L’AQUILA – “Per colpa di movimenti nazionalisti, come quello di Matteo Salvini, tutto quel che abbiamo fatto per unire i nostri popoli è ora in pericolo. Questo modo di dividere e semplificare mi ricorda quel che abbiamo vissuto prima della Seconda guerra mondiale. E mi fa paura. Presto il leader della Lega si accorgerà che questo non è un paradiso fiscale. Se veramente la Lega ha lasciato il suo tesoro in Lussemburgo, non è al sicuro”. 

Con queste parole, l’abruzzese Mars Di Bartolomeo, presidente del Parlamento del Lussemburgo, nipote di emigrati originari di San Demetrio Ne’ Vestini (L’Aquila) e della località teramana di Ponte Vomano, commenta, rispondendo alle domande del giornalista del Fatto Quotidiano Marco Lillo, la riunione che si è tenuta venerdì a Vienna tra i ministri dell’Unione europea sulla questione migranti.

Un incontro che ha fatto discutere soprattutto per il “botta e risposta” tra il Ministro italiano Salvini e il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Joan Asselborn, del Partito Socialista Operaio, che ha ricordato al leader leghista: “In Lussemburgo, caro signore, migliaia di italiani sono venuti a lavorare come migranti, affinché in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli”, per poi concludere con “merde, alors”. 

Di Bartolomeo spiega al Fatto che “Asselborn aveva citato il premier francese Macron dicendo solo che i migranti possono essere un’opportunità in un continente che invecchia. Salvini gli ha replicato dicendo che forse voleva soppiantare i nostri figli con ‘schiavi’. Questa immagine non è innocente. I migranti sono spesso scuri e lui, usando la parola schiavi, ha voluto richiamare concetti noti. Questo modo di dividere tra nero e bianco è usato dai Trump, gli Orbán semplifica, divide e peggiora il mondo. La mia politica e la mia storia è diversa. Io sono nato lussemburghese, ma i miei nonni sono partiti dall’Italia perché erano trattati, loro sì, come schiavi”, precisa l’abruzzese. 

Inoltre, l’esclamazione del ministro del Lussemburgo “non equivale a un insulto è un modo forte e un po’ volgare di dire: ‘Ora basta!’”.

Il presidente del Parlamento del Lussemburgo ricorda poi le sue origini: “Mio nonno materno era di una località vicino a Teramo, Ponte Vomano. Lui mi ha raccontato che c’erano i latifondisti che li trattavano come schiavi. Mio nonno paterno era di San Demetrio Ne’ Vestini, in provincia dell’Aquila. Non fuggivano dalla guerra, ma da quella situazione di estrema povertà. Nessuna ditta li aveva chiamati in Lussemburgo. Sono venuti da soli, senza le famiglie: giovani maschi come i migranti di oggi. Erano schiavi in Italia e sono diventati più liberi grazie al Lussemburgo. Non c’è più memoria. Allora l’Europa era di Benito Mussolini e Adolf Hitler. Ora ci sembra scontato che esista la pace, ma non è così”.

Un percorso di integrazione non facile, secondo Di Bartolomeo, perché “oggi i lussemburghesi mangiano italiano, vestono italiano, fanno le vacanze in Italia ma è un amore recente, ma allora l’Italia era un Paese sconosciuto, abitato da gente diversa per lingua e cultura. Quando ero piccolo, negli anni 60, ci chiamavano con disprezzo ‘spaghetto’, ‘orso’, o ‘boccia’, per irridere le origini italiane. Poi sono diventato sindaco della mia città, Dudelange, poi ministro e ora sono il presidente del Parlamento lussemburghese”, spiega al quotidiano italiano.

“Dopo le guerre nella ex Jugoslavia, venti anni fa, c’è stata una forte immigrazione anche islamica. E gli italiani all’inizio non erano ben visti. I miei nonni non erano avvocati, ma lavoravano in una miniera e in una fabbrica di ferro. I loro colleghi erano quasi tutti italiani. Mezzo milione di italiani sono venuti in Lussemburgo. Molti sono andati via, ma per capire quanti siano rimasti basta consultare l’elenco telefonico. Io mi chiamo Di Bartolomeo e sono il presidente del Parlamento”, prosegue l’abruzzese. 

Il giornalista, infine, fa notare a Di Bartolomeo che Salvini ha detto che il Lussemburgo è un paradiso fiscale e non può dare lezioni all’Italia e il presidente ha assicurato che “presto si accorgerà che non è così. Se veramente la Lega ha lasciato il suo tesoro in Lussemburgo, non è al sicuro. Perché il Lussemburgo è cambiato molto negli ultimi 15 anni e noi seguiamo le regole della trasparenza”.

Il riferimento è ai due magistrati genovesi che si stanno occupando caso sui rimborsi elettorali che la Lega ha indebitamente ricevuto in base a rendiconti contabili irregolari riguardanti gli esercizi del 2008, del 2009 e del 2010 presentati alla Camera e al Senato, per un ammontare di 49 milioni di euro. Si tratta del procuratore aggiunto Francesco Pinto e del pm Paola Calleri, che hanno avviato una rogatoria proprio con le autorità lussemburghesi, Paese dove potrebbero essere state “nascoste” queste somme.