PESCARA – I livelli di contaminazione dei composti organici clorurati, tutte sostanze cancerogene e genotossiche, quindi fortemente lesive della salute, nell’area esterna alla mega discarica di Bussi sul Tirino (Pescara) della Montedison sarebbero addirittura raddoppiati rispetto al 2014, anno al quale risale il piano di catterizzazione fatto elaborare dall’ex commissionario governativo, Adriano Goio.

Il nuovo allarme sulla mega discarica dei veleni, sulla quale ancora non ci sono stati interventi di bonifica, emerge da analisi inedite, risalenti al 2015.

Sui gravi fatti di inquinamento domani all’Aquila in Corte d’assise d’Appello riprende il processo che prevede, al culmine di un fitto calendario, la sentenza entro fine gennaio.

Secondo quanto si è appreso, le analisi sono state commissionate dall’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta) da privati cittadini che abitano a valle del sito.

Si tratta di analisi integrative a quelle che la stessa Arta aveva svolto insieme a uno studio privato, nell’ambito del piano di caratterizzazione, dall’esito allarmante e mai inserito nelle carte processuali, commissionato da Goio.

Nell’udienza di domani sono in programma gli interventi delle parti civili costituite, tra queste in apertura, l’unica parte che ha impugnato la sentenza di primo grado, l’avvocatura dello Stato, che rappresenta il ministero dell’Ambiente e la Regione Abruzzo: parleranno gli avvocati Cristina Gerardis, che è attualmente direttore generale dell’ente regionale, e Generoso Di Leo.

Secondo quanto si è appreso, confermeranno le richieste risarcitorie del primo grado ammontanti a circa 1,5 miliardi di euro.

Nell’udienza di martedì scorso i due sostituti procuratori generale, Domenico Castellani e Romolo Como, al termine di due lunghe requisitorie, hanno chiesto per 18 dei 19 imputati le stesse ipotesi di condanne formulate dal pubblico ministero nel processo di primo grado, concluso però da assoluzioni.

Richieste che, con l’accusa di disastro ambientale e avvelenamento dell’acqua, variano da un massimo di 12 anni e 8 mesi a un minimo di 4 anni.

A questa fase del procedimento all’Aquila si è arrivati dopo il pronunciamento dello scorso marzo dalla Cassazione che ha convertito in appello tutti i ricorsi presentati alla Suprema Corte.

In Corte d’Appello a Chieti il 19 dicembre 2014, 19 imputati erano stati assolti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere mentre il reato di disastro ambientale fu derubricato in colposo e quindi prescritto.

L’indagine della procura di Pescara sulla mega discarica dei veleni prese il via nel 2007 con la scoperta da parte del Corpo Forestale dello Stato di circa 185 mila metri cubi di sostanze tossiche e pericolose in un’area di 4 ettari nei pressi del polo chimico di Bussi.

L’esito della sentenza di primo grado ha provocato alcune inchieste giornalistiche che hanno prodotto indagini da parte della procura di Campobasso nei confronti del giudice Camillo Romandini, presidente del Collegio in Assise, per presunte pressioni sui giudici popolari.

A seguito dell’indagine, il ministero della Giustizia ha aperto un provvedimento disciplinare nei confronti del giudice, mentre la procura della Corte di Cassazione sta riesaminando il caso.