L’AQUILA – Urban center dell’Aquila: uno strumento giudicato da tutti come necessario a coinvolgere la società civile nelle grandi scelte da cui dipende il presente e il futuro della città.
Nato da oltre un anno, ma che come più volte evidenziato da Abruzzoweb, caratterizzato finora da un sostanziale immobilismo, da scarsa efficacia e autorevolezza, anche causa di conflitti interni.
Critiche che sono valse a questa testata gli strali di molti componenti dell’Urban center, a cominciare dal presidente, l’architetto Maurizio Sbaffo.
Ma a confermare la legittimità di queste critiche arriva ora, indirizzata a questo giornale, una lunga e argomentata lettera di Paolo Tella, anche lui socio dell’Urban center, e presidente del consorzio etico L’Aquila 99, che questa estate ha dato vita nell’ambito della Festival della partecipazione, e sotto l’egida dell’Urban center, al Tavolo tematico dedicato alla rivitalizzazione del centro storico, alla sua ricostruzione economica e culturale.
Osservazioni critiche, precisa Tella, come del resto quelle di Abruzzoweb, che vogliono essere da stimolo a far si che l’Urban center, costituito da ben 66 associazioni cittadine, superi finalmente la fase di stallo, assumendo “il ruolo di attivatore di processi e luogo di partecipazione”, e di supporto all’azione espressiva e democratica dei cittadini, anche permettere l’incontro di chi esprime esigenze con chi decide”.
LA LETTERA DI TELLA
Gentile redazione, a seguito del vostro articolo un anno di stasi all’Urban center ”assenteismo dei soci paralizza attivita”’, ed essendo stato chiamato in causa nello stesso articolo, sento di dover intervenire doverose precsazioni di alcune dichiarazioni che, a mio avviso e nell’interesse di tutti i soci dell’Urban Center, rischiano di creare confusione.
Certo apprezzo la vostra attenzione alla nostra vicenda e, per questo, mi rivolgo in questo intervento solo a voi senza, mi auguro, mancare di rispetto a tutte le altre testate locali.
La questione centrale è che il nostro Urban Center è uno strumento giovane, voluto dal Comune, e nato su istanza di diverse realtà cittadine.
Nel suo percorso ha cambiato anima diventanto luogo di incontro delle associazioni culturali più che degli ordini professionali, imprese ed Università. Ma è il processo democratico interno che ha portato a ciò attraverso l’elezione del Presidente Sbaffo e di un Comitato Scientifico da cui, tutti quelli che avevano indicato Antonella Marrocchi, candidata presidente in alternativa a Sbaffo, hanno ritenuto di non candidarsi.
Ora è questo, non è altro.
Ed ha ragione Marrocchi quando dichiara che c’è disinteresse e che “per alcuni è semplicemente dovuto allo scoraggiamento per un periodo così lungo di inattività” ma credo che dobbiamo avere la capacità di leggere la dinamica interna e distinguere lo strumento dall’uso che ne facciamo.
Per il primo aspetto, la dinamica interna, sono successe due cose: il disinteresse da parte di chi aveva aspettative diverse e, piuttosto che proporre ed assumersi la responsabilità di fare, ha scelto di attendere la fine (due anni) di questo mandato; poi c’è l’inesperienza che non permette di applicare i dettami dello Statuto ed attivare quel percorso formale necessario a garantire la legalità interna delle decisioni.
Quindi credo che la questione del Regolamento “bloccato dalla minoranza”, citato da Sbaffo, sia un falso problema: non si è mai visto che la minoranza blocca la maggioranza; comunque l’assemblea ha approvato l’attivazione dei tavoli di partecipazione su proposta dei soci e tutti possono farsi promotori di attività, con buona pace di chi si lamenta piuttosto che agire.
Inoltre, lo Statuto permette di sbloccare, di accettare nuovi soci, di avviare le attività. Chi deve applicarlo è il Presidente ed il Comitato Scientifico sottoponendo le decisioni all’Assemblea.
Per parlare, invece, dello strumento in se come Urban Center, credo che in una struttura nata per favorire la partecipazione dei cittadini non si debba parlare di maggioranza e minoranza.
Non serve: perchè ogni attività che vada nella direzione della partecipazione dei cittadini può essere proposta ed essere attuata.
Il lungo periodo di inattività deriva dalla mancanza di proposte, onestamente dobbiamo riconoscere che deriva dal non sapere cosa fare.
