L’AQUILA – Il drammatico decesso di un bimbo di 6 anni all’ospedale dell’Aquila nel 2011 è avvenuto “a causa della mancata modifica dell’iniziale diagnosi” da parte dei dottori che lo hanno preso in cura e senza la loro “doverosa rivalutazione di tutte le circostanze” dei sintomi di quella che, in realtà, come emerso poi, era un’occlusione intestinale.

Per questo motivo, lo scorso 12 febbraio, il giudice monocratico Giuseppe Grieco ha condannato quattro medici del “San Salvatore” con l’accusa di omicidio colposo in concorso.

Si tratta di Massimo De Benedictis (dirigente medico presso il reparto di Chirurgia Ospedaliera), Giovanni Farello (dirigente medico dell’unità operativa di Clinica pediatrica), Giovanni Nigro (direttore dello stesso reparto) e Stefania Muci (medico di turno in Pediatria e Pronto soccorso).

Per ciascuno di essi la pena è di 6 mesi di reclusione, sospesa e con non menzione sul casellario giudiziario.

Disposta anche una provvisionale, un risarcimento immediatamente esecutivo, di 300 mila euro per i familiari della giovane vittima.

Oggi sono state diffuse le motivazioni della sentenza. I fatti riguardano il decesso accaduto il 29 luglio 2011 mentre il piccolo era ricoverato. Originario di Roma, ma a Montereale per un periodo di vacanza, accusò un forte malore e venne ricoverato in Pediatria; le condizioni, però, peggiorarono e il giorno successivo all’ingresso in ospedale morì.

Secondo l’accusa, sostenuta dai pubblici ministeri Antonietta Picardi e Rita Di Gennaro e avvalorata dal giudice, i medici hanno causato la morte per aver omesso l’esatta diagnosi, malgrado gli inequivocabili sintomi della malattia.

In particolare, per Grieco, se la Muci e Nigro “avessero raccolto le indicazioni che il quadro clinico del paziente forniva inconfutabilmente, avrebbero disposto i banali accertamenti diagnostici (ecografia e diretta dell’addome) che avrebbe immediatamente evidenziato la necessità dell’intervento chirurgico e la positiva evoluzione della malattia”.

Quanto a Farello e De Benedictis, “hanno avuto la responsabilità del paziente dalle 20 della sera e fino alla mattina successiva in cui il bambino è deceduto” e per loro le precedenti considerazioni di Grieco “mantengono intatta la loro valenza probatoria”.

“Non c’è alcuna possibilità – scrive Grieco – che di giungere a una sentenza diversa da quella dell’affermazione della loro penale responsabilità”.

Per il giudice, “nessuno di loro può fondatamente ritenersi esente da colpa” e “la grave negligenza che li accomuna tutti, individuata nell’omissione di semplici accertamenti diagnostici che li avrebbe immediatamente condotti a rendersi conto della drammaticamente errata diagnosi di chetoacidosi diabetica, resiste a qualsiasi giudizio controfattuale”.

Bocciate le argomentazioni difensive degli avvocati degli imputati, dato che, per il magistrato, “nessuno di essi ha potuto superare la pesante valenza probatoria dei fatti acclarati in dibattimento”.

È una sentenza di primo grado, che sarà verosimilmente appellata, ma ora si attendono possibili valutazioni della posizione ed eventuali decisioni da parte dell’Università e della Asl sulla figura di Farello, che è convenzionato. In tal senso, sarebbe un fedelissimo dell’ex rettore, Ferdinando Di Orio, e della direttrice del dipartimento Mesva, Maria Grazia Cifone. (red)