CHIETI – C’è chi dorme in macchina perché non si può permettere un affitto, chi tira avanti con l’aiuto dei parenti o con lavoretti saltuari, chi si è indebitato di decine di migliaia di euro con le banche.

Non sono lavoratori rimasti senza lavoro nella Grecia strangolata dal debito e dalle politiche europee di austerity.

Sono i 28 lavoratori abruzzesi del Ciapi, il Centro interaziendale addestramento professionale industria, ente partecipato interamente dalla Regione Abruzzo, gravato da 5 milioni di euro di debiti, che continuano a timbrare il cartellino anche se sono da tre anni senza stipendio, sperando in un miracolo, visto che con un età media di 55 anni ricollocarsi in un mercato della formazione professionale in crisi nera è ancora più utopistico.

Prime vittime di una crisi paradossale e che sembra senza via d’uscita. A differenza di quello che è accaduto per altri enti regionali stracotti come Abruzzo Engineering, salvati dalla Regione a suon di milioni di euro.

In questi giorni prende forza la proposta del vicepresidente della Regione Giovanni Lolli di liquidare l’ente, vendere la sede di Chieti Scalo per pagare gli stipendi arretrati, e trasformare i dipendenti in co.co.co. da impiegare come collaboratori esterni. Ipotesi esplicitata da Lolli in una seduta in Commissione Vigilanza, in cui il dirigente regionale Ebron D’Aristotile ha assicurato che intanto sarà approvata il 25 maggio la delibera di Giunta che sbloccherà 700 mila euro già appostati nel bilancio di previsione necessari per pagare almeno una parte delle mensilità arretrate.

Ad Abruzzoweb il direttore a titolo gratuito, non pagato anche lui da tre anni, Paolo Cacciagrano, boccia senza appello la proposta di Lolli, ai limiti della legittimità, a suo dire, e rilancia l’unica soluzione che potrebbe far risorgere il Ciapi e anche restituire all’Abruzzo una struttura che nonostante tutto ha un’alta competenza in formazione e aggiornamento professionale, un settore che un giorno si e l’altro pure viene considerato strategico dalla politica di ogni colore e rango.

“I dipendenti che vivono una situazione umana drammatica e continuano a lavorare – si sfoga Cacciagrano – in sette fanno corsi di formazione agli apprendisti assunti dalle aziende abruzzesi, e tutti vengono comunque qui al Ciapi perché credono ancora nel miracolo, vogliono salvare questa realtà. La liquidazione è il tradimento di questa tenace speranza, non accetteranno di essere trasformati con una pacca sulla spalla da lavoratori con contratto a tempo indeterminato, a lavoratori precari che potrebbero a quel punto essere definitivamente messi alla porta”.

I dipendenti sono pronti insomma a dare battaglia, forti anche di una sentenza della Cassazione a sezioni unite del 1997, che ha stabilito che la Regione si deve far carico della struttura e del funzionamento amministrativo di un ente interamente partecipato come il Ciapi, ivi compresi i dipendenti. L’atto legislativo che avrebbe dovuto formalizzare questo impegno non è stato mai approvato, un progetto di legge che va in tale direzione a firma dell’assessore Marinella Sclocco, giace nelle commissioni.

“Lavoratori e sindacati – aggiunge Cacciagrano – sono compatti nel ritenere, che prima vanno ricollocati i dipendenti, con il loro contratto a tempo indeterminato, e solo poi si può pesare ad una liquidazione del Ciapi”.

Del resto tanta è la rabbia dei lavoratori Capi per la diversità di trattamento riservata dalla Regione ad altre società come Abruzzo Engineering.

“È una vera anomalia – spiega Cacciagrano – il Ciapi era già al cento per cento per cento di proprietà della Regione, e ci lasciano al nostro destino. Abruzzo Engineering, era un ente della regione solo al 30 per cento, e sono stati spesi per farla diventare tutta in house, e ora ci si appresta a versare altri 5 milioni per ripianare i bilanci. A noi non vengono pagati stipendi da tre anni, che pure sono dovuti per legge, visto che abbiamo regolare contratto”.

Il Ciapi ha un debito reale di 5 milioni di euro: metà sono gli stipendi non pagati e le cause di lavoro perse, per vecchi licenziamenti illegittimi, l’altra metà sono debiti con l’erario, ovvero contributi pensionistici e Irpef, che Equitalia chiede indietro. I debiti verso i fornitori sono tutto sommato limitati, di circa 300 mila euro.

Il debito però sale a 10 milioni se si calcolano anche le rateizzazioni di vecchi debiti con Inps e Agenzia delle entrate.
Una vicenda intricata: con Equitalia il Ciapi aveva strappato un accordo che prevedeva l’azzeramento di interessi e more, con l’impegno di pagare regolarmente le rate mensili da 16 mila euro.

La Regione però ha smesso dal 2010 di finanziare il Ciapi con 620 mila euro l’anno. E il Ciapi non è più riuscito a pagare ad Equitalia le rate del mutuo, con un arretrato  che è salito a 3 milioni di euro. E di conseguenza ora dovrà pagare interessi e more. L’accordo con Equitalia però può essere riproposto, se verranno pagate le rate arretrate del mutuo.

Il problema principale è però che Ciapi, non potendo pagare i contributi, oltre che gli stipendi, non ha il Documento unico di regolarità contributiva (Durc) in regola, e pertanto ha le mani legate: non può incassare i proventi delle commesse pubbliche, né partecipare ai tanti bandi nazionali ed europei sulla formazione professionale. E in questo modo la spirale e la crisi si avvitano su se stesse, e ogni mese che passa il debito ovviamente aumenta.

Cosa dovrebbe dunque fare la Regione? La risposta a questa domanda è sempre la stessa, che Cacciagrano illustra ancora una volta passo per passo con dovizia di numeri.

“L’unica soluzione – spiega il direttore – è quella di contrarre un mutuo con le banche da 5-6 milioni di euro. Da parte sua la Regione si deve però impegnare a tornare a versare le quote sociali da 620 mila euro l’anno che saranno per le banche la garanzia della restituzione del mutuo. Con quei 5-6 milioni il Ciapi potrà però subito azzerare finalmente tutti i suoi debiti con Equitalia, con i fornitori, e pagare tutti gli stipendi”.

Avrà insomma Durc nuovamente regolare, e potrà tornare a fare attività formativa presso enti pubblici, a servizio delle aziende, e partecipare a bandi europei.