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LA SINGOLARE STORIA DI SULLI, 30ENNE NATURALISTA, CHE ABITA IN CASETTA VICINO CASTELLI, 'GIUSTI I VINCOLI, MA VA TUTELATO CHI PROVA A ABITARE A IMPATTO ZERO, E IN AUTO-SUSSISTENZA, CHIEDO RAGIONEVOLEZZA''

PARCO GRAN SASSO, VIVE NEL BOSCO E FA STAGNO PER SALAMANDRE, RAFFICA DENUNCE

Pubblicazione: 17 gennaio 2020 alle ore 08:00

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TERAMO - Aveva deciso di andare a vivere in solitudine nei boschi, Fabrizio Sulli, trentenne di Pescara, guida escursionistica, acquistando e recuperando nel 2009 un rudere a due chilometri dal centro abitato di Castelli, in provincia di Teramo, ai piedi dei maestosi monti Prena e Camicia. Fedele alla sua indole da naturalista radicale, geneticamente inadatto alla vita in citta', "perché le zone montane - spiega - rappresentano uno degli ultimi luoghi dove praticare veramente agricoltura biologica, dove l’equilibrio con la natura non è andato distrutto, e dove l’inquinamento è molto ridotto". 

Mai avrebbe immaginato di ritrovarsi rinviato a giudizio, per aver forse inevitabilmente violato i rigidi vincoli imposti nel Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Avviluppato in un ginepraio di carte bollate, commi e codicilli. Accusato di abuso edilizio, per aver realizzato tre minuscoli laghetti in un frassineto nell’area sorgentizia di fonte Coccionetto, al fine di ricreare le condizioni ottimali per la riproduzione della salamandrina, della rana appenninica e del rospo. E poi per aver messo su, senza permessi, una piccola rimessa di legno, e ancora per essersi collegato con un tubo di gomma ad una vicina sorgente, per approvvigionarsi di acqua potabile.

Ora Sulli, che deve affrontare i processi, non contesta tanto il fatto che i carabinieri Forestali abbiano applicato le leggi vigenti, ma mette in dubbio le stresse leggi vigenti, che portano a suo avviso a conseguenze abnormi. "La burocrazia attuale - spiega infatti - è così stringente che, se non sei abbastanza ricco da fare tutto in regola, l’ecosostenibilità diventa una scelta illegale e di conseguenza una vita da fuorilegge. Paradossalmente, negli stessi parchi dove i contadini sono vessati, si approvano nuovi impianti sciistici, infrastrutture ed alberghi, che per magia risultano eco-compatibili. Eppure fino a sessant’anni fa era normale vivere in montagna con una economia basata su piccole autoproduzioni ed autocostruzioni, la legislazione attuale italiana non tutela più il contadino che sceglie di vivere senza azienda e senza partita iva. E se scegli di vivere in un’area protetta i vincoli sono così restrittivi che provare a viverci diventa appannaggio di pochi che possono permetterselo, escludendo migliaia di giovani desiderosi di questo ritorno consapevole alla natura. A questo si aggiungono i crescenti prezzi di case e terreni, a tagliare fuori intere fasce sociali dal rinnovamento generazionale".

Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo dall'inizio.

"Ho scelto per vivere proprio questo luogo, all’incrocio di due torrenti e con sorgenti perenni, perché è come se mi avesse chiamato - inizia il suo racconto Sulli -. Lo trovai quasi per caso, facendo un’escursione sul versante teramano del Gran Sasso,fuori sentiero. E così scelsi di trasferirmi qui, sotto i monti Camicia e Prena, due montagne che sfiorano i 2.600 metri di altitudine, ricche di risorse naturali per la sopravvivenza, quali legna dal bosco per l’inverno, acqua per bere, con la possibilità di allevare animali e fare l’orto". 

