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UNIVAQ: CONCUSSIONE, DI ORIO CONDANNATO A TRE ANNI DI RECLUSIONE

Pubblicazione: 25 gennaio 2016 alle ore 11:10

Ferdinando Di Orio

L'AQUILA - Il tribunale di Roma ha condannato l'ex rettore dell'Università dell'Aquila, Ferdinando Di Orio, alla pena di tre anni di reclusione per aver indotto il professore dello stesso ateneo, Sergio Tiberti, a consegnargli denaro non dovuto. ll pubblico ministero Stefano Rocco Fava, nell’udienza del 12 novembre scorso, aveva chiesto sei anni e la confisca di alcuni alloggi di proprietà dell’ex senatore ad Avezzano (L’Aquila).

La sentenza è stata pronunciata stamani dopo ben tre rinvii. Sul verdetto l'ex rettore ha diffuso una nota annunciando ricorso in Appello, e i suoi legali, gli avvocati Mauro Catenacci e Guido Calvi, ne hanno diramata un'altra in cui parlano di induzione indebita e non di concussione, reato per il quale Di Orio è stato rinviato a giudizio e sul quale si è aperto il processo a Roma, ma che è stato nel frattempo modificato dalla legge Severino dell'ottobre 2012.

Il collegio giudicante presieduto da Zaira Secchi (Claudia Lucilla Nicchi e Laura Fortuni a latere) ha condannato l'ex uomo forte dell'ateneo aquilano anche alla confisca dei beni da parte dello Stato per 89 mila euro, l'equivalente della somma che la giustizia ha stabilito debba essere risarcita al professor Tiberti.

A tale proposito, il tribunale ha considerato prescritti alcuni versamenti, visto che durante il processo il difensore di Tiberti, l'avvocato Giorgio Tamburrini, ha sottolineato che la quantificazione della concussione era di "oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale"; la stessa fatta dal suo assistito nella denuncia del 13 settembre 2009, dove spiegava di aver detto basta nel 2006 alle dazioni che gli venivano richieste dall’ex rettore, tra le quali anche un’automobile per la figlia e abiti sartoriali di lusso.

Regalie estorte, secondo l’accusa, sotto la minaccia di compromettere, in caso contrario, la carriera accademica e professionale del docente di Igiene dell’allora facoltà di Medicina, con il quale Di Orio aveva avuto in passato buoni rapporti.

Il tribunale di Roma ha disposto in forma esecutiva, oltre alle spese processuali, che Di Orio versi entro due mesi nei confronti di Tiberti una provvisionale di 18 mila euro, come anticipo della restituzione del maltolto: in un successivo procedimento civile sarà fissato l'ammontare del risarcimento che spetta al professor Tiberti.

Ma Di Orio è stato anche condannato a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici: a tale proposito, si apre un interrogativo sulla sua permanenza in seno all'ateneo aquilano dove è docente ordinario di storia della medicina.

Anche se la sentenza è esecutiva al termine del terzo grado di giudizio, tuttavia in un momento in cui è d'attualità il tema dei dipendenti pubbici infedeli, il vertice dell'Ateneo dovrà riflettere sulle misure da adottare. Secondo quanto si è appreso, i vertici amministrativi stanno verificando norme e regolamenti.

Breve è stata la Camera di consiglio, molto probabilmente i magistrati conoscevano la carte visto che la sentenza era prevista nel luglio scorso: prima che i giudici si riunissero, l'ex rettore, difeso dall'avvocato Guido Calvi, componente non togato del Consiglio superiore della magistratura in quota Partito democratico dal 2010 al 2014, ha fatto dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali si è definito uno scienziato, sottolineando di aver avuto la cattedra di statisica a 37 anni, materia sulla quale è tra i migliori 9 esperti in Italia, e di essere stato autore di 9 pubblicazioni scientifiche.

Nell'udienza del 18 dicembre scorso, nella sua arringa difensiva, Calvi si era limitato a parlare di temi accessori e poco del processo, facendo notare comunque che Tiberti, secondo la tesi difensiva, fosse "troppo più potente di Di Orio", e dunque l’ex rettore, proprio per questo, non sarebbe stato in grado di minacciare il professore per chiedergli dei soldi.

L’epilogo del procedimento arriva dopo lunghe indagini, il trasferimento del processo dall’Aquila a Roma e dopo molte udienze nelle quali i testimoni hanno confermato la tesi accusatorie.

L'ultima udienza, quella del 12 gennaio scorso, è stata rinviata a causa del trasferimento in Corte d'Appello di uno dei giudici a latere, Laura Fortuni, che prima di prendere servizio ha chiesto di essere applicata al tribunale per l’udienza di domani: nel caso in cui alla Fortuni fosse stata negata l’opportunità di far parte del collegio, il processo sarebbe ricominciato da capo.

LA NOTA DIFFUSA DAL PROFESSOR FERDINANDO DI ORIO

Il Tribunale di Roma ha ritenuto non sussistente il reato di concussione nei confronti del professor Ferdinando di Orio e ha quindi derubricato l’ipotesi accusatoria nel reato di induzione (Legge Severino).

La difesa del professor Di Orio, rappresentata dall’avvocato Mauro Catenacci e dall’avvocato Guido Calvi, ritiene non sussistente anche questa ipotesi che appare priva di consistenza probatoria e pertanto impugnerà la sentenza nella certezza che la Corte di Appello di Roma perverrà ad una assoluzione piena del professor Ferdinando di Orio

LA NOTA DIFFUSA DAI LEGALI DI DI ORIO

Con la presente si comunica che questa mattina, presso la IX sezione del Tribunale penale di Roma, si è chiuso il procedimento di primo grado nei confronti del professor Ferdinando Di Orio, con la caducazione dell'iniziale accusa di concussione mossagli dal collega, professor Sergio Tiberti, e la derubricazione del reato di concussione in quello meno grave induzione indebita.

Si tratta di una figura introdotta nel 2012 dalla legge Severino, che prevede la punibilità sia di chi paga che di chi riceve, e che in questo caso è stata applicata al solo professor Di Orio, e non anche al professor Tiberti, in ragione di un principio di irretroattività della legge penale: se insomma la presunta commissione dei fatti contestati fosse avvenuta dopo il 2012, sarebbero stati condannati sia accusato che accusatore.

Per quanto qualitativamente e quantitativamente meno grave di quella inizialmente ipotizzata, anche questa accusa è comunque ritenuta dai difensori, avvocati Mauro Catenacci e Guido Calvi, del tutto insussistente e verrà pertanto assoggettata ad appello non appena saranno rese note le motivazioni della sentenza.



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