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REPORTAGE NELLO SPAZIO ESPOSITIVO ANIMATO DA QUINDICI ARTISTI IN CENTRO STORICO, HANZELEWICZ, ''IN CITTA' FERMENTO CREATIVO, NUOVO MUSEO MOLTIPLICHERA' RELAZIONI E STIMOLI''

L'AQUILA: ASPETTANDO IL MAXXI, L'ARTE CONTEMPORANEA TROVA CASA A SPAZIO VARCO

Pubblicazione: 08 dicembre 2019 alle ore 07:00

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L'AQUILA  - Il Museo di arte contemporanea del Maxxi a palazzo Ardinghelli a L'Aquila, di cui si attende l'apertura già entro gennaio, sarà una cattedrale post moderna nel feudo del ''com'era e dov'era''? Meritevole degli strali dei sacerdoti del sacro sacello  dell'immota manet, e dei logoteti del ''sì, vabbè, ma cosa mi vuole significare"? Oppure sarà un enzima di nuova creatività, provocazione che erompe e squassa le rassicuranti icone di provincia, rampa di lancio per voli pindarici alla volta del bello, e poco conta quel che davvero significhi, questa abissale e proteiforme parola?

Utile indizio, per arronzare una risposta, lo si può rintracciare a Spazio Varco, in via Verdi, lungo il corso stretto, pressochè tutto ricostruito e tirato a nuovo. Laboratorio e luogo di esposizione nato su iniziativa in particolare degli artisti Andrea Panarelli, Piotr Hanzelewicz e Paola Marulli, a spezzare la monocultura dei locali e negozi, nella città nell'era dopo-sisma, che si ripopola intanto di merci griffate e aperitivi prolungati.

In questi freddi giorni di dicembre, è in corso di svolgimento, come il reportage di Abruzzoweb testimonia, la mostra  “Semi”, in cui si possono apprezzare le opere di una quindicina di artisti, molti dei quali aquilani acquisiti, arrivati per frequentare l’Accademia delle belle arti, e altre facoltà, e poi rimasti a vivere in città.

Significative le scritte di benvenuto sul muro all'ingresso: “un luogo possibile, in un contesto impossibile”, e ancora,  “l’apertura di un passaggio dove non si teme il confronto con le espressioni delle arti contemporanee”.

Auspicio non scontato, dove anche amministratori pubblici di primo livello, hanno affibbiato il simpatico epiteto “ju scatolò”, al policromo auditorium a firma di Renzo Piano, realizzato nel post sisma, al parco del castello, e dove non pochi opinionisti del web bocciano senza appello l'anfiteatro di Beverly Pepper, al parco di Collemaggio, sospirando di nostalgia al pensiero del prato scosceso dov'era e com'era,  sul quale nei secoli hanno passeggiato frati e suore, pascolato le pecore, bivaccato gli studenti.

Hanzelewich, artista e assistente sociale, originario della Polonia, è però ottimista: l'arte nelle sue molteplici accezioni, a L'Aquila è viva, e la bruta esistenza di Spazio Varco sta lì a testimoniarlo, come pure l'interesse che la mostra sta riscontrando, e che espone fino al 30 dicembre, le opere di Matteo Bultrini, Riccardo Chiodi, Michela Del Conte, Antonio Di Cecco, Stefano Divizia, Daniele Giuliani, Piotr Hanzelewicz, Matteo Ludovico, Carlo Nannicola, Andrea Panarelli, Alessandro Picchione, Francesca Racano, Pelin, Giorgio Serri.

"Il titolo 'semi' ha una doppia valenza  - spiega Piotr Hanzelewicz - da un lato il riferimento è  ai semi che vengono lanciati e  donati alla città con l'obiettivo, di veder crescere in futuro nuove potenzialità. Dall'altra parte, semi, come si può intuire anche dalla locandina elaborata da Carlo Nannicola e Stefano Divizia, con la scritta tagliata a metà, indica una divisione, una frattura nel campo artistico, e dunque sociale".

"Dopo il sisma del 2009 - prosegue Hanzelewicz - si sono creati spazi nuovi, questo ne é un esempio. Rimane ancora un divario difficile da colmare dal momento che spesso le mostre e gli eventi d'arte, hanno un carattere e di contorno rispetto ad altri eventi. Penso, ad esempio, per restare a L'Aquila, alle tante mostre che sono di contorno alla Perdonanza o ad altre festività cittadine. Ebbene, l'intento che i tanti artisti che qui si sono ritrovati, è far tornare l'espressione artistica centrale, protagonista, e non più mero corredo".

Da una parte, insomma, l'arte contemporanea, e in generale l'espressione culturale, come esercizio retorico e autocompiacimento, come trastullo e ammennicolo mondano, come complemento d'arredo nei salotti al passo con i tempi, come merce nell'ipermercato della riproducibilità finanziaria, il cui valore di scambio e speculativo viene attribuito dal galleristi e critici, burattinai nel circo dell'arte. 

Dall'altra, invece, l'arte contemporanea, intera come scommessa culturale pulsante, avanguardistica per antonomasia, che non può essere espressione individuale, ma corale, che deve presupporre un mondo vissuto, e un altrove. L'arte come urlo degli uomini in faccia al loro destino, come ha detto Albert Camus, travaglio di poeti che non dormono mai, ma che in compenso muoiono spesso, per citare Alda Merini.

"Ritengo molto positivo - chiosa Hanzelewicz - l'apertura del Maxxi qui a L'Aquila, non solo perché porterà importanti mostre e artisti di fama internazionale, ma perchè spezzerà il nostro isolamento, contribuirà a ricomporre la frattura di cui dicevo, moltiplicherà le occasioni di confronto, di conoscenza. L'importante, per noi di Spazio Varco, è che cresca e si consolidi un movimento artistico qui sul territorio, autoctono, nel senso nobile del termine".

Tra le anime di Spazio Varco, Andrea Panarelli, che ha messo a disposizione i locali, un tempo occupati da un negozio di abiti, in una posizione senz'altro strategica, e molto più accessibile a cittadini e non adetti ai lavori, rispetto ai soliti scantinati, garage e capannoni dismessi di estrema periferia, dove spesso trovano ospitalità esperienze del genere.  

"Le saracinesche si sono alzate nel 2013, quando ancora qui intorno c'erano solo palazzi puntellati e cantieri - spiega Panarelli -. In una situazione di spaesamento, che era la nostra quotidianità. Spazio Varco ha ospitato molte mostre tra  tra cui ricordo quelle di Francesco Lauretta, Alessia Armeni, Enzo De Leonibus, Marco Neri, Lucilla Candeloro. Poi, per motivi personali, c'è stata un'interruzione, ho dovuto abbandonare il progetto. Ora c'è un nuovo inizio, si è  creato un collettivo di una quindicina di artisti, tutti dell'Aquila, accomunati dall'esigenza di avere uno spazio per poter esporre, per fare il loro lavoro, ma soprattutto per condividere un comune sentire, anche fuori da queste stanze".

Tutto intorno palazzi ricostruiti. Spazio Varco è tornato cantiere. 

 



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