TERAMO – Nel cratere sismico 2016 ad oltre quattro anni di distanza non si è riusciti ad approntare un monitoraggio quotidiano dei flussi delle macerie né un semplice sito web dove pubblicare i dati rendendo agevole ed efficace il controllo su una attività ad alto rischio di reati ambientali e cattiva gestione.
Eppure non occorreva inventarsi nulla di nuovo: un monitoraggio che rappresenta un fiore all’occhiello è dal 2012 in funzione nel cratere 2009, dove quotidianamente vengono registrati quante macerie vengono rimosse, da quale cantiere e da quale impresa, e dove vengono portate per lo smaltimento ed eventuale riciclo. Come ogni cittadino può verificare visitando il sito www.maceriesisma2009.it.
E inoltre, si scopre che nel cratere 2016 in quattro anni 2.399.927 tonnellate di macerie sono state rimosse senza un Piano, e la regione più omissiva è proprio l’Abruzzo.
Ad evidenziarlo è il terzo Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Sisma 2016 di Fillea Cgil e Legambiente, presentato il 26 ottobre scorso in un convegno in modalità streaming. L’occasione per fare il punto in particolare sulle condizioni di lavoro e sui livelli di sicurezza nei cantieri, nei 140 comuni del Centro Italia, di cui 24 in Abruzzo, colpiti dagli eventi sismici dell’agosto e ottobre 2016 e del gennaio 2017. Ed anche sul tracciamento delle macerie, cogliendo l’occasione di denunciare che come avvenuto già nel cratere sismico 2009, anche in quello 2016 non si è messa su una filiera del riciclo, ovvero di trasformare in materiale edilizio vergine i vecchi calcinacci e mattoni.
Dal report risulta che al 30 settembre sono stati rimosse in tutti i 140 comuni terremotati 2 milioni 400 mila tonnellate di macerie. In Abruzzo 65.389 tonnellate, ma il dato non è aggiornato, fermo a dicembre 2019.
Ad occuparsi dell’attività in Abruzzo e l’Aciam, la società consortile che si occupa di smaltimento rifiuti nei comuni della Marsica, di cui è stata presidente, fino a due settimane fa, Anna Maria Taccone, candidata di Forza Italia alle ultime elezioni comunali di Avezzano.
L’aspetto centrale che però viene evidenziato nel rapporto è che “nell’era della digitalizzazione, non si è riusciti ad approntare un monitoraggio dei flussi in tempo reale”, “rendendo molto faticoso il necessario controllo sociale sull’operato della Pubblica Amministrazione e sull’utilizzo di ingenti risorse pubbliche”.
Quando basterebbe fare “copia e incolla” del sistema già realizzato dall’ Ufficio Speciale per la ricostruzione dell’Aquila (Usra), e dall’Ufficio Speciale per la ricostruzione dei comuni del cratere (Usrc).
Un sistema con cui viene monitorata la rimozione e movimentazione delle macerie pubbliche e delle macerie private prodotte, attraverso un sito internet dove è possibile consultare i dati aggiornati in tempo reale e scaricarli in formato aperto.
Le aziende devono registrarsi sul portale web www.maceriesisma2009.it, registrare i mezzi con cui intendono effettuare i trasporti. Devono dunque ritirare l’Obu (On Board Unit) presso l’Automobile Club dell’Aquila, un sistema di tracciamento satellitare che permette di monitorare dalla sala operativa lo spostamento dei mezzi sul territorio.
E ancora registrano i cantieri (pubblici e privati) da cui effettuano i trasporti, e ciascun trasporto che effettuano riportando i dati presenti nel formulario rifiuti.
Se non viene fatto si rischia la revoca della quota di contributo finalizzato alla rimozione macerie e delle autorizzazioni ed abilitazioni al trasporto
La banca dati è open source, a disposizione di tutti gli Enti preposti al controllo. Questo non significa che non ci siano controlli nel cratere sismico 2016, ma è evidente che con un sistema analogo a quello della ricostruzione 2009 sgarrare, e commettere illeciti e reati diventa molto difficile.
Per quanto riguarda i Piani: il decreto sisma dell’ottobre 2019 aveva previsto che le Regioni aggiornassero entro il 31 dicembre 2019 i rispettivi Piani regionali per dare conto delle macerie raccolte, quelle ancora da raccogliere e il relativo costo.
Nel frattempo, a giugno 2020, c’è stato il passaggio della competenza nazionale sulle macerie pubbliche dal Dipartimento della Protezione Civile al Commissario straordinario della ricostruzione.
“Al 30 settembre 2020 non è dato ancora sapere la stima aggiornata delle macerie complessive da rimuovere”, denuncia dunque il rapporto. La Regione Marche è l’unica che però ha presentato il Piano aggiornato, approvato il 17 gennaio 2020, aggiornato ulteriormente a luglio scorso con l’invio di una lettera al Commissario Straordinario, con una stima aggiornata della mole di materiale da prelevare e smaltire.
Per la Regione Abruzzo, si denuncia nel rapporto, “non è stato possibile avere né notizie sull’aggiornamento del Piano né sul dato aggiornato delle macerie rimosse”.
In compenso però le macerie vengono in Abruzzo riciclate al 97%, ovvero per oltre 63mila tonnellate, si legge nel rapporto, “per l’impiego in opere di riempimento e sottofondi stradali nei territori comunali interessati dalla rimozione” e per il ripristino ambientale delle cave di Pizzoli e Cagnano Amiterno.
Legambiente spinge però per trasformare questi inerti non solo in riempitivi ma come nuova materia prima edilizia, al fine di ridurre il fabbisogno di materiali provenienti dalle cave. l’occasione per creare in quei territori una filiera industriale innovativa ispirata all’economia circolare, per evitare l’utilizzo di discariche e ridurre al minimo l’uso di materiale vergine da cave per la ricostruzione. Uno sforzo sicuramente è stato fatto per recuperare gli inerti, è mancato però quel salto di qualità necessario per indirizzare e governare la creazione di una filiera industriale innovativa di riutilizzo degli inerti che sarebbe stata utile per l’economia di quelle aree e di esempio per il resto del nostro Paese”.






