L’AQUILA – “Non ci devono essere capri espiatori per questi inquinamenti storici”.

Così l’avvocato Paola Severino, difensore del geologo Molinari, nell’arringa pronunciata nel corso del processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila sulla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi sul Tirino (Pescara) della Montedison.

Come gli altri difensori dei 19 imputati accusati di disastro ambientale e avvelenamento dell’acqua, anche l’ex ministro della Giustizia del governo Monti ha ribadito le tesi secondo cui quanto fatto negli anni ’70 era considerato non solo lecito e perfettamente legittimo ma anche virtuoso perché riduceva l’impatto ambientale.

A questa fase del procedimento all’Aquila si è arrivati dopo il pronunciamento dello scorso marzo della Cassazione che ha convertito in appello tutti i ricorsi presentati “per saltum” alla Suprema Corte.

In Corte d’Assise a Chieti, il 19 dicembre 2014, 19 imputati erano stati assolti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere mentre il reato di disastro ambientale è stato derubricato in colposo e, quindi, prescritto.

L’indagine della procura di Pescara sulla mega discarica dei veleni prese il via nel 2007 con la scoperta da parte del Corpo Forestale di circa 185 mila metri cubi di sostanze tossiche e pericolose in un’area di 4 ettari nei pressi del polo chimico di Bussi.

L’esito della sentenza di primo grado ha provocato alcune inchieste giornalistiche che hanno prodotto indagini da parte della procura di Campobasso nei confronti del giudice Camillo Romandini, presidente del Collegio in Assise, per presunte pressioni sui giudici popolari.

A seguito dell’indagine, il Ministero della Giustizia ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti del giudice, mentre la procura generale della Cassazione sta svolgendo le indagini del caso.