TERREMOTO: DUE ANNI FA LA SCOSSA 6.3
LA RICOSTRUZIONE PROCEDE A RILENTO

Barack Obama e Silvio Berlusconi davanti alla prefettura crollata del capoluogo nei giorni del G8 aquilano
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L'AQUILA - A due anni dal terremoto di magnitudo 6.3 che alle 3.32 del 6 aprile devastò L'Aquila e provincia, provocando 309 morti, circa 2 mila feriti e la distruzione di un ingente patrimonio architettonico, la ricostruzione sembra procedere a rilento e, soprattutto, mancano certezze su "quando" la situazione tornerà normale.

Nel secondo anniversario della tragedia, gli aquilani ricorderanno le vittime con alcune manifestazioni: spiccano la fiaccolata, in partenza dalle 23 del 5 aprile dalla Fontana Luminosa per arrivare in Piazza Duomo alle 3.15 del 6 e, nella serata del 6, il concerto dei giovani musicisti del conservatorio.

La Fondazione '6 aprile per la vita' ha rivolto un appello alla politica: evitare teatrini e risse, "accetteremo la presenza solo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in rappresentanza degli italiani".

Sono ancora 37.733, 15 mila in meno rispetto al 2010, le persone assistite nel Comune dell'Aquila e nei 56 del cratere sismico, secondo i dati recenti della Struttura per la gestione dell'emergenza (Sge).

Di queste, poco meno di 23 mila risiedono in alloggi a carico dello Stato; circa 13 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (Cas, 200 euro a persona ogni mese) e 1.328 sono ancora in strutture ricettive abruzzesi e nelle caserme.

A conferma delle problematiche esistenti, sono arrivate, a settembre scorso, le dimissioni da vice commissario vicario alla ricostruzione del sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, dovute al "preoccupante accentuarsi dello stato di confusione e difficoltà nella governance di gestione dell'emergenza e del processo di ricostruzione".

A far discutere ci sono anche le macerie, la cui stima precisa è difficile elaborare: milioni di tonnellate di materiali derivanti dai crolli e dalle demolizioni.

Nel frattempo si è affievolita la protesta pacifica del "Popolo delle carriole" che, prima simbolicamente, poi concretamente, è riuscito a liberare alcune strade e piazze dai detriti, fino a quando, per la drastica riduzione dei volontari partecipanti, si è reso necessario lo stop alle domeniche in centro.

Migliaia di aquilani vivono in 19 'new town', ma ciò che risulta difficile è ricostruire il tessuto sociale. Conferma questa situazione la ricerca "Microdis-L'Aquila", degli atenei di Firenze, Marche e L'Aquila, condotta su 15 mila terremotati.

Dallo studio, secondo cui la ricostruzione è "più lenta che in Indonesia", emerge la mancanza di luoghi di ritrovo per una "comunità morta assieme al sisma".

Tutto ciò ha portato a un aumento dei casi di ansia e depressione che, per il locale dipartimento di Salute mentale, sono causati non solo dal terremoto in sé, ma anche dal venir meno della rete sociale.

Qualche delusione i terremotati dicono di averla avuta anche dal Governo, come per la questione tasse: dopo una sospensione di 15 mesi, da luglio 2010 hanno ripreso a pagare le imposte e, dal prossimo novembre, dovranno pagare in aggiunta anche quelle non versate da aprile 2009 a giugno 2010, nell'ambito di un regime fiscale da molti definito "penalizzante" rispetto ai sismi di Umbria-Marche e Molise.

Per la ricostruzione sono stati stanziati complessivamente 14.767 miliardi, ma i dati di novembre del commissario delegato, Gianni Chiodi, indicano una disponibilità di "cassa" pari a poco più di 3 miliardi.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che più volte ha parlato di "mistificazione" da parte dei media sui temi della ricostruzione, in questi due anni è stato all'Aquila 31 volte, decine delle quali nel primo anno dopo il terremoto.

Nei giorni scorsi, su diversi muri della città, sono comparsi striscioni del Comitato 3e32, contrario a un'eventuale visita del premier il 6 aprile: "Berluscò, non te fa revedé - recitavano - 6.4.2011 niente sciacalli".

La domanda che migliaia di terremotati si pongono, quasi con rassegnazione, è: quando potremo tornare a casa? In un processo di ricostruzione tutt'altro che semplice, i problemi riguardano principalmente le case classificate 'E', ovvero quelle gravemente danneggiate.

I privati, infatti, non possono iniziare i lavori finché non viene redatto dai Comuni il piano di ricostruzione del centro storico, ma, a esclusione dell'Aquila, dove è stato presentato il 30 per cento circa dei progetti di edifici 'E', nei piccoli comuni del "cratere" il centro abitato coincide proprio con quello storico.

Nel solo capoluogo risultano danneggiati 16 mila edifici e, di questi, 8.700 sono classificati 'E'. Sono circa 12 mila le richieste di indennizzo presentate e per 9.600 di esse (l'80 per cento delle domande) è già stato erogato il contributo.

A oggi, nel complesso, è stata presentata la dichiarazione di fine lavori per circa 4.600 edifici.

CHIODI E CIALENTE, SE LA RICOSTRUZIONE SI DIVIDE

L'AQUILA - Erano commissario per la ricostruzione e vice, presidente della Regione e sindaco dell'Aquila, ora sono divisi, con punti di vista opposti.

Gianni Chiodi, al timone dal 1° febbraio 2010, quando subentrò all'allora capo della protezione civile, Guido Bertolaso, traccia un bilancio positivo, mentre Massimo Cialente, che per contrasti non solo con lui si dimise da vice commissario, non risparmia critiche: "Sono arrabbiato per come si è perso tempo".

