ARQUATA DEL TRONTO – “Molti dei nostri bambini hanno perso una parte della loro infanzia, vissuta soltanto nelle casette Sae dopo il terremoto e poi segnata anche dal Covid. Ora dobbiamo fare di tutto perché possano avere una seconda chance e vivere un’adolescenza diversa, più felice”.

A dieci anni dalla scossa del 24 agosto 2016 il sindaco di Arquata del Tronto (Ascoli Piceno), Michele Franchi, affida all’Ansa una promessa rivolta ai più piccoli del territorio, cresciuti nell’emergenza e, in molti casi, senza avere mai abitato in una vera casa.

Franchi, che all’epoca era vicesindaco del compianto Leandro Petrucci, ripercorre anche quella notte.

La scossa di magnitudo 6 devastò Arquata, Pescara del Tronto, Amatrice e Accumoli. Nel territorio arquatano morirono 52 persone, 299 complessivamente nel cratere.

“Ci rendemmo subito conto che era qualcosa di diverso – racconta il sindaco – Ad Arquata la gente diceva che la piazza non c’era più. Poi arrivammo verso Pescara e vedemmo che una frazione era stata praticamente cancellata”.

Dieci anni dopo il terremoto, Franchi non nasconde che le aspettative erano diverse.

“Saremmo bugiardi a dire che pensavamo di essere a questo punto – sottolinea – Ci aspettavamo più abitazioni ricostruite e più persone tornate nelle proprie case”.

Ma invita anche a guardare “il bicchiere mezzo pieno”: nelle frazioni non perimetrate molti cantieri sono avviati e diverse abitazioni sono state riconsegnate, mentre resta più complessa la situazione di Arquata capoluogo, Pescara del Tronto e delle altre zone perimetrate.

Una spinta, secondo il sindaco, può arrivare dall’ordinanza sul “primo cratere”, pensata per Arquata, Amatrice e Accumoli, i territori maggiormente devastati.

“È qualcosa che chiedevamo da tempo”, dice Franchi, auspicando ulteriori deroghe e strumenti per accelerare gli interventi.

Ma ricostruire, sottolinea, non significa soltanto rifare le case: “Se non ripartiamo dalle persone, dai servizi, dalla scuola, dalla sanità, dal lavoro e dalle infrastrutture, rischiamo che la gente non torni”.

Da qui anche la richiesta di risposte sulla Salaria e sui collegamenti con Ascoli Piceno.

“Quando i cittadini continuano a chiamarti, a chiedere, anche a rimproverarti, vuol dire che credono ancora in questo territorio. – conclude – Quando smetteranno di farlo, significherà che avranno scelto altro. Per questo non possiamo perdere altro tempo”.