L’AQUILA – Un pentito di ndrangheta, Felice Ferrazzo, approda in gran segreto in Molise, protetto dalla giustizia con cui collabora, ma da lì con l’aiuto del figlio Eugenio e di altri sodali comincia la rifondazione della sua ndrina che in qualche anno avvia un proficuo traffico di droga e armi, reinvestendo i proventi in attività lecite e illecite.
Il meccanismo perverso è stato portato alla luce da una complessa indagine della procura distrettuale antimafia dell’Aquila, nell’operazione “Isola felice”, quella che il boss aveva trovato in regione, con 25 arresti, di cui 14 in carcere, e 149 indagati complessivi.
Una vasta operazione cominciata stamattina presto da parte dei Carabinieri di Pescara, con sequestri e ordini di carcerazione o domiciliari in Abruzzo, Molise, Calabria, Sicilia, Lazio e Marche e 200 militari impiegati.
I dettagli sono stati resi noti nel corso di un incontro con la stampa alla presenza del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che ha evidenziato come le infiltrazioni non si debbano sottostimare e ha criticato i fenomeni di “negazionismo” in altre regioni d’Italia.
Soprattutto, ha aggiunto, è importante continuare a vigilare anche dopo queste grandi operazioni di polizia: la ndrangheta aveva attecchito tra Molise e costa abruzzese approfittando del fatto che un’altra operazione, la “Adriatico” del febbraio 2014, avesse debellato nelle stesse zone la camorra.
I reati principali contestati sono: associazione di tipo mafioso; detenzione, porto e traffico di armi da sparo e da guerra clandestine; estorsioni attraverso atti intimidatori quali incendi, danneggiamenti ed esplosioni di colpi di arma da fuoco; reimpiego di circa 1 milione di euro in attività commerciali come bar, sale giochi, sale scommesse, imprese edili; contraffazione e uso di documenti contraffatti; associazione per delinquere finalizzata all’importazione, alla raffinazione e allo spaccio di ingenti quantità di droga.
Il traffico è aggravato dalla transnazionalità, infatti il sodalizio ha operato in Argentina, Repubblica Dominicana, Colombia, Olanda, Spagna, Inghilterra, Svizzera e Belgio.
A disporre gli arresti il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila Giuseppe Romano Gargarella, che ha accolto le richieste del pubblico ministero Antonietta Picardi.
Secondo quanto disposto dal gip Gargarella, su richiesta della procura distrettuale antimafia, i 14 arrestati in carcere nell’ambito dell’operazione “Isola felice” che ha sgominato una cosca ‘ndranghetista tra Abruzzo e Molise sono Felice Ferrazzo, Eugenio Ferrazzo, Maria Grazia Catizzone, Emilio Rossi, Mirko Marchese, Fabio Marchese, Mirko De Notaris, Rocco Perrello, Alina Elena Anton, Antonio Popolo, Carmine Farese, Francesco Scicchitano, Giuseppe Di Donato e Alessandro Contin.
Gli arresti domiciliari sono stati concessi a sei persone: Antonio Nicola Morganella, Antonino Granata, Vincenzo Macera, Domingos Junior Catanzaro, Pasquale Gagliano e Olesia Molcanova.
Ci sono, infine, cinque misure di obbligo di dimora nel comune di residenza e presentazione giornaliera alla polizia giudiziaria per Tiziana Mila, Francesca Zullo, Costantino Petrucci, Espinoza Josè Maria Solarte e Orlando Iannarone. Gli indagati a piede libero sono in tutto 149.
Secondo quanto appreso da fonti investigative, irreperibili nel corso dell’operazione di oggi sono risultati la Anton tra i destinatari di custodia cautelare in carcere, la Zullo e Solarte tra quelli colpiti da obbligo di dimora.
Tra le attività sequestrate, a San Salvo (Chieti) Bike& Car, a Termoli (Campobasso) Joker’s Club, Slot Centro Studi, Accademia Biliardi La Garuffa, Nuovo Caffè-Deja vu e Molise Casa Costruzioni. A Termoli, infine, Pizzeria Napul’è ‘o panzerott e Bar Planet Caffè.
Il gip ha nominato amministratore giudiziario Francesco Pietrocola.