Fare è oneroso ed è rischioso, meglio guardare gli altri e poi criticarli; noi siamo così.
Ad esempio: chi vuole fare il Museo della Città può farlo, anche se non è stato eletto il “suo Presidente”. Lo proponga e lo faccia.
Credo che si debba dare la possibilità a tutti i soci di presentare proposte di attività e si debba lavorare per attivare sinergie e coordinamento, per rilevare esigenze diffuse da trasmettere al Comune per le sue azioni di indirizzo politico, credo che si debba favorire quella cultura di crescita democratica di cui tutti parliamo.
A questo servono i tavoli tematici di partecipazione: a creare sinergia e squadra tra le associazioni che si occupano degli stessi temi, oppure tra quelle che si occupano di temi che possano valorizzare iniziative.
Ad esempio, nel mio lavoro appena iniziato del tavolo tematico per la valorizzazione del centro storico, ho ipotizzato la sinergia di esercenti ed iniziative culturali per ricreare attrattività in determinate zone. Ma è una mia idea di sviluppo locale.
Non è precluso alcun altro indirizzo.
Ma la partecipazione è reale se interviene prima della decisione, partecipare non significa essere invitati ad ascoltare ciò che si è deciso altrove: partecipare significa essere ascoltati prima che venga deciso qualcosa che ci riguarda, che riguarda la città ed i cittadini, che riguarda le scelte che coinvolgono l’utilizzo e la disponibilità dei beni comuni. Come la nostra città. La partecipazione consapevole richiede studio ed applicazione: bisogna essere informati per farlo. Altra fatica …
L’Urban Center deve ascoltare e capire su diversi temi: pedonalizzazione, ritardi della ricostruzione, prevenzione per la sicurezza sismica, viabilità, aiuti ad Amatrice, la sicurezza nelle nostre scuole, lo stato delle frazioni. Ma direi anche su temi semplicissimi del tipo come si guida nelle rotatorie o a cosa serviranno davvero i sottoservizi.
Ma sono percorsi interni, che devono far crescere la cultura della partecipazione e processi identitari all’interno dell’Urban Center e poi devono aiutarci ad essere autorevoli verso l’esterno, essere utili alla città.
Se pensiamo a questo è vero che l’Urban Center ancora non ha quel ruolo di attivatore di processi voluto dallo Statuto, realmente utile alla città.
Ma va bene, purchè se ne prenda atto e si lavori insieme in tal senso.
Non è lo strumento inutile, è l’uso che se sta facendo che è sbagliato.
La comunicazione, ad esempio, non serve per comunicare a prescindere, serve a creare relazioni e modificare i comportamenti intorno a determinati temi; non esiste un “disastro comunicativo” e, se esistesse, non sarebbe il nostro Urban Center autorevole tanto da salvare la città; non è realistico, prendiamone atto.
Ma, anche questa, è una mia teoria, teoria che ho chiesto di discutere in assemblea con i soci e poi, rispettando le decisioni condivise, attuarla verso l’esterno.
Mi auguro si faccia presto.
È questo il nodo centrale: noi siamo tutti pronti a dire agli altri cosa devono fare e come dovrebbero farlo, senza mai essere disposti a modificare il nostro percorso.
In chiusura, con questo mio intervento, voglio difendere lo strumento Urban Center e riconoscere la lungimiranza di chi l’ha costruito: Comune dell’Aquila, Istituto nazionale di urbanistica, Università e Policentrica.
Contemporaneamente mi permetto di invitare tutti ad una riflessione o una presa d’atto: chi vuole fare venga a proporre chi non vuole fare resti a guardare ma non denigri il lavoro degli altri.
Partecipare non significa “andare a sentire che cosa dicono”.
I cittadini attivi non hanno bisogno di leggi o regolamenti, possono agire negli infiniti spazi democratici che abbiamo conquistato. L’Urban Center deve essere di supporto all’azione espressiva e democratica dei cittadini, deve permettere l’incontro di chi esprime esigenze con chi decide. Non è il luogo di scontro tra maggioranza e minoranza nè di rivalsa personale degli esclusi.
Spesso la mia domanda è: “tu che faresti” e quando l’interlocutore di turno mi risponde con mille motivi ed argomentazioni suggerisco: “bello, molto bello, complimenti. Fallo tu, io ti seguo, e poi vediamo se riusciamo a coinvolgere altri”. Stiamo imparando tutti, abbiate pazienza.