CHIODI: ''BASTA DIVISIONI E RICOSTRUIAMO''

"Mettiamo da parte le divisioni - afferma il commissario-presidente - e facciamo partire la ricostruzione, per la quale abbiamo tutto. A due anni dal terremoto si è pronti a ripartire. Siamo di gran lunga avanti rispetto ai tempi di altre tragedie simili e, contrariamente a quanti cercano di alimentare la disperazione, nell'ultimo anno non si è perso tempo. Si è fatto un lavoro eccezionale di progettazione una fase della ricostruzione inevitabile e ineludibile".

Secondo Chiodi, "il Governo ha messo a disposizione soldi e regole e ha nominato soggetti attuatori. Ora si deve dimostrare di esserne degni, evitando atteggiamenti conflittuali, polemiche sterili e tentativi di speculazione".

A sostegno della sua tesi, Chiodi fornisce dati: le pratiche di ricostruzione a buon fine sono oltre 16 mila, oltre 11 mila i cantieri aperti, 3,1 miliardi i fondi assegnati da quando è commissario, dei quali 1,4 erogati. Il finanziamento totale è di 14,767 miliardi. La popolazione assistita diminuisce.

Il commissario non fa sogni di gloria: "I problemi ci sono stati e ci saranno, ma L'Aquila non solo rinascerà, ma sarà più forte, più competitiva e più bella".

CIALENTE: ''MANCA MOLTO, SERVE UNA SVOLTA''

Cialente, invece, chiede "una svolta per invertire marcia e modalità di un processo finora fermo".

Il 27 marzo ha ritirato le dimissioni anche da sindaco, presentate, oltre che perché non aveva più una maggioranza solida, anche per protestare contro il blocco della ricostruzione.

Adesso è fiducioso, perché il sottosegretario Gianni Letta gli ha fornito assicurazioni.

"Auspico che qualcosa sia cambiato - afferma il primo cittadino - Finalmente si è raggiunto un accordo con progettisti, costruttori e le varie strutture. L'auspicio è che l'intesa faccia arrivare progetti per le case 'E' della periferia e inauguri un nuovo modo di lavorare per affrontare i problemi rimasti in sospeso in attesa di conoscere cosa farà il Parlamento tra le tre leggi sul terremoto al vaglio commissioni".

Sulla situazione attuale, però, il sindaco non fa sconti. "Nulla è stato fatto - accusa - per la ricostruzione pesante e per l'edilizia residenziale pubblica; c'è un ritardo terribile per gli edifici pubblici, con pochissimi appalti assegnati, tutti ancora in fase di progettazione, nulla per il rilancio economico e produttivo".

Sulle cose fatte, Cialente sottolinea che "il Comune ha compiuto il proprio dovere: abbiamo speso 550 milioni - elenca - c'è stato un risparmio di oltre 130 milioni. La Reluis (Rete dei laboratori universitari di ingegneria sismica, ndr) ha comunicato che, a parità di danni, questo è il terremoto che sta costando meno".

Secondo Cialente, poi, "si va completando la ricostruzione leggera che è stata gestita direttamente dal Comune. I cantieri - conclude - sono 9 mila e vanno verso il definito completamento, migliaia di cittadini tornati a casa. Il centro storico e le altre zone sono puntellate per oltre il 55 per cento".

LE STORIE: MAMMA CORAGGIO, ''CHISSA' SE TORNEREMO''

L'AQUILA - Alla ricorrenza del primo anniversario del sisma, la foto di lei e sua figlia ferite dopo il 6 aprile 2009 era stata riproposta aggiornata come simbolo della speranza e commosse ancora una volta il mondo.

Ma ora la storia di Stefania Faraone e della piccola Sara Luce, 9 anni, rischiano di essere il simbolo del distacco dall'Aquila.

Come sottolinea "mamma coraggio", lei, suo marito e la loro bambina, che dai mesi successivi al 6 aprile di due anni fa vivono in una casa di proprietà lungo la costa, hanno fatto di tutto per tornare, ma gli ostacoli, non solo burocratici, per ora li hanno fatti desistere.

Rimarranno a Pineto (Teramo), poi chissà. Una decisione presa anche con la piccola che comincia a vivere con più serenità i postumi del terremoto; anche se i genitori evitano di farla fotografare per preservarla da altri traumi.

"Abbiamo tentato di rientrare, ma ci siamo dovuti arrendere - spiega Stefania, che abitava in pieno centro - Mio marito ha attivato le pratiche per costruire una casa, ma ha trovato difficoltà che hanno ritardato il progetto. Volendo fare le cose in regola è più difficile, se sei abusivo tutto è più liscio e rapido. Abbiamo provato ad andare in affitto, ma per una casa in un paese ci hanno chiesto mille euro al mese. A due anni dal terremoto non ci saremmo aspettati questo".

Le abitudini, in particolare della bimba, sono cambiate: "Lo scorso anno Sara Luce la festa 'grande' di compleanno l'ha fatta all'Aquila e quella 'piccola' a Pineto, quest'anno è il contrario - spiega Stefania - All'Aquila i contatti sono rimasti con quattro bambini".

E ancora, lo scorso anno, il 6 aprile la famiglia era all'Aquila alla fiaccolata alle 3.32 del mattino, quest'anno, probabilmente, no: "Se non andremo, accenderemo un candela, come facciamo il 6 di ogni mese - chiarisce ancora - Ma in prospettiva più passa il tempo e meno voglia di tornare c'è. Dopo due anni Sara Luce si è inserita qui e andando via avrà bisogno di reinserirsi, per questo abbiamo deciso di farle fare le Elementari a Pineto, anche perché le prospettive non sono