INDAGINI PARTITE DA INTERCETTAZIONI NEL CARCERE DI CAMPOBASSO
L’operazione antimafia scattata questa mattina in sei regioni (Abruzzo, Molise, Calabria, Sicilia, Lazio e Marche), con 25 misure cautelari, è l’epilogo di una inchiesta partita a Campobasso su iniziative della locale Procura.
Tutto prese il via dal ritrovamento di un arsenale di armi, nascoste in una macchina di proprietà di Eugenio Ferrazzo, pregiudicato 38enne di Mesoraca (Crotone).
L’auto fu trovata in un garage di Termoli nel luglio del 2011 e proprio in seguito a questa vicenda Ferrazzo fu condannato dal tribunale di Larino a 12 anni di carcere.
Ad affittare il locale da una donna del posto era stato il collaboratore di giustizia Felice Ferrazzo, padre di Eugenio.
Nell’ambito dell’indagine svolta a Campobasso, condotta personalmente dal procuratore Armando D’Alterio insieme al sostituto Rossana Venditti, grazie alle intercettazioni, sono stati approfonditi i collegamenti di Eugenio Ferrazzo con la malavita abruzzese e i contatti di suo padre con gli stessi ambienti in Calabria.
A partire dal 2011 i magistrati di Campobasso hanno dunque avviato una collaborazione investigativa con la Procura dell’Aquila fornendo, durante incontri svolti alla Procura nazionale Antimafia, una serie di intercettazioni ambientali effettuate nel carcere di Campobasso e riguardanti Eugenio Ferrazzo.
Nelle conversazioni c’erano “rilevantissimi elementi di prova” in merito a reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e che spostavano il fulcro dell’indagine in Abruzzo (seppure con notevoli ricadute in Molise).
Il procedimento è stato dunque incardinato dai magistrati dell’Aquila ed è poi sfociato nell’imponente blitz di questa mattina.
IL CLAN FERRAZZANO VOLEVA RIFARSI UNA VITA IN ABRUZZO
Il clan Ferrazzo della ‘ndrangheta voleva rinascere in Abruzzo, arrivando in una ‘isola felice’ per ricostruire le proprie abitudini criminali usando lo spaccio di droga per finanziare altre attività lecite e illecite.
È quanto emerge dall’indagine relativa all’operazione dei carabinieri denominata “Isola Felice”, che ha portato all’emissione di 25 custodie cautelari, di cui 14 in carcere, e 149 indagati in sei regioni (Abruzzo, Molise, Calabria, Lazio, Marche e Sicilia) per associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e di armi, estorsione, riciclaggio.
Tra le misure disposte dal giudice per le indagini preliminari dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, ci sono anche 6 arresti domiciliari e 5 obblighi di dimora.
“È stata un’indagine complessa – ha spiegato il sostituto procuratore Antimafia dell’Aquila, Antonietta Picardi, spiegando i dettagli dell’operazione nel corso di un incontro con la stampa alla presenza del procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti – soprattutto perché cominciata in Abruzzo, conosciuto come snodo di sostanze stupefacenti, con un arresto di una persona con un grosso quantitativo”.
“Si è risaliti a una filiera importante che aveva contatti con Sudamerica, Olanda, e tre collaboratori di giustizia ci hanno aiutato anche a comprendere le intercettazioni ambientali e telematiche”, ha aggiunto.
“Il clan Ferrazzo aveva interessi particolari – ha proseguito ancora il magistrato – il traffico di droga serviva al sostentamento, all’acquisto di armi e al reimpiego del denaro in attività tendenzialmente lecite già esistenti oppure nuove attraverso prestanomi”.
Le armi venivano acquistate “non solo in Italia dalla zona di Foggia, in ambienti malavitosi già conosciuta dalla Dna, ma anche dalla Svizzera, appena fabbricate e portate in Italia senza essere dimenticate”.
Il magistrato ha evidenziato anche “legami con mafia, camorra e sacra corona unita. C’erano capi, luogotenenti, singoli responsabili delle zone – ha illustrato – ognuno con compito particolare, armi, territorio, spaccio o reimpiego”.
Per la Picardi è stato “importante anche il rapporto con alcuni imprenditori edili che erano a disposizione del clan per attività illecite, uno ha partecipato a un’estorsione al servizio dell’associazione. Inoltre – ha sottolineato – mettevano a disposizione locali per nascondere armi, droga e altro. Uno in Abruzzo e uno in Molise con arsenali e raffinerie vere e proprie per i quali si è già proceduto in passato”.
