L’AQUILA – La violenza sulle donne sta aumentando. Se ne ha il sentore perché i numeri di questa realtà consolidata finalmente stanno uscendo fuori. E sono numeri agghiaccianti.
Domani sarà una giornata importante per la società e un momento di riflessione per raccontare cosa accade in Europa, in Italia e nella nostra città. Problema e, per quanto possibile, soluzione.
Difficile parlare di numeri davanti a un argomento così intimo e delicato. Quel che è emerso qualche giorno fa in occasione della tappa aquilana del tour “Le parole non bastano più” di Intervita Onlus è che in Abruzzo addirittura una donna su due avrebbe subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
Impietosi anche i dati nazionali raccolti dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra): le donne che raccontano di avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni sono il 27 per cento.
Secondo la media europea, invece, una donna su tre riporta di essere stata vittima di questi abusi (33 per cento), equivalente a 62 milioni di donne.
L’indagine del Fra ha coinvolto 42 mila donne (circa 1.500 per ogni Paese) alle quali è stato chiesto in forma anonima di raccontare se nella loro vita abbiano mai avuto esperienza di stupri, molestie sessuali, violenze fisiche, stalking da parte degli uomini con i quali sono venute a contatto.
Nonostante l’enorme proporzione dei dati, soltanto una donna su dieci ammette di aver denunciato l’episodio alla polizia.
Eppure, rivelano i curatori del sondaggio, “ciò che emerge è un quadro di abuso diffuso che danneggia la vita di molte donne: una europea su dieci (circa 20 milioni di donne) dice di avere subìto una qualche forma di violenza sessuale, e una su venti è stata stuprata”.
Numeri da brividi che secondo la Fra devono servire ai governi per creare politiche strutturali contro questo fenomeno.
La violenza di genere, definita così dalla dichiarazione dell’assemblea dell’Onu del 20 dicembre 1993, non comprende solo la violenza fisica da parte del genere maschile su quello femminile ma anche quella psicologica, sessuale, economica.
È una violazione dei diritti umani e delle regole di convivenza civile e una cosa che le donne devono mettersi in testa è che non ha nulla a che vedere con la passione e con il conflitto perché essa nega la relazione, non esistendo mediazione con una persona violenta (quasi sempre un uomo conosciuto dalla donna e insospettabile).
Quello che in testa devono mettersi gli uomini è che ormai gli equilibri della coppia si sono modificati. Mai come oggi, infatti, i due sessi sono simili e nello stesso tempo in conflitto; quando invece in passato gli ambiti lavorativi e gli obiettivi erano ben differenti e distinti per sesso e per ruolo.
Interessi e obiettivi condivisi possono creare sentimenti nuovi nel genere maschile come invidia e competizione, ma quest’ultima dovrebbe implicare il rispetto del proprio “avversario” che può diventare una possibilità di solidarietà non più basata sui bisogni ma sulla stima reciproca.
Il cambiamento dovrebbe partire da qui, dalla consapevolezza del passaggio dalla complementarietà uomo/donna, in cui c’era bisogno reciproco, alla similarità in cui entrambi hanno le stesse qualità e possono dunque compartecipare.
In caso di bisogno è consigliato ricorrere immediatamente all’aiuto di esperti. I centri antiviolenza sono sportelli nati con l’obiettivo di contrastare questo fenomeno assicurando alle donne ascolto, anonimato, supporto, assistenza gratuita e rafforzamento della consapevolezza e della stima di sé.
Ne parla ad AbruzzoWeb la ex professoressa Maria Pia Di Giorgio, volontaria del Centro antiviolenza per le donne dell’Aquila.

I recenti dati indicano chiaramente un aumento dei casi di violenza sulle donne. Numerose ogni giorno le denunce in Italia nei confronti di uomini violenti così come numerosi non cessano di essere i casi di cronaca. Per quanto riguarda le denunce probabilmente ha aiutato molto il fatto che oggi ci sia più sensibilizzazione su questa problematica e quindi le donne hanno più coraggio di denunciare, ma quanto effettivamente vi risulta che il numero sia in crescita?
Nel 2014 già si sono presentate da noi ben 20 donne. Questo significa che la media si sta sensibilmente alzando se consideriamo che negli anni passati venivano da noi circa sei o sette donne al mese. Dal 2008, l’anno in cui il Centro è diventato operativo, sono circa 200 le donne che sono transitate presso la nostra sede. Il numero è via via cresciuto in linea con i dati nazionali.
Quali sono le cause scatenanti di questo andamento?
Anche se lentamente, le donne vanno prendendo coscienza della loro condizione di oppressione, acquistano coraggio e denunciano le violenze che subiscono. Non pensiamo che la violenza sia cresciuta poiché il problema purtroppo c’è sempre stato, semplicemente ora viene più alla luce e i casi di violenza, compreso il femminicidio, sono in relazione alla volontà delle donne di “voltare le spalle” alla violenza e rifarsi una vita.
