TRA ELEMOSINA E UN RIPARO DENTRO IL PROGETTO C.A.S.E.
STORIA DEL NIGERIANO A L'AQUILA, ''MI MANCA LA FAMIGLIA''

Pubblicazione: 13 ottobre 2017 alle ore 07:00

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L'AQUILA – Chiede soldi all'ingresso di un supermercato dell'Aquila, vestito 'a cipolla'.

Viene dalla Nigeria, dice di avere 42 anni.

In Italia è arrivato “cinque mesi fa sbarcando in Sicilia dalla Libia, dove sono stato arrestato tre volte”, ma il motivo o i motivi per cui gli hanno messo le manette ai polsi li tiene per sé, in fondo al giaccone sportivo che lo ripara da un freddo che nel capoluogo d'Abruzzo sta per sbloccarsi definitivamente.

La sua famiglia – una moglie e una 'squadretta' di bambini – è rimasta in Nigeria.

Troppo rischioso il viaggio, troppi pericoli tra la terra e il mare, gli stessi che ha ancora negli occhi quando ne parla, seppur mozzando i ricordi.

“Qui all'Aquila sto bene, in Nigeria è tutto diverso, lì la situazione è molto difficile – si confida in inglese con chi gli si è parato davanti per chiedergli un'intervista, dopo un minuto di ovvia diffidenza – Sono cristiano e ho la speranza di riuscire a portare mia moglie e i miei figli qui. Non so come, ma devo farcela”.

L'aspetto, però, non è dei migliori. È trasandato, stanco, chissà da quanti giorni non fa una doccia.

“Vivo con altre persone in una stanza del Progetto C.a.s.e. – a questo punto il ghiaccio è rotto e la fiducia, anche se limitata, c'è – in una siamo cinque, nell'altra c'è una donna. Tutti nigeriani? Sì, ma non so chi ce lo ha assegnato. Forse il Comune?”.

“Per fortuna – qui l'uomo strappa di colpo il velo di diffidenza con cui, in modo educato, si è difeso fino a questo momento – il mio 'boss' non mi chiede i soldi che guadagno qui fuori”.

E per boss, qui torna a indossare, di colpo come lo aveva tolto, il velo di diffidenza mentre una signora bionda gli lascia un euro e lui la ringrazia facendo un mezzo inchino, intende “quello che comanda nella stanza”, per poi bloccarsi del tutto ed evitare di entrare nei particolari.

Ok, incalziamo per saperne di più, ma per far venire la tua famiglia in Italia, non puoi continuare a stare qui davanti. 

L'elemosina non basta, non può bastare, ci sono in giro altri ragazzi e ragazze di colore che rovistano nei 'buzzichi' della spazzatura e dei vestiti usati e che si prostituiscono, alcuni di loro stazionano accampati a una cinquantina di metri, in una città in cui ogni giorno anche gli anziani locali e non solo loro ormai frugano tra i rifiuti e gli abiti di chi non ne ha più bisogno.

E non è sufficiente neppure il presunto aiuto che gli garantirebbe una “charity”, in tal caso “un'associazione che sta qui all'Aquila”. 

E poi, ci sono “i documenti da rinnovare per continuare a stare in Italia”, o meglio, ”per stare lontano dalla Nigeria” in una città, assicura, che gli piace molto e che non sembra preoccuparlo per il capitolo immigrazione che comincia a solleticare le reazioni di più di qualche aquilano. 

“Lo so che non posso continuare a stare in queste condizioni – ammette nel suo inglese di Nigeria – ma qui chi mi darebbe un lavoro? Un prete mi ha promesso di trovarmene uno, solo che fino ad oggi...”.

“La mia famiglia è lontana, mi manca moltissimo, per adesso parliamo solo al telefono”, si fa triste per un attimo che sembra durare una vita, ma poi si tira su e riannoda i fili aquilani: “la sera, quando il supermercato chiude, prendo l'autobus e torno a casa. In stanza non si sta male, alla fine”.

“Non ho paura di diventare un delinquente per necessità – risponde a una domanda provocatoria sorridendo, con la bocca che svela una distesa di denti bianchissimi – perché non me lo posso permettere. Ho 'wife and children', 'moglie e bambini'. Devo pensare a loro”, si congeda da noi tornando ai clienti del supermercato che entrano ed escono.

“Ti diamo uno strappo a casa, se vuoi”. 

“No, grazie”, sorride un'altra volta, ma un po' meno di prima, mentre parla a un telefono minuscolo, “aspetto gli amici, torno con loro”.



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