L’AQUILA – Partiranno oggi le prime diffide da parte della prefettura dell’Aquila contro quei Comuni che, la metà circa tra i 108 che compongono il territorio provinciale, e L’Aquila su tutti, non hanno ancora approvato il bilancio consuntivo 2015 e/o il bilancio di previsione 2016.
Intanto, i bilanci del capoluogo approvati dalla Giunta sono entrambi all’esame dei revisori dei conti dell’ente e presto andranno al vaglio delle commissioni, per arrivare in aula entro metà maggio, in tempo per evitare la caduta dell’amministrazione, secondo gli auspici del presidente del Consiglio, Carlo Benedetti.
E intanto spunta l’ipotesi del ritiro in autotutela della delibera che dispone l’aumento delle tasse, ma se e solo se arriveranno i quattrini necessari dal governo.
I termini sono scaduti lo scorso 30 aprile: scadenza naturale per il consuntivo, che è la “fotografia” di quanto speso nell’anno passato, e scadenza prorogata di mese in mese dal ministero dell’Interno anche per il bilancio di previsione, che programma le spese per il 2016, dall’originaria deadline del 31 dicembre scorso.
Chi non ha approvato il bilancio non ha patito fin qui altra conseguenza che non quella di governare “in dodicesimi”, ossia con il tetto di spesa limitato appunto a un dodicesimo di quello dell’anno precedente, ma molti enti sono ormai in qualche modo “abituati” a questi paletti.
Ma ora bisogna decidersi perché, una volta arrivata la diffida del prefetto, che al giorno d’oggi è immediata tramite posta elettronica certificata, si hanno 20 giorni di tempo per provvedere, pena il rischio dello scioglimento coatto del Consiglio comunale e l’arrivo di un commissario prefettizio.
Particolarmente delicata è la situazione dei comuni del “cratere” del terremoto del 6 aprile 2009, che devono compensare le minori entrate dovute all’inagibilità del patrimonio immobiliare e, negli anni passati, hanno goduto di un contributo straordinario da parte del governo che oggi ancora tarda ad arrivare.
Un contributo milionario, nel caso dell’Aquila, che ha beccato 24,5 milioni nel 2015 e nel 2014, 26 milioni nel 2013, circa 25 nel 2012 e nel 2011 e così via.
Somma grossomodo sempre simile ma che ora rischia di essere fortemente ridotta dalle stime del governo chieste agli uffici speciali e, soprattutto, di arrivare troppo tardi, visto che si sono perse le “navicelle legislative” per inserirla, la legge di stabilità e il decreto “Milleproroghe”, e il governo non può cacciare soldi di punto in bianco senza una legge.
Ecco perché ci vuole un decreto legge ad hoc solo per L’Aquila, ipotesi molto complicata, e su questo si lavora dopo che l’ultimo escamotage, l’emendamento della senatrice Stefania Pezzopane alla legge di conversione del decreto Università del ministro Stefania Giannini, è stato giudicato irricevibile per la non attinenza della materia e anche per mancanza di copertura finanziaria.
Nel frattempo la Giunta ha approvato abbastanza rapidamente il consuntivo e, sabato scorso, la previsione, mentre in Consiglio sono passate le delibere che fissano le tariffe e dispongono, in particolare , l’aumento della tassa sui rifiuti (Tari) al 20%, con prospettiva di salire di un altro 30%, arrivando al 50% complessivo, qualora non arrivino i fondi governativi.
Dopo il passaggio in commissione, la stima del presidente Benedetti è quella di arrivare in aula per il 15 maggio, in tempo, nei suoi auspici, per evitare la mannaia della prefettura.
Senza i quattrini di Matteo Renzi passerà un bilancio “lacrime e sangue”, come già detto più volte, con la sola raccolta rifiuti assicurata dai balzelli presi dalle tasche degli aquilani e tagli generalizzati e inquietanti a cultura, sociale, servizi. Un incubo per l’ultimo anno di mandato che darà il via alla prossima campagna elettorale.
Che cosa accadrà, al contrario, in caso di arrivo del contributo del governo? I cittadini aquilani si ritroveranno con le tasse inutilmente aumentate? Sulla carta sembra proprio di sì, con la magra consolazione della ipotizzabile promessa di reinvestire il tesoretto in servizi e opere pubbliche.
Ma potrebbe esserci un’altra via: il ritiro in autotutela della delibera incriminata, sfruttando il fatto di averla approvata con il parere contrario dei dirigenti. Un colpo di teatro contabile dalla portata tutta da valutare ma che alla fine potrebbe anche funzionare. Comunque c’è tempo per riparlarne.





