di Alberto Orsini
L’AQUILA - Da oltre vent’anni Fabio Zavattaro segue il Papa in Italia e all’estero per conto della Rai.
Sulla soglia dei sessant’anni, svolge un mestiere complicato, in tutto assimilabile a quello del cronista parlamentare per la delicatezza dei temi che tratta e l’importanza delle relazioni che deve intrattenere, e forse perfino più intricato.
Ospite dei Salesiani dell’Aquila per la festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, Zavattaro ha rilasciato un’intervista ad AbruzzoWeb parlando a 360 gradi del momento difficile che oggi vive questa professione, della difficoltà di svolgerla in modo etico e del mescolamento che c’è tra giornalismo e show.
Non sono mancate le “fotografie” dei due pontefici con cui ha lavorato e la chicca finale, la volontà a sorpresa di provare a cambiare totalmente genere, occupandosi addirittura del Giro d’Italia.
Qual è il messaggio di San Francesco di Sales ai giornalisti del 2012?
Silenzio e parola. Non è facile per chi fa questo mestiere unire queste due cose.
Silenzio sembra la negazione di questo mestiere!
Perché noi leggiamo il silenzio come un vuoto, come un’assenza. Invece papa Benedetto XVI ci invita a cogliere in questo silenzio una voce più alta, innanzitutto, e ci chiede soprattutto di trovare in questo silenzio la capacità di ascoltare l’altro, che è molto importante per un giornalista. Proprio perché siamo abituati a camminare con i nostri pensieri, le nostre idee, le nostre sovrastrutture, non ci rendiamo conto invece che l’altro ha bisogno di essere accompagnato. La notizia la vediamo come la vediamo noi e basta. Nel silenzio invece abbiamo la capacità di assimilare bene la notizia e al tempo stesso di ascoltare gli altri. Il silenzio è l’immagine del deserto, ma è nel deserto che cogli anche il sibilo più lontano.
Il giornalismo etico, taccuino alla mano, in cosa consiste?
Ci sono due regole fondamentali: il rispetto della verità e il rispetto dell’altro. Ci aiutano a informare correttamente, ma soprattutto a non portare il nostro pensiero come elemento chiave per capire la realtà. La realtà ha tante sfaccettature, è fatta di tante luci e di tante ombre. Se guardiamo solamente con il nostro punto di vista senza l’umiltà di fermarci un attimo, riecco il silenzio, di ascoltare l’altro, rischiamo di fare un pessimo servizio.
La commistione tra spettacolo e informazione come si argina?
Qui è la coscienza del singolo, come sempre. Sono due elementi diversi. Un conto è lo spettacolo, un conto la comunicazione. Chiaro che il mondo dell’informazione in questi anni si è sempre più spinto verso quello dello spettacolo, ha sempre più cercato di coniugare il sensazionale, l’emotivo, lo stupore, anche il dolore, perché no, per attirare ascolto. Tutto questo di per sé non è male, il male è quando utilizziamo queste cose esasperandole, sapendo che stiamo facendo un torto ha chi ha vissuto, sta vivendo o vivrà quel tipo di esperienza. Il limite fondamentale è quello del rispetto dell’altro nella verità e nella solidarietà.
Il mestiere di vaticanista com’è cambiato nei suoi quasi trent’anni di carriera?
Forse è quello che è cambiato di meno. Il tipo di informazione del vaticanista è legata a schemi che nel tempo hanno avuto una lievissima variazione. Non è cambiato come dire il presidente del Consiglio, il partito di governo... C’è una realtà che rimasta solida e la stessa nel tempo. Resta un mestiere che ha bisogno di trovare nell’esperienza che uno costruisce negli anni quella capacità di discernere le notizie, di saperle poi proporre. Forse è il mestiere per alcuni versi più complesso, perché non ci si improvvisa vaticanisti. C’è bisogno di anni di esperienza, di studio, di conoscenza e di conoscenze. Forse parafrasando il tema di questa giornata, sono più importanti i silenzi delle parole nel mondo vaticano.
Il cambio della guardia da un laico, Joaquìn Navarro-Valls, a un religioso, padre Federico Lombardi, alla guida della sala stampa vaticana ha portato molti cambiamenti?
Indubbiamente perché il laico era un giornalista, aveva la frequentazione con il mondo della comunicazione. Pur essendo direttore della Radio Vaticana, e quindi non digiuno di comunicazione, il religioso ha uno stile diverso di affrontare la notizia. Credo che sia la figura che è giusta per questo pontificato. Ogni papa è il papa del tempo che vive, e ogni responsabile della comunicazione è per il tempo che vive il papa. Con Wojtyla c’era un’euforia del comunicare, con Benedetto c’è più un pensare le cose da comunicare. Il cambiamento quindi si avverte ma fa parte dei temi di questi anni.
Se dovesse indicare una fotografia, un’immagine, dei suoi tanti anni in Vaticano, quale sceglierebbe?
Ce ne sono tante. Per Giovanni Paolo II, l’immagine di lui che si faccia alla finestra per quell’Angelus muto dopo i due ricoveri al Gemelli e lui che non riesce a parlare. Credo che in quell’immagine ci siano tanti messaggi. Innanzitutto la capacità di un uomo di non tirarsi indietro di fronte alla malattia, di non sovraesporla ma di non renderla nascosta, di farla capire anche agli altri. C’è soprattutto quel silenzio che diventa eloquente, più di tante parole.
Per Benedetto XVI, c’è l’immagine di questo papa ad Auschwitz, davanti alle lapidi che ricordano i morti di tante nazioni, e lui che dice ‘non potevo non essere qui come uomo, come tedesco e come papa’. Il silenzio sbigottito di fronte a una tragedia e anche il silenzio di un uomo che vive la tragedia in qualche modo vissuta e per qualche elemento costruita dal suo popolo e nello stesso tempo è l’uomo che si inginocchia perché capisce che lì c’è la vera sofferenza dell’umanità.
Se dovesse cambiare completamente genere di giornalismo, cosa le piacerebbe sperimentare?
Sono anni che chiedo ai direttori, a volte scherzando a volte sul serio, di seguire il Giro d’Italia. Chissà, prima di andare in pensione forse ci riuscirò!
ARTICOLI CORRELATI:
24 Gennaio 2012 - 19:17 - © RIPRODUZIONE RISERVATA
|