L’AQUILA – “Dopo 10 anni dalla prima Zona Rossa che ha sconvolto la vita di tutti noi, ci ritroviamo con una fetta di popolazione aquilana ( e non) messa difronte ad una scelta: preservare la propria salute o andare a lavorare. Ad oggi i lavoratori dei call center aquilani si riversano per le strade della nostra amata città per raggiungere i poli industriali nei quali lavorano dalle quattro alle otto ore al giorno. I più fortunati spostandosi nel Comune, ma altri affrontando viaggi di ore e troppo spesso in balia dei mezzi pubblici regionali che stanno anche diminuendo la quantità di servizio in maniera preventiva. Il contagio li spaventa, ma il senso del dovere li smuove giornalmente a recarsi a lavoro”.

Così l’aquilano Gianni Padovani, della direzione nazionale Psi sul mancato stop al lavoro nei call center aquilani.

LA NOTA COMPLETA

Restare a casa sembra un miraggio soprattutto perché le aziende restano aperte e l’unico modo di assentarsi è ricorrere alle ferie o agli ammortizzatori sociali che ridurrebbero drasticamente lo stipendio di ognuno di loro. Questi lavoratori si sono ritrovati davanti aziende che sembrano dover essere sollecitate dalla politica e dalle autorità per rispettare quelli che ormai sono diventati i 10 comandamenti di prevenzione per il contagio.

Le mascherine non sono state fornite ed i guanti tardano ad arrivare in sede. Le distanze di sicurezza di un metro tra un operatore e l’altro sono state imposte solo dopo che i lavoratori hanno iniziato a lamentare un malessere psicologico crescente, un senso di pericolo ed inadeguatezza dovendo condividere con altre 100 persone una stanza nella quale lavorare. Molti hanno facilitato la disposizione cosiddetta “a scacchiera” restando a casa, altri continuano invece a recarsi in postazione e a disinfettarla con prodotti igienizzanti aziendali e personali che iniziano a scarseggiare.

Non dimentichiamoci che stiamo parlando di uno dei più grandi settori occupazionali della città, che racchiude giornalmente in stabilì alle volte inadeguati dalle 100 alle 500 persone.

Questi temerari lavoratori sono gli stessi ai quali telefoniamo giornalmente per una necessità legata al nostro telefonino o la nostra connessione internet, gli stessi che ci permettono di sederci sul divano rilassati a guardare un film e verificare che il decoder stia funzionando, ma anche quelli che si preoccupano di aiutarci per gestire quelle pratiche che ci permettono di restare a casa con gli ammortizzatori sociali o che controllano il nostro conto corrente, le bollette, le forniture di luce e gas… sono lavoratori essenziali, ma soprattutto sono uomini e donne spaventate come tutti noi che abbiamo la possibilità di lavorare da casa.

Le aziende sembrano solo ora di aver deciso di iniziare lentamente la procedura dello Smart working, forse già troppo tardi rispetto all’entità del problema, a causa di tardive autorizzazioni da parte dei clienti. I lavoratori vanno tutelati, a tutti i livelli, ma soprattutto va tutelata la loro salute e quella dei loro familiari che potrebbero comunque essere messi a rischio viste le ancora troppo precarie condizioni di tutela. La tasca di pochi non dovrebbe guidare le sorti di molti, quello che ci vuole è lucidità e raziocinio,ma anche sensibilità e correttezza verso chi è restato a casa per precauzioni o chi si sente in dovere di adempiere al proprio lavoro. Basta con i lavoratori di serie A e quelli di serie B! Vergogna!