Nel corso della conferenza stampa è stata citata la memoria del carabiniere Giampaolo Pace, originario dell’Aquilano e in servizio a Pescara, scomparso nel recente terremoto del Centro Italia.
PROCURATORE NAZIONALE ROBERTI: “MAI NEGARE FENOMENO NE’ DIMENTICARE TERRITORI”
“I radicamenti delle ‘Ndrine da territori diversi da quelli di origine possono essere contrastati a condizione che si intervenga tempestivamente e che non si neghi il fenomeno”.
Così il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, parlando dell’inchiesta “Isola felice” che oggi ha smantellato il rinato clan ndranghetista dei Ferrazzo tra Abruzzo e Molise con 25 arresti e 149 indagati.
“È importante il modello investigativo – ha aggiunto – perché in altre parti, nel Centro e Nord Italia, le cosche si sono inserite per ritardi e addirittura per negazionismo della loro presenza. Qui all’Aquila, e anche alla procura di Campobasso, che ha dato via all’indagine, c’è stata un’azione tempestiva fino a oggi, che consente di ritenere che sia stata definitivamente sradicata questa cosca di dimensioni transnazionali, perciò manifesto tutto il mio apprezzamento”.
Per Roberti, “l’intervento di oggi arriva dopo un’azione investigativa incessante durata dal 2010 con l’arresto degli indagati e conclusa dopo varie tappe con sequestro di droga e armi, spesso veri e propri arsenali”.
“Felice Ferrazzo è andato in Molise come località protetta, da collaboratore di giustizia – ha proseguito il responsabile della Dna – e ha approfittato per rimettere in piedi l’operatività criminale della propria cosca con il figlio Eugenio, poi allargandosi anche in Abruzzo”.
Roberti ha svelato anche che “si è approfittato della sconfitta del clan camorristico Cozzolino, sradicato dall’operazione Adriatico, pure condotta dalla procura dell’Aquila e dai carabinieri, a quel punto i Ferrazzo sono subentrati”.
“Questo – ha concluso – ci dice che dopo un intervento importante non bisogna dimenticare il territorio, ma continuare a monitorarlo perché c’è il rischio che subentrino altri”.
I CARABINIERI: “DECISIVA NOSTRA RETE CAPILLARE SUL TERRITORIO”
“È sempre più importante il nostro sistema capillare e reticolato sul territorio, presidiato da un’organizzazione ramificata che riesce a percepire i segnali, mette in circolazione le informazioni e gli elementi per bloccare questo tipo di dinamiche”.
Così il comandante della Legione Abruzzo dei carabinieri, il generale Michele Sirimarco, nel corso di un incontro con la stampa alla presenza del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha voluto evidenziare il ruolo dell’arma nell’ambito dell’operazione “Isola felice” che ha sgominato un rinato clan ndranghetistico tra Abruzzo e Molise.
Il comandante provinciale dei carabinieri di Pescara, il colonnello Paolo Piccinelli, ha spiegato il nome dell’operazione con il fatto che il principale indagato, Felice Ferrazzo, “si era stabilito in quella riteneva fosse un’isola felice, e giustamente perché lo è. Pensava di ricostruire qui le sue abitudini – ha precisato – Il 75% del Pil della ndrangheta è costituito dal traffico di droga e voleva riallacciare rapporti con la casa madre e con altre consorterie criminali”.
Il comandante del nucleo investigativo, il maggiore Massimiliano Di Pietro, ha rimarcato anche “il ruolo importante delle donne del clan. I trasporti di droga avvenivano non solo sui mezzi, ma anche sulla persona, con ovuli ingeriti o inseriti in un cilindro metallico”.
“La cocaina spesso veniva importata in forma liquida, quindi entravano in gioco esperti che la riportavano allo stato di polvere – ha aggiunto – La droga poi veniva piazzata sul mercato attraverso una rete di italiani e stranieri che hanno invaso Pescara, Montesilvano, Vasto, San Salvo e la costa molisana”.
Secondo Di Pietro, “l’associazione era in grado di attuare forme di autoriciclaggio nel commercio di autoveicoli o attività di ristorazione in genere dove venivano reinvestiti i proventi. I pagamenti – ha concluso – avvenivano attraverso i circuiti money transfer che abbiamo monitorato”.




