L’AQUILA – Aveva lasciato l’amico inesperto in balia di una terribile bufera di neve, tanto da divenire corresponsabile della sua morte.
C’è così una svolta nell’inchiesta sulla sciagurata fine dell’escursionista aquilano Massimiliano Giusti, avvenuta a fine febbraio del 2012 sul Gran Sasso, inghiottito dalla bufera di neve.
La poca visibilità per lui è stata talmente fatale da non riuscire più a orientarsi, tanto da non impedirgli di fare un volo nel vuoto di una decina di metri.
L’amico Paolo Scimia lo avrebbe lasciato solo. Forse, se fosse rimasto con lui, la vittima avrebbe avuto la speranza di salvarsi.
Questo è il motivo per cui sul giovane, come riferisce il quotidiano Il Messaggero, ora pende l’accusa di omicidio colposo: una decisione dura e perentoria ma inevitabile del pm Stefano Gallo.
Il processo, per citazione diretta, ci sarà il prossimo 26 febbraio.
Ad aiutare le indagini la ricostruzione delle diverse telefonate inviate dai cellulari dei due escursionisti al 118 e ai soccorritori nel momento più critico della vicenda.
Ma anche i ricordi postati su Facebook e alcune interviste dello stesso Scimia hanno agevolato molto il lavoro degli inquirenti.
Complessa e delicata l’attività di indagine, svolta dagli investigatori dei carabinieri della stazione di Assergi e dell’Arma. Nelle fasi preliminari delle indagini sono state raccolte anche le testimonianze di alcuni giornalisti in qualità di persone informate dei fatti. Ora l’accusato Paolo Scimia sarà assistito dagli avvocati Ferdinando e Manuela Paone, mentre la parte offesa dall’avvocato Roberto Madama.