Spiega poi che "per sostentarmi, ho svolto e svolgo tuttora diversi lavori, di carattere occasionale, senza entrate fisse: giardinaggio in città, potatura di uliveti e frutteti, pastorizia. Qui ho allevato per sette anni un piccolo gregge di capre, che mi davano il latte con cui fare i formaggi, da vendere saltuariamente ad amici. Attualmente continuo con il lavoro di giardiniere, ospito saltuariamente dei visitatori, accompagnandoli in escursioni didattiche e naturalistiche. Le mie entrate sono sempre state ridotte; mi accontento dello stretto indispensabile, mettendo da parte poco o nulla".

I primi episodi che hanno rotto l'idillio, hanno a che fare con il rapporto a dir poco conflittuale con i bracconieri.

"Quando mi sono trasferito qui nel 2009 - racconta infatti Sulli - , non vi era alcun controllo del Parco, per cui mi sono trovato a lottare per anni contro la piaga del bracconaggio, rimediando anche in questo ambito dispetti e minacce a causa di mie numerose segnalazioni, tranquillamente verificabili nei comandi di Tossicia e Castelli. Ho sempre cercato di mettere la tutela della flora e della fauna locale tra le mie azioni prioritarie, mettendo a rischio la mia incolumità, perché non ho mai creduto che tacere o chiudere gli occhi fossero una soluzione".

Sulli entra poi nel merito delle denunce che si è visto recapitare dai Carabinieri forestali di Castelli e dall’ente Parco, tutte nell’anno 2019.  La prima è sull'uso dell'acqua sorgente.

"Questa casa, come i ruderi circostanti - spiega Sulli - non sono mai stati serviti da acquedotto: la necessità di poter bere, lavarmi, dissetare gli animali e innaffiare l'orto mi ha indotto a portare con un tubo l'acqua di una sorgente locale (vicino casa), da sempre utilizzata dai locali nei secoli passati. Non ho voluto fare un allaccio 'ufficiale' a centinaia di metri perché non mi piaceva l’idea di far entrare ruspe nel bosco, sbancare, abbattere alberi e superare un torrente per posare un tubo. L'impatto sarebbe molto più importante di un semplice tubo di polietilene poggiato sul terreno. L’allaccio ufficiale sarebbe poi stato molto costoso, sia per il Comune che avrebbe dovuto affrontare i costi di quest’opera, sia per me perché sarebbero aumentate le mie spese finalizzate alla pura sopravvivenza. In secondo luogo l’allaccio ufficiale non mi avrebbe risolto il problema di innaffiare l'orto, poiché è fatto divieto di usare l'acqua potabile dell'acquedotto a uso irriguo".

"Credo di non poter rinunciare ad un bene primario come l’acqua se voglio vivere qui, - aggiunge Sulli - come anche di non pretendere che il Comune di Castelli spenda migliaia di euro per realizzare l’allaccio oltre a causare inutili danni ambientali. Nel tempo vissuto in contrada Rava ho imparato a lavarmi con semplice argilla raccolta presso il fiume e con la cenere del focolare, e raro uso di prodotti biologici. Per il bagno, quando non piove utilizzo il bosco. Sono ben conscio che tutto ciò non sarebbe consentito, ma credo che non sia per nulla impattante. Ho sempre auspicato la diffusione del recupero di luoghi isolati e non ancora (fortunatamente!) urbanizzati come questo, dove puntare all'autonomia in stile rifugio montano, con l'uso di compost toilet e fitodepurazione, nonché con un rigoroso uso solo di prodotti biologici assolutamente non inquinanti,meglio ancora se autoprodotti".

C'è poi la denuncia per aver realizzato piccoli laghetti per anfibi. Va ricordato che nel Parco e' stato realizzato unnpeogetto europeo proprio per tutelare la salamandra, a cui hanno lavorato un buon numero di professionisti e consulenti, quasi nessuno residente nei paesi del Parco.

