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I NUMERI DA BRIVIDO SU SCALA REGIONALE INDAGINE CONFCOMMERCIO SU PRIME 2 SETTIMANE DA FINE LOCKDOWN; DONATELLI, ''PUNTA DI UN ICEBERG, SENZA AIUTI CONCRETI ABBASSERANNO SARACINESCHE ALTRE CENTINAIA DI ATTIVITA'''

COMMERCIO ABRUZZESE AFFONDATO DAL COVID
GIA' 500 BAR E RISTORANTI CHIUSI PER SEMPRE

Pubblicazione: 02 giugno 2020 alle ore 07:23

L’AQUILA - Il 5 per cento dei 10 mila bar e ristoranti abruzzesi non ha riaperto i battenti dopo il 18 maggio, al termine del lockdown per contenere la pandemia del covid, e non lo farà mai più.

Circa 500 locali hanno insomma abbassato per sempre le saracinesche, perché il gioco non vale la candela, visti i troppi costi di gestione, il crollo della clientela, le giuste misure anti contagio, che però dimezzano i posti a sedere. La sfiducia per il futuro.

Ne consegue che circa 1.200 persone, - dice la fredda logica dei numeri secondo i quali sono 2,4 adetti per ciascuna azienda -, perderanno il posto. Tutti insieme la forza lavoro di una grande fabbrica, che muore nel silenzio. Senza scioperi e picchetti, sindacati e poltici mobilitati.

Solo la punta di un iceberg, visto che sempre in Abruzzo lamentano di aver più che dimezzato gli incassi,  il 66% per cento di bar e ristoranti, il 76% per cento dei negozi di abbigliamento che dopo il 18 maggio sono tornati coraggiosamente in campo. 

Questi preoccupanti numeri sono stati forniti a questa testata dal presidente regionale di Confcommercio Roberto Donatelli, raccolti per realizzare l’indagine su scala nazionale, presentata domenica scorsa. 

“La situazione è drammatica – spiega Donatelli - anche perché chi ha riaperto o lo farà nelle prossime settimane, teme che non ce la farà a tenere botta, quando si dovrà tornare a settembre a pagare le tasse sospese e non ridotte o azzerate. E a pesare è anche l’incertezza sulle concrete misure che il governo intenderà mettere in campo nel medio e lungo termine, perchè finora quella che è stata offerta è stata solo una boccata di ossigeno, una ciambella per non affogare".

L’indagine a livello nazionale, condotta con interviste telefoniche, e con un margine di errore che si attesta al massimo al 7%, ha fotografato la situazione relativa a 759.409 attività commerciali che danno lavoro a oltre 3 milioni di addetti.

Dopo due settimane, dal 18 maggio, hanno riaperto il 78-82%, di queste imprese, di cui però solo il 66-73% di bar e ristoranti, il 89-94% nel settore abbigliamento e calzature, el’’88-86% degli altri servizi.

Per quanto riguarda il settore abbigliamento dunque l’Abruzzo sta messo peggio di altre regioni.

Costituisce un segnale negativo, si evidenzia nel rapporto, che “il 18% delle imprese che potevano riaprire non l’abbia ancora fatto; questa percentuale sale al 27% nell’area bar e ristoranti, un dato che testimonia una conclamata patologia da cui non siamo affatto usciti. Queste medie appaiono perfettamente in linea con le valutazioni qualitative delle associazioni territoriali e delle federazioni di categoria di Confcommercio. Si confermano pertanto, gravi difficoltà nelle imprese impegnate nei consumi fuori casa”.

Del resto, “il 68% del campione di imprenditori dichiara che i ricavi delle prime due settimane sono inferiori alle aspettative, quando già le aspettative stesse erano piuttosto basse. La stima delle perdite di ricavo rispetto ai periodi “normali” per oltre il 60% del campione è superiore al 50% con un’accentuazione dei giudizi negativi nell’area dei bar e della ristorazione”.

Per questa ragione il 28% degli intervistati afferma che, in assenza di un miglioramento delle attuali condizioni di business, valuterà la definitiva chiusura dell’azienda nei prossimi mesi. A corroborare questa suggestione intervengono i timori che nel prossimo futuro si dovrà comunque richiedere un prestito (50% del campione), non si sarà in grado di pagare i fornitori (40%) né di sostenere le spese fisse (43%)”.

Spiega dunque Donatelli: “il problema è che gli indennizzi ricevuti, come le 600 euro per pagare l’affitto, rappresentano solo una piccola boccata di ossigeno. Per quanto riguarda i 25 mila euro al massimo di prestito agevolato, il problema è che molte attività non se la sentono di usufruirne, perché sono già in difficoltà a pagare altri debiti, ad onorare altri mutui”.

“Serve il fondo perduto, come quello previsto dal decreto cura Abruzzo due che dà diritto almeno a 2mila euro, che sono meglio di niente, tenuto conto che le perdite sono state ben superiori, con magazzini pieni di merce invenduta. In altri paesi europei gli aiuti sono stati molto più consistenti, hanno messo soldi in tasca senza condizioni. Qui sta avvenendo solo in minima parte, e le conseguenze temo che saranno drammatiche”, conclude Donatelli. 

 



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