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QUANDO L'AQUILA DISSE NO A FORTEBRACCIO
ASSEDIO E VITTORIA DI UNA CITTA' TESTARDA

Pubblicazione: 24 agosto 2014 alle ore 10:08

Un dettaglio della battaglia di Sant'Egidio di Paolo Uccello, vinta da Braccio da Montone
di

L’AQUILA - “Nessun uomo di sorta entrerà in L’Aquila”. Con queste parole, nel mese di Maggio del 1423, il Magistrato aquilano impedì l’ingresso in città di tal Braccio da Montone e del suo imponente esercito.

Ebbe così inizio lo storico assedio che, per 13 mesi, stremò L’Aquila e il suo contado. L’esito della contesa avrebbe deciso il destino di gran parte della penisola italica nei tempi bui del tardo Medioevo.

Il popolo aquilano, descritto dagli storici come forte e feroce, fu l’unico a tenere testa a Braccio da Montone, al quale molto più tardi fu dedicata anche una via del centro storico. L’unico a restare devoto alla propria regina pur nell’incertezza politica. L’Aquila fu la sola città che punì in modo esemplare chiunque avesse mostrato l’intenzione di scendere a patti col nemico.

Pur duramente provato dall’assedio, ogni giorno l’esercito aquilano sfilava impettito dalla Porta Lavareta, la porta Barete del cui recupero oggi si parla tanto, fino alla Riviera, il quartiere antico oggi noto come la Rivera, mostrando al nemico gli armamenti migliori e ben schierati, in modo che i bracceschi credessero l’armata rivale sempre in forma e ben nutrita ed equipaggiata.

In una confusa situazione politica, con la scomunica della Regina Giovanna II e l’incertezza di comando tra Alfonso D’Aragona e Luigi D’Angiò, Braccio da Montone si presentò alla Corte dell’Aquila come colui che era stato inviato per garantire la sicurezza cittadina.

In realtà, l’obiettivo del potente condottiero era chiaro e ben diverso: puntava all’Aquila, ad averla per sé. Una città stremata dalla recente pestilenza ma che “clavis regni videbatur”, cioè era la chiave per conquistare lo Stato Pontificio.

Andrea Fortebracci detto Braccio, nobile perugino, vissuto per l’arte della guerra e delle armi, fu un uomo capace di raggiungere in breve tempo un potere tanto grande e una tale vastità di terre e possedimenti da impensierire non poco i regnanti dei vari Stati in cui era allora suddivisa l’Italia.

Eloquente, di grande ingegno, ambizioso nel suo progettare di giungere al comando supremo dell’Italia intera, Braccio si infuriò al rifiuto degli Aquilani.

Spinse le sue numerose truppe verso la montagna, conquistando in breve Pizzoli, Borbona e Posta. Minacciò lo sterminio dell’Aquila se questa non gli si fosse arresa e gli aquilani si preoccuparono solo, da quel momento, di resistergli in ogni modo il più a lungo possibile.

Scelsero la fedeltà alla Regina, invece della resa. Colpito dalla solidità e dall’estensione delle mura cittadine, Braccio optò per l’assedio partendo dal contado, assai più esposto.

Espugnò il pur fortissimo castello di Paganico (l’attuale Paganica), virilmente difeso dai paganichesi e da dieci aquilani esperti d’arme. Ben presto a costoro fu chiaro che nessun rinforzo sarebbe giunto da Roma così decisero di accordarsi segretamente per una sconfitta il più possibile indolore.

Fu facile, poi, per il perugino, conquistare Poggio e Picenza con altri possedimenti vicini, quindi marciare di nuovo, con tracotanza, alla volta dell’Aquila.

L’esercito braccesco distrusse e razziò tutto quello che incontrava sul suo cammino: bestiame, vitigni, campi di frumento, ville e orti.

Il condottiero voleva prendere gli aquilani per fame, impedendo loro di ricevere gli approvvigionamenti. Crebbe , allora, in città il prezzo di quel poco cibo e legname e altre cose necessarie che potevano trovarsi. Un esempio? Dieci ducati d’oro per avere una coppa di sale.

Ogni ora l’esercito nemico si ingrossava, premeva. Spietato, forse troppo sicuro di sé e delle sue forze militari, Braccio insistette nel suo intento di entrare in città.

Alla fine ci sarebbe anche riuscito , se non fosse che nell’agosto del 1423 venne alla luce la congiura tra alcuni aquilani e i bracceschi, segretamente d’accordo per introdurre il perugino in città.

