CHIETI – “Ci aveva fatto l’onore di accettare la Minerva. Però poi impegni urgenti e il richiamo del capo dello Stato lo hanno costretto a tornare improvvisamente a Roma. Ci sarà naturalmente un’altra occasione pubblica per poterlo ringraziare di aver accettato il riconoscimento”.

Il rettore Carmine Di Ilio prende la parola durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’università d’Annunzio e tenta di spiegare con queste parole l’assenza del comandante nazionale della Guardia di finanza, il generale Giorgio Toschi. 

Tenta, ma non ci riesce. Lo inchiodano le parole dello stesso Toschi virgolettate sul “Fatto quotidiano”: “Intendo rinunciare al premio, che pure da cittadino abruzzese avrei molto gradito, ma mio malgrado, per il ruolo istituzionale che rivesto, e le indagini in corso, per me non è opportuno ritirarlo”.

Di Ilio fa finta di nulla e tira avanti. Nel suo discorso mostra l’immagine di una università vincente. Cita i dati sulla crescita delle immatricolazioni (13% in più rispetto all’anno passato, circa 6.600 iscritti al primo anno dei 53 corsi di laurea) e quelli sui fondi statali ottenuti grazie alle positive valutazioni da parte dell’Anvur (oltre 91 milioni di trasferimenti, ben 13 milioni in più rispetto al 2013, e 30 milioni di euro di investimenti programmati, dalla nuova biblioteca del campus pescarese al progetto per la Bucciante a Chieti).

È la sua ultima inaugurazione di un anno accademico con addosso l’ermellino da rettore (il suo mandato scade a fine ottobre). Lui non lo lascia a vedere, ma è una inaugurazione amara. Accompagnata da mille polemiche interne e soprattutto dalla notizia, pubblicata in giornata dal quotidiano Il Centro, di una indagine che vede lui e il suo direttore generale Filippo Del Vecchio accusati di abuso, falso e violenza privata. 

L’inchiesta parte da un esposto a firma dell’ex direttore del Museo universitario, Luigi Capasso, lo stesso che aveva guidato la protesta in seno al cda, fino a quando non è stato cacciato con decreto rettorale. 

Di Ilio e Del Vecchio dovranno comparire venerdì 27 davanti al giudice per le indagini preliminari Antonella Redaelli, per sottoporsi all’interrogatorio di garanzia, a seguito della richiesta della Procura, a firma di Giancarlo Ciani, della misura interdittiva. 

Molti i capi di imputazione. Il rettore e il direttore generale sono innanzitutto indagati per abuso per la revoca della nomina di Capasso dal cda senza preavvisare l’interessato (il motivo era l’incompatibilità della carica con quella di direttore del Museo universitario). 

Capasso agitava la fronda in Cda contro Del Vecchio accusandolo di aver falsificato la convenzione per la Bucciante, chiedendo di sottoporre il direttore generale ad azione disciplinare, cosa che gli avrebbe impedito di rinnovare il suo contratto con l’ateneo. Ma il professore non fa in tempo a portare avanti la sua battaglia: viene esautorato dalla carica e la fronda dei dissidenti non ha più i numeri per contare. 

Per Del Vecchio c’è anche l’accusa di abuso perché non si astenne dal partecipare al Cda che doveva decidere sul suo futuro. Insieme al rettore, inoltre, il direttore deve rispondere di falso per la convenzione sui lavori da fare alla ex caserma Bucciante. L’accusa ripercorre la battaglia di Capasso, secondo cui il Cda non aveva autorizzato Del Vecchio a muoversi come ha fatto. Era questo il motivo per cui si chiedeva un procedimento disciplinare contro il direttore generale, provvedimento che Di Ilio aveva promesso ma poi mai aperto, nonostante la richiesta formale dei consiglieri d’amministrazione.  L’ultima accusa è di violenza privata ai danni dello stesso Capasso.

Già troppe volte le vicende interne dell’ateneo d’Annunzio sono finite all’attenzione parlamentare (in particolari con interrogazioni dei 5 Stelle e di Al-A di Verdini). La nuova inchiesta è destinata a riaprire il dibattito anche a livello nazionale.