L’AQUILA – Si tornerà al testo originario licenziato dalla Giunta regionale oggi in consiglio regionale dove alle 11 torna il progetto di legge per l’individuazione di aree e superfici idonee e non idonee all’installazione e promozione di impianti a fonti di energia rinnovabile.

Trovando la quadra insomma rispetto al fuoco di fila di critiche e richieste di modifiche che aveva provocato il testo rimaneggiato in commissione e arrivato in aula martedì scorso. Il testo originario era entrato in commissione con più vincoli, e ne era infatti uscito con maglie più larghe.

Questo in un accordo sostanziale tra maggioranza di centrodestra e le opposizioni di centrosinistra e M5s. Un incontro è previsto prima dell’inizio della seduta, per arrivare in aula con un progetto di legge rimaneggiato e condiviso, che recepisca i tanti emendamenti già depositati.

Primo esiziale punto che sarà dunque modificato è il comma che prevede come idonee “le aree agricole irrigue comprese nei perimetri di contribuzione irrigua rilevabili dai piani di classifica dei Consorzi di Bonifica a condizione che siano rimborsate le spese di infrastrutturazione sostenute dal Consorzio di bonifica”, ritenuto tra l’altro poco chiaro, visto che questa possibilità sarebbe già esclusa dalla norma nazionale, ma che di fatto dà la possibilità di istallare pale e pannelli anche su preziosi terreni fertili a cominciare da quello del Fucino, “l’orto d’Italia”, provocando la levata di scudi di tutte le associazioni di categoria del mondo agricolo.

Numerosi sindaci della provincia di Chieti temono che come è scritta la norma non tuteli nemmeno le aree agricole con colture permanenti quali vigneti, frutteti, tartufaie e oliveti.

C’è chi al contrario vorrebbe una modifica in senso inverso consentendo l’istallazione nei territori della Rete natura 2000, ora esclusa, sono 23 sindaci della Valle Subequana e della media valle dell’Ateno “per non danneggiare la realizzazione delle Comunità energetiche e l’autoconsumo individuale diffuso tesi a ridurre i costi, agevolare i residenti e ridurre lo spopolamento”. Anche qui c’è chi osserva che in ogni caso i territori dove ci sono comunità energetiche sono messe al riparo da divieti di istallazione, previa compatibilità ambientale e paesaggistica dalla norma nazionale, anche nelle aree protette.

Legambiente a sua volta contesta l’esclusione dei territori ricadenti nelle aree protette che “rischiano di essere una condanna per le aree interne dell’Abruzzo, che già soffrono di spopolamento e crisi economica. Il divieto assoluto di installazione di impianti in vaste porzioni del territorio, sottrae opportunità di sviluppo e di rilancio economico basato su un modello energetico sostenibile”.

Tornando ai terreni irrigui, si registra la proposta di Confagricoltura di destinare all’installazione di impianti per le energie rinnovabili i terreni agricoli abbandonati, incolti o insufficientemente coltivati, già censiti e inseriti nella Banca della Terra d’Abruzzo, istituita con la legge regionale 26 del 2015 e gestita dai Comuni. La normativa prevede che i Centri di Assistenza Agricola (Caa) collaborino con i Comuni per individuare queste aree, che rappresentano migliaia di ettari potenzialmente disponibili senza compromettere le terre più fertili.

Resta però l’obbligo per l’Abruzzo di contribuire, in ottemperanza agli obiettivi europei, all’aumento di produzione di energia rinnovabile entro il 2030, di circa 2 gigawatt, che equivale all’utilizzo di ben 2 mila ettari.

Una norma dunque che limitasse troppo l’espansione delle rinnovabili potrebbe venire impugnata dal governo, come avvenuto per la Sardegna, tenuto conto che ogni regione deve fare la sua parte che l’Italia è in forte ritardo nel centrare gli obiettivi del 2030, avendo finora con 17.717  megawatt raggiunto appena il 22% e mancano all’appello 62.284 megawatt.