Le cause sono da ricercarsi all’interno della cultura maschilista della nostra società. L’uomo non vuole perdere il controllo sulla donna; la violenza scatta al momento che sperimenta la determinazione della donna a vivere senza di lui, nell’incapacità di accettare la sua volontà di decidere di farlo uscire dalla sua vita.
È il fatto che la donna ha acquisito la possibilità di aver diritto a una vita fatta di scelte che possono restituirle una dignità, che l’uomo non riesce ad accettare e questo è dimostrato dai dati che ci dicono che l’80 per cento dei casi di violenza avvengono all’interno della famiglia e della coppia e non sono perciò casi di follia di singoli a determinare quantità e numero.
C’è una categoria di donne più colpita? Quale è quella più a rischio?
Le vittime sono donne di ogni estrazione sociale, senza distinzione di classe. Naturalmente dove c’è un’introiezione di una cultura che deriva da un’idea di inferiorità della donna le violenze sono più numerose. Il dato significativo riguarda invece gli uomini perché secondo quanto abbiamo avuto modo di vedere all’Aquila gli abusanti sono persone informate, molto spesso dei professionisti. Sempre sulla base dei casi da noi trattati, le donne migranti hanno rappresentato il 25 per cento dei casi.
In che direzione si sta andando e cosa si sta facendo per invertire la rotta?
Parlare del problema è buon segno perché significa che le donne stanno facendo uscire allo scoperto una realtà sommersa molto vasta. Per quel che riguarda noi, garantiamo colloqui telefonici, ascolto, prima accoglienza e assistenza sociale, in tutto anonimato. Il nostro Centro nasce nel 2007dall’Associazione Biblioteca delle donne “Melusine” che ha una storia trentennale ed è costituito da donne che hanno alle spalle anche una specifica formazione legata ai temi del femminismo e dell’autodeterminazione della donna. Sopravviviamo a malapena grazie a donazioni private anche se, nonostante i numerosi sportelli di ascolto che stanno nascendo un po’ ovunque, siamo l’unico centro della Provincia a corrispondere ai criteri precisi e al protocollo con cui sono nati i centri antiviolenza.
Le nostre volontarie operano secondo questa impostazione: ogni donna che viene da noi viene rispettata nella sua storia, nelle sue decisioni che riguardano la sua vita, nella libertà di scegliere il suo percorso di uscita dalle violenze. Le operatrici danno ascolto, non giudicano, aiutano a risolvere i problemi senza cercare di forzare la mano, perché il percorso vero di uscita dalla violenza è soprattutto un percorso di emancipazione. Ascoltiamo le donne con la consapevolezza che noi siamo loro, non siamo le donne che “ce l’hanno fatta” e che dall’alto “insegnano” e prescrivono comportamenti.
Teniamo inoltre seminari informativi anche presso le scuole poiché sappiamo quanto è importante educare i futuri cittadini al rispetto.
Insieme al nuovo questore dell’Aquila, Vittorio Rizzi, inoltre, stiamo combattendo il fenomeno della violenza di genere attraverso delle iniziative di sensibilizzazione e formazione del personale che dovrebbe portare alla stipula di un protocollo di rete con tutti gli Enti che operano in questo settore tra cui Asl, Pronto soccorso, forze dell’Ordine e Comune. Non siamo, insomma, e non vogliamo essere un “servizio” ma un aiuto concreto da donne per le donne.
Centri aderenti alla Rete Nazionale Antiviolenza 1522 e alla Associazione nazionale Dire (Donne In Rete contro la violenza). Fonte: Dipartimento per le Pari Opportunità
Associazione Ananke Onlus
Via Tavo 248, 65100 – Pescara (PE)
Tel: 085/4283.851
web: www.centroananke.it
Email: [email protected]
Centro Antiviolenza l’Aquila – Biblioteca delle Donne Melusine
Via Alcide De Gasperi 45, 67100 – L’Aquila (AQ)
Tel: 0862/65985
Email: [email protected]
Centro Antiviolenza “La Libellula”
Via San Polo 46, 67039 – Sulmona (AQ)
Tel: 0864/566918
Web: www.horizonservice.it
Email: [email protected]
Posti letto: 6
Centro Provinciale Antiviolenza Donne “La Fenice”
Via Taraschi, 9 64100 Teramo (TE)
Telefono: 0861 029009
E-Mail: [email protected]
Cri – Centro Antiviolenza
via Pietro Falco 1 (c/o sede del comitato provinciale di Croce Rossa) – Chieti (CH)
Numero verde: 800 32 00 78
Web: www.crichieti.net
Email: [email protected]
Telefono Rosa – Associazione Il Filo di Arianna
Via Cesare De Lollis, 23 66100 Chieti (CH)
Telefono: 0871 347999





