PESCARA – Il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, si mette a disposizione della comunità sulla rete sociale di Facebook per provare a dirimere i dubbi sulle recenti e spinose vicende giudiziarie che l’hanno visto coinvolto assieme ad altre figure di primo piano dell’ente.
L’annuncio è arrivato oggi dallo stesso governatore sul suo spazio personale.
“Prestissimo su questa pagina un contraddittorio con domande e risposte ‘senza rete’ sulla vicenda Pescaraporto e sul nuovo ospedale di Chieti – ha assicurato – per liberarsi dalle ambiguità viziose che sono state messe in circolazione in questi giorni”.
La notizia è stata accolta molto positivamente dai dalfonsiani, che non hanno fatto mancare post di sostegno al presidente, e a chi fa notare che il titolo “D’Alfonso indagato” (come in effetti è) fa vendere più copie dei giornali, la sua risposta è che “devo rintracciare un Magistrato di Perugia che sentenziò l’obbligo di alcuni ‘scriventi in pubblico’ di studiare prima di conclamare. Si è trattato di un obbligo con tanto di sanzione accompagnata in caso di inadempienza, sono convinto che ci arriviamo presto in Abruzzo”.
Intanto D’Alfonso ha scritto anche al quotidiano Il Centro, in replica a un editoriale del direttore, Primo Di Nicola, sempre sull’indagine Pescaraporto, spiegando che “il prestigio, il rispetto e l’ onore delle istituzioni non sono in discussione, nonostante gli schizzi di fango che taluni dall’esterno cercano sovente di gettarvi sopra”.
“Leggo che lei – scrive D’Alfonso rivolgendosi a Di Nicola – stenta a credere a una serie di circostanze che, secondo la sua interpretazione, emergerebbero dall’inchiesta su Pescaraporto.
Chi stenta a credere in realtà è il sottoscritto leggendo il titolo del giornale da lei diretto: ‘Atti pubblici ideati nello studio Milia’“.
“Un titolo – prosegue D’Alfonso – senza virgolette: dunque non si sta riportando l’affermazione di qualcuno, ma è il giornale stesso che lo dice. O meglio, la redazione di cui lei è il massimo responsabile”.
“Stento a credere che una testata possa spingersi a formulare un’affermazione del genere, che ha tutta l’aria di una sentenza, soprattutto leggendo i testi degli articoli pubblicati oggi sull’argomento. In essi si insiste sul fatto che dirigenti della Regione e del Comune si siano recati nello studio dell’avvocato Giuliano Milia; a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, né il codice penale né quello civile prevedono divieti in questo senso”.
Poi D’Alfonso , dopo aver risposto passo per passo a quanto pubblicato dal quotidiano in merito ai documenti del Genio civile sottolinea che “nessun atto politico-amministrativo è stato formato ‘negli uffici di privatissimi professionisti e cittadini’, né esiste alcuna cabina di regia messa in piedi dal sottoscritto per favorire l’ avvocato Milia”, tesi, questa, smentita dalla procura che, secondo quanto appreso da fonti investigative, ritiene invece di avere le prove tra intercettazioni telefoniche e ambientali e testimonianze.
Nell’editoriale, Di Nicola aveva scritto di “stentare a credere, ma questo sembra il sospetto degli investigatori, che gli atti politico-amministrativi della Regione Abruzzo possano arrivare ad essere formati, invece che nelle sedi istituzionali, Consiglio, Giunta, commissioni, negli uffici di privatissimi professionisti e cittadini”.
E aveva aggiunto: “Stentiamo a credere come pure si ipotizza, che in Abruzzo una cabina di regia messa in piedi dal presidente Luciano D’Alfonso, possa aver favorito il suo legale di fiducia, Giuliano Milia, titolare di una partecipazione nella società Pescaraporto interessata ad una importante operazione immobiliare in città. Eppure – mette nero su bianco Di Nicola – è un fatto che almeno una riunione per decidere passaggi cruciali di questa pratica si sia svolta proprio negli uffici dello stesso Milia. Presenti uomini di fiducia del presidente della giunta regionale come Guido Dezio e, soprattutto, Claudio Ruffini, suo capo segreteria, quest’ ultimo intervenuto su sollecitazione diretta dello stesso governatore D’Alfonso”.