Dodici di questi cospiratori aquilani, tra cui uno di “honorabile familia” furono impiccati al grande olmo che si trovava nella piazza oggi del Duomo. Quelli tra i colpevoli riusciti a scappare, furono raggiunti fuori dalla porta (presumibilmente) Lavareta e fatti a brandelli con ferocia.

Braccio, orgoglioso e caparbio, male si capacitava di come L’Aquila opponesse tanta ostinata resistenza, a lui, dominatore di mille città. Dopo mesi di combattimenti, tentò una mossa impegnativa. Fortificò la chiesa di Sant’Antonio fuori porta Barete e chiuse l’acqua della conduttura di Santo Anzo, deviandola verso il suo accampamento.

A quel punto, la città fu costretta con grandi spese a prendere l’acqua dalla Riviera e da Pretoro.

Il freddo inverno trascorreva e ci fu nel febbraio del 1424 l’assalto a Porta Branconio. Braccio aveva reclutato banditi e fuoriusciti aquilani. Le sentinelle a guardia delle mura fecero finta di non accorgersi del nemico e lo lasciarono entrare. Poco dopo gli furono addosso e uccisero la maggior parte dei banditi; quelli che tentarono la fuga, morirono precipitando dalle mura del Colle Brancone.

Sul finire del mese di maggio del 1424, la Regina Giovanna II, Luigi D’Angiò, il Papa Martino V riunirono un folto esercito di circa 5.000 uomini, guidati da capitani del calibro di Giacomo Caldora e Francesco Sforza.

Si arrivò allo scontro finale: nella piana di Bazzano un violento corpo a corpo scrisse la parola fine.

Braccio da Montone, già ferito alla testa, fu pugnalato da due suoi nemici, che ignorarono la sua offerta estrema di soldi e gloria in cambio della libertà: “Cosa ve ne fate di un uomo morto? Vivo, io sono ricco e potente. Seguitemi e avrete fama e ricchezza”.

Molte leggende ruotano attorno alla morte del perugino. C’è chi scrive di come uno sconosciuto muovesse la mano del chirurgo intento a operare Braccio alla testa. Chi invece che sia stato il Caldora stesso a infliggere il colpo di grazia.

Quello che è certo è che il condottiero, mortalmente ferito, nell’anno 56 dalla sua nascita, rifiutò ogni medicamento, ogni cibo e bevanda e si chiuse in un mutismo superbo e ostinato. Morì tre giorni dopo e fu sepolto in terra sconsacrata fuori le mura di Roma.

Solo nel 1432 le sue spoglie, dopo l’assoluzione di Papa Eugenio, furono riportate in Umbria e accolte con grandi onori. Si narra che, durante la traslazione dei resti, una tempesta di grandine incredibilmente violenta distrusse tutte le coltivazioni e seguì il feretro lungo tutto il suo viaggio.

La storia fin qui raccontata, riassunta certo nei suoi punti salienti, parla di un condottiero come pochi e di una città valorosa e fedele. Un uomo, un capitano, un signore di vaste terre e con un esercito immenso, da una parte. Una città, sola, dall’altra.

Nel cercare e ricercare dettagli che parlassero dell’uomo Braccio da Montone e degli abitanti dell’Aquila di quel tempo, è sempre più evidente l’importanza che ebbe, nel decidere i delicati equilibri politici dell’Italia del ‘400, l’assedio, prima, e la battaglia di Bazzano, poi.

Qui, sotto le possenti mura cittadine, fu sconfitto l’orgoglio e l’esercito di uno dei più grandi combattenti della storia medievale: ciò conferisce un valore ancora maggiore alla vittoria ottenuta.

Il periodo di relativo benessere e crescita economica, artistica e culturale che seguì, grazie ai numerosi benefici concessi dalla Regina alla città dell’Aquila, fu la giusta ricompensa per aver dimostrato una così grande capacità di venir fuori con le proprie sole forze da una situazione pressappoco disperata.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

http://www.arsbellica.it/pagine/battaglie_in_sintesi/L'Aquila.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/braccio-da-montone_(Enciclopedia-Italiana)/

http://ww2.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit001150/bibit001150.xml&chunk.id=d5881e243&toc.depth=1&toc.id=&brand=bibit

http://www.montone.info/braccio%20da%20montone.html

http://books.google.it/books?id=dRg9rujOe4EC&pg=RA2-PA83-IA1&lpg=RA2-PA83-IA1&dq=annales+bernardino+cirillo+aquilano&source=bl&ots=6s9v28k-7_&sig=-3XkbU6U6bHKmkP03MSFZiacFEc&hl=it&sa=X&ei=Afv4U-H1CMvKPebRgMAI&ved=0CEoQ6AEwBQ#v=onepage&q=annales%20bernardino%20cirillo%20aquilano&f=false



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