PESCARA – “Solo in Italia si sente dire che le piattaforme petrolifere possono essere a impatto zero. In Abruzzo, poi, una petroliera in mezzo al mare non è un bel biglietto da visita turistico”.

Parola di responsabile energia del Wwf Abruzzo, Fabrizia Arduini, che risponde così al presidente di Confindustria L’Aquila, Fabio Spinosa Pingue, che su questa testata aveva criticato i “no”’ ideologici e preconcetti davanti a istanze di estrazione di idrocarburi che possono essere anche compatibili con il turismo e le attività agricole.

Dunque, la questione petrolio in Abruzzo tiene banco. Il no abruzzese ai progetti di estrazione petrolifera si farà sentire, tra l’altro, anche fuori Montecitorio, oggi e domani giovedì 14 ottobre, in occasione dell’approdo in Parlamento del decreto Sblocca Italia. Mobilitate decine di associazioni ambientaliste, comitati ma anche associazioni di categorie.

Lo Sblocca Italia, contro cui anche la Regione Abruzzo è pronta ad opporsi in sede di Corte costituzionale, potrebbe infatti dare il via libera a numerosi progetti di estrazione petrolifera su 4.200 i chilometri quadrati interessati da istanze di permessi di ricerca in terraferma, e ai tre procedimenti in corso per l’attivazione delle piattaforme off shore Ombrina Mare 2, Elsa 2, Rospo Mare 2. Riconosciute dal decreto come “strategiche” e meritorie di procedure “chiare ma commisurate alla natura di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità” per portare attuare la strategia energetica nazionale.

Per la Arduini, “la piattaforma Ombrina mare 2, ad esempio, che dovrebbe sorgere a tre chilometri al largo del Parco nazionale della costa teatina, con la sua raffineria galleggiante emetterà in atmosfera 200 tonnellate di sostanze aereo disperse, contenenti biossidi idrogeno solforato, che andrebbero ad acidificare un mare già allo stremo con effetti negativi sulla pesca e la biodiversità. E non mi pare poi che una raffineria sia un biglietto da vista adatto per uno dei tratti di costa più belli d’Italia e che si rivolge a un turismo non di massa”.

Spinosa Pingue aveva insistito sulla necessità di abbassare la bolletta energetica, di attrarre investimenti, e creare, nel bel mezzo della crisi, posti di lavoro preziosi, grazie a una parte di quei 15 miliardi di investimenti che le multinazionali del petrolio sarebbero pronte spendere in Italia, “per non parlare delle royalty di cui beneficerebbero le casse di Regione e Comuni”.

Arduini bolla però questa argomentazione come “fuorviante” e “novecentesca”.

“L’imprenditoria dovrebbe puntare sull’innovazione tecnologica, non su una produzione, quella legata al petrolio, che appartiene al secolo scorso e che non ha un futuro, tanto che è uscita dall’orizzonte dei paesi che stanno affrontando bene la crisi come Olanda, Germania e Danimarca, che investono in energia verde e sostenibile”.

Arduini cita a tal propositoun dossier del Fondo monetario internazionale del 2013 in cui viene fuori che il costo dell’economia dell’energia fossile è di 1.900 miliardi di dollari, tra incentivi regalati alle aziende ed esternalità negative, come inquinamento, malattie e conflitti vari. Il tutto a carico della collettività.

“Questi famosi 15 miliardi di euro – conclude l’ambientalista – dovrebbero essere investiti per il risanamento ambientale e idrogeologico dei territori, su prodotti innovativi, prima di fare qualsiasi discorso energetico bisogna partire dall’efficientamento di quello che abbiamo. Ovvero milioni di abitazioni non coibentate e con impianti obsoleti, che sprecano luce e calore. Si parta da questo, per abbassare il nostro fabbisogno energetico e creare decine di migliaia di posti di lavoro, molti di più di quelli che sarebbero in grado di trivelle e piattaforme”. Filippo Tronca