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TERREMOTO: LE MAMME, ''STIAMO QUI CON I FIGLI, MA MANCA L'AQUILA''

Pubblicazione: 06 aprile 2011 alle ore 19:21

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L'AQUILA - Oggi, 6 aprile 2011, la città più incerottata d'Europa si è svegliata al primo, vero sole primaverile dopo una nottata gelida, di silenzio assoluto per chi non c'è più.

Salvo la parentesi-Napolitano, con il presidente della Repubblica in visita in quel che resta della basilica di Collemaggio per la messa in suffragio, L'Aquila e gli aquilani si sono ritrovati nella realtà di sempre.

Quella del limbo, della 'terra di mezzo' tra il sisma e l'emergenza ormai conclusi e la ricostruzione pesante ancora incollata a un gigantesco punto interrogativo.

Su via Strinella, arteria tra le più importanti di questo borgo splendido, ma dall'urbanistica incerta, due mamme tengono a bada un maschietto e due femminucce, bellissimi, che se la spassano nel piccolo parco-giochi, non lontano dalla chiesa di Santa Rita.

Sono le mogli di due professionisti aquilani, madri di due bambini nati e cresciuti all'Aquila. Abitavano entrambe in pieno centro storico, i mariti lavoravano lì, in quella che oggi somiglia sempre meno alla città che tutti vorrebbero rivedere.

"Ora siamo in affitto tra la Torretta e via Strinella - dicono - e ci è andata bene, perché per fortuna possiamo permetterci di pagare gli affitti, anche se pesano parecchio".

Sono due mamme di neanche quarant'anni, che hanno scelto, d'accordo con i rispettivi mariti, di restare all'Aquila, quindi di non andare a investire altrove.

"Non è stata una decisione difficile - spiegano - nonostante la tremenda scossa che, però, soltanto una di noi ha vissuto, perché l'altra era andata a rifugiarsi al mare la sera prima; nonostante la vita da sfollate in giro per la costa adriatica e il Lazio con i bimbi piccoli senza scarpe e con lo stesso pigiama per tre giorni. Abbiamo scelto di restare in città perché ce lo impongono le radici e l'amore per L'Aquila".

E la presenza dei bambini, ovviamente, che sembrano davvero avere il capoluogo nelle vene.

"Quando eravamo sulla costa - racconta una delle due mamme - mia figlia, che due anni fa andava ancora all'asilo, non accettava il trasferimento temporaneo in quello costiero. Tre giorni alla settimana veniva con il papà qui all'Aquila, perché è qui che si sentiva e si sente bene".

"Spesso - dicono - disegnano la vecchia casa e ci chiedono quand'è che rientreremo tutti lì e quando potranno ricominciare a giocare nel cortile in cui sono cresciuti".

Adesso che l'emergenza è terminata, ci sono mille problemi da affrontare, dalla burocrazia che non facilita alcuna mossa rapida, alla lentezza di un'economia che stenta non poco a rimettersi in carreggiata.

"Spero che nel 2012 potremo cominciare i lavori - è la speranza della giovane mamma che ha una casa inagibile dalle parti di Santa Giusta - ma con questa indolenza tipica di una certa politica, non so in realtà quanto tempo impiegheremo. Potrebbe essere fatto tutto nel giro di breve tempo, ma è come se ci fosse la volontà di complicare ulteriormente le cose".

"Per me - dice l'altra - invece ci vorrà molto tempo. Sia la casa che lo studio di mio marito sono in condizioni pessime, ma è chiaro che se si volesse snellire la ricostruzione...".

Ci sono poi tanti 'guai' evitabilissimi. "Un mese fa qualcuno ha tentato di sfondare la porta di casa, con i militari in strada a sorvegliare", rivela.

Nessun dubbio sulla malinconia, a giudicare dall'espressione di tristezza che si impadronisce di entrambe quando sul piatto finiscono i ricordi e il modo di vivere della vecchia città.

"Ci manca tantissimo. Noi non siamo nate all'Aquila, ma ci sentiamo, siamo aquilane a tutti gli effetti. Vediamo in giro tanta depressione, se non avessimo avuto i figli probabilmente ci saremmo cadute anche noi".

La domanda da un milione di euro ci sta tutta. Cosa pensate quando guardate i vostri figli? Quale futuro vedete per loro, avendo scelto di affrontare un periodo complesso come questo senza cambiare città?

"Quando abbiamo deciso con i mariti di non andare via da qui - è la risposta - ci siamo detti di mettere da parte quella parola, 'terremoto', per cominciare a pensare anche dialetticamente al futuro. Però per i nostri figli potrebbe essere diverso. Se prima li volevamo qui con noi, almeno fino all'università, oggi abbiamo il dovere di guardare alla loro adolescenza in maniera più concreta. Se le cose vanno davvero a rilento, se non si prende di petto la ricostruzione economica e sociale della città, sarà addirittura un miracolo se riusciranno a finire le medie qui all'Aquila".

Per chiudere, se doveste dire cosa manca davvero per ripartire? Nella risposta c'è il mondo che conosciamo meglio. "Manca L'Aquila".



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