevenzione per impegni diversi”. Insomma, decreti e linee di indirizzo sulla carta sembrano poter funzionare, ma alla prova dei fatti incontrano più di uno scoglio. “Qualcosa che non funziona sulla medicina territoriale c’è dall’inizio dell’epidemia, i medici lamentano una importante carenza della organizzazione, della disponibilità di presidi, della gestione complessiva” , ha commentato l’infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano Massimo Galli. “Un aspetto pesante da sopportare è la povertà di farmaci di cui disponiamo , vengono usati molti antibiotici che non servono a nulla, le possibilità terapeutiche a domicilio sono molto limitate”. Eppure curare i pazienti a casa è il mantra per tutti gli esperti della pandemia: oggi il virologo statunitense Anthony Fauci ha lanciato dal sito della rivista Jama un appello invitando scienziati, aziende farmaceutiche a intensificare gli sforzi indicando nelle cure agli esordi (e quindi a domicilio) la via per evitare l’aggravamento dei pazienti e il collasso dei sistemi sanitari.

PIU’ CASI E PIU’ DECESSI, MA LA CRESCITA RALLENTA

I numeri dell’epidemia di Covid-19 sono più alti rispetto a quelli di ieri, con i 37.978 i nuovi contagi in 24 ore resi noti dal ministero della Salute e 636 decessi; torna a salire al 16,1% (contro il 14,6% del giorno precedente) anche il rapporto fra casi positivi e tamponi, ma complessivamente la curva dell’epidemia continua a mostrare segni di rallentamento, confermando la tendenza dei giorni scorsi. Confermano il ritmo di crescita registrato negli ultimi tempi anche gli 89 ricoveri in più nelle unità di terapia intensiva, mentre i ricoverati con sintomi si sono ridotti a 429, circa la metà rispetto al giorno precedente. Ancora alto il numero dei decessi, 636, il 30% dei quali in Lombardia.

È ancora la Lombardia a registrare il maggiore incremento nel numero dei contagi (9.291 in più in 24 ore e un rapporto casi positivi-tamponi ancora molto elevato, del 21,6%), seguita con distacco da Piemonte (4.787 casi e un rapporto casi positivi-tamponi del 19,2%), Campania (4.065 e 17,0%) e Veneto (3.564 e 20,7%). Ci sono comunque segnali positivi, secondo gli esperti che stanno analizzando i dati fin dall’inizio della pandemia. Per il fisico Giorgio Sestili, fondatore e fra i curatori della pagina Facebook “Coronavirus-Dati e analisi scientifiche”, “si conferma il rallentamento della crescita registrato nella settimana scorsa” e “possiamo dire che si cominciano a osservate gli effetti del Dpcm di fine ottobre”. Fra qualche giorno, ha aggiunto Sestili, “potremmo cominciare a vedere gli effetti del Dpcm del 4 novembre e dei provvedimenti successivamente adottati nelle Regioni”. Questo significa che, “considerando che dalle Regioni sono stati adottati provvedimenti differenziati, sarà importante monitorare la situazione a livello regionale: è probabile che le regioni che hanno adottato misure più dure possano avere miglioramenti più vistosi”. Buone notizie anche per quanto riguarda i ricoverati con sintomi e i ricoveri nelle unità di terapia intensiva: “in entrambi i casi si è fuori da una crescita esponenziale”. Vale a dire che non si osserva più un raddoppio dei casi a intervalli di tempo, ma che la crescita è lineare, con un aumento costante, nel quale ogni giorno i casi aumentano della stessa quantità. Non bisogna comunque abbassare la guardia perché, rileva Sestili, “i ricoveri stanno comunque continuando ad aumentare e non è detto che il rallentamento che stiamo osservando sia sufficiente a non mettere sotto pressione il sistema sanitario”. La cattiva notizia è invece che il numero dei decessi è ancora alto, “ma sappiamo che questo è l’ultimo parametro a migliorare”. Un dato sottolineato anche dalla Fondazione Gimbe, che nel suo monitoraggio indipendente indica che i decessi da Covid-19 sono aumentati del 70% in una settimana, toccando in 7 giorni quasi 3.000. Ancora la Fondazione Gimbe rileva che i casi positivi sono ormai pari al’1% della popolazione: “un dato importante” perché, ha detto il presidente Nino Cartabellotta, questo dato rappresenta la soglia oltre la quale un’epidemia si definisce “fuori controllo”.

Mantenere alta la guardia è perciò fondamentale e quanto le misure di prevenzione siano decisive lo indicano le stime elaborate per le prossime due settimane, che lasciano intravedere gli effetti dell’ultimo Dpcm. Secondo l’analisi condotta a titolo personale dallo statistico Livio Fenga, dell’Istat, nei prossimi 15 giorni si prevede un miglioramento, in particolare nelle zone gialle e in quelle rosse secondo le indicazioni dell’ultimo Dpcm. Segnali che, secondo il ricercatore, sembrerebbero “incoraggiare misure restrittive localizzate a regioni o gruppi, anche importanti, di esse”. In particolare “la presenza di regioni con tassi di crescita previsti più moderati sembrerebbe non consigliare misure di lockdown generalizzato”.