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SISMA: CHIODI, ''RICOSTRUIRE BENE IMPARANDO DA TRAGEDIA GIAPPONE''

Pubblicazione: 14 marzo 2011 alle ore 12:54

Gianni Chiodi

L'AQUILA - La tragedia del Giappone, in cui le conseguenze di un terremoto apocalittico sono state relativamente mitigate dall'abilità costruttiva, deve insegnare a ricostruire L'Aquila "secondo criteri matematici, tecnologici, urbanistici in grado di attenuare i colpi di una natura che sa essere anche molto spietata".

Il monito arriva dal presidente della Regione Abruzzo e commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, alla seconda lunga lettera aperta in pochi giorni dopo quella sui ritardi nell'avvio dei lavori che ha suscitato accese polemiche.

Chiodi ammette che il Giappone ha "una marcia in più. Lì le classi dirigenti sono lungimiranti e previdenti, la cultura della sicurezza è radicata, e le professionalità sono impegnate a combattere le calamità e le avversità con l'ingegno".

Quanto agli aquilani e alla governance della ricostruzione, la speranza è che "quello che ancora non siamo riusciti a imparare dal nostro terremoto, potremmo farlo da quello del Giappone. E l'insegnamento è che le zone ad alto rischio sismico, o anche idrogeologico, devono sapersi attrezzare, promuovendo la politica della prevenzione".

IL TESTO COMPLETO DELLA LETTERA

Ciò che sta accadendo in Giappone in queste ore impone a tutti una profonda riflessione. Il Paese asiatico, come abbiamo dettagliatamente veduto e sentito dai media, è alle prese con uno dei terremoti più devastanti della sua storia.

Un sisma dagli effetti inimmaginabili; un'intensità che si fa fatica a quantificare in violenza e temporalità. E che dire dei conseguenti tsunami che hanno portato morte e distruzione lungo tutte la coste del Pacifico.

Noi che all'Aquila abbiamo vissuto il 'nostro grande sisma' pensavano forse, erroneamente,  che la furia della natura non sarebbe potuta andare oltre.

Ma di fronte a quella scossa di magnitudo 9 che ha interessato l'isola asiatica (oltre alle altre decine di assestamento, inferiori ma ugualmente forti) siamo rabbrividiti.

Come dire la nostra paura moltiplicata in maniera esponenziale;  ma non i nostri crolli, una città rasa al suolo, un patrimonio artistico e culturale in frantumi, un tessuto economico, sociale, produttivo compromessi.

Il Giappone non è L'Aquila. Lì vivono non migliaia, ma milioni di persone. Ecco perché dico che nella sua tragicità, il terremoto del Paese asiatico deve farci meditare. Tutti riconosciamo al Giappone una marcia in più. Lì le classi dirigenti sono lungimiranti e previdenti, la cultura della sicurezza è radicata, e le professionalità sono impegnate a combattere le calamità e le avversità con l'ingegno.

Se le case non fossero state costruite con criteri antisismici all'avanguardia, se le infrastrutture non fossero state meticolosamente testate, se industrie, sistemi di trasporto, scuole non fossero stati pensati 'per ciò che potrebbe accadere', ebbene oggi staremo parlando di una vera e propria ecatombe di dimensioni bibliche.

Certo, la perdita di vite umane, sempre troppo grande, rattrista profondamente ma consola il fatto che poteva essere peggio.. se solo.

Noi abruzzesi ci sentiamo molto vicini e partecipi del dolore della popolazione nipponica. In noi i ricordi del nostro 6 aprile 2009 sono ancora purtroppo vivi. Ma forse, quello che ancora non siamo riusciti a imparare dal nostro terremoto, potremmo farlo da quello del Giappone. E l'insegnamento è che le zone ad alto rischio sismico, o anche idrogeologico, devono sapersi attrezzare, promuovendo la politica della prevenzione.

Per questo è fondamentale che la ricostruzione dell'Aquila avvenga secondo criteri matematici, tecnologici, urbanistici in grado di attenuare i colpi di una natura che sa essere anche molto spietata.

Ed è per questo che tutti dobbiamo responsabilmente fare delle scelte che giocoforza andranno a ricadere sulle future generazioni.

In passato, purtroppo, tale discorso non è stato affrontato ed è per questo che tanti nostri giovani non hanno avuto un domani.

L'impegno, dunque, a ricostruire in sicurezza, a costruire bene e nelle regole, deve essere di tutti.

Della politica nel momento in cui decide, dei professionisti, dei tecnici e delle maestranze nel momento in cui subentra l'applicazione pratica.

Lo dobbiamo, come segno di rispetto, alle 309 vittime del nostro terremoto, affinché il loro sacrificio possa essere da monito, e lo dobbiamo, come segno d'amore, ai nostri figli e a chi verrà dopo di loro.

In questi momenti di riflessione, dunque, convinciamoci che una politica che privilegi progetti antisismici e tutela ambientale è imprescindibile.

Ma lavoriamo con onestà morale e con scrupolo per difendere la vita e non con pressappochismo ed avidità solo per mera convenienza economica.



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