"In seguito ai monitoraggi, ho constatato la scarsità in questa zona di siti riproduttivi per anfibi, quali salamandre, tritoni, rana appenninica e rospo - racconta Sulli -. Nonostante la presenza di due torrenti perenni, il Fosso della Rava che nasce dal monte Prena e il Leomogna,che nasce dal Monte Camicia, la riproduzione di anfibi è stata danneggiata negli anni dalle numerose reintroduzioni di trote ad opera dei pescatori, condotte purtroppo illegalmente anche a monte delle cascate e delle forre, dove non sarebbero mai arrivate naturalmente. Un pesce non può risalire salti verticali strapiombanti di decine di metri. La creazione di questi laghetti, ha avuto il solo scopo di ricreare un sito riproduttivo protetto, sia dai pesci che dai cinghiali che interrano le pozze. E l'effetto positivo c'è stato, con la riproduzione quest'anno di rospo, rana appenninica e salamandrina perspicillata nel laghetto più grande. I piccoli laghetti che ho realizzato a mano, con vanga e piccone sono tre, due lungo una linea sorgentizia presente lungo un vecchio canale realizzato da secoli, che ho provveduto a ripulire, l'altro alimentato da un filo d'acqua che da casa va a sfogare nel laghetto, per non far ghiacciare il tubo in inverno, mentre in estate vi arriva solo acqua di pioggia. Tutta l'acqua utilizzata non va da nessuna altra parte, se non tornare nel ruscello e nel torrente immediatamente sottostanti".

Infine la denuncia per aver realizzato una rimessa di legno. 

"Parliamo di una struttura su un precedente fabbricato in muratura dove venivano tenute pecore in basso e fienile in alto dai precedenti proprietari, crollato prima del mio trasferimento, nei primi anni 2000 - tiene a precisare però Sulli -, a Parco già istituito, di cui era ancora visibile la cinta muraria esterna e l'inserimento dei travetti del tetto. Tale struttura era preesistente, visibile anche dalle foto aeree sul visualizzatore del sito del Ministero dell'Ambiente. Ho avuto l'urgenza di realizzarla nel 2014, per cui mi sono voluti due anni, a piccole tappe, viste le scarse risorse di cui dispongo. Tutto ciò a causa di un comodato verbale per cui potevo tenere le mie capre presso un rudere posto prima di arrivare a casa. Tale comodato mi è stato revocato. Avendo la necessità di trasferire le capre nelle due stalle sotto casa, non avrei avuto più spazio necessario per altri materiali vitali per la mia sussistenza. Feci fare il sopralluogo ad un geometra, ma constatai subito che la spesa, solo per progetti e autorizzazioni, avrebbe superato di gran lunga quella di materiali e manodopera, senza contare i tempi di attesa. Anche se conscio di aver fatto la scelta sbagliata, era l'unica per me economicamente possibile. L'alternativa sarebbe stata di vendere le capre...e ricominciare tutto da capo".

Infine una riflessione, a chiudere il cerchio.

"Non sono contro il Parco, ci mancherebbe, certamente l’impatto ambientale deve essere normato, prevedendo però che non si debba ricorrere a progetti di tecnici specializzati e costose valutazioni anche per piccole opere come una rimessa di legna, una cuccia per il cane, o un pollaio. La vicenda non riguarda solo il mio caso, bensì migliaia tra pastori e contadini in tutta Italia che praticano forme di agricoltura vicine alla sussistenza, senza reddito fisso, integrate da lavori occasionali o scambi di manodopera, nonché a migliaia di persone tra singoli, coppie, o intere famiglie, che hanno intrapreso la strada del ritorno alla natura come scelta etica per un mondo diverso. Un mondo che tuttavia, seppur tanto auspicato dai media main stream e dalle recenti manifestazioni per il clima, non è di fatto consentito. Un mondo dove si dà spazio solo a quelle (molto poche) simili esperienze di successo; successo reso possibile non tanto da idee innovative o realmente ecosostenibili, ma solo grazie a cospicui investimenti e fondi o rendite a cui attingere. Forse chissà, ci sono tutti gli interessi affinché la montagna si spopoli. E mentre la montagna muore, verranno ricostruiti borghi mai vissuti tutto l'anno, dove si scimmiotterá in chiave turistica, la vita dei contadini passati. Un gioco per radical chic. Peccato che io non stia giocando, e non sia un turista".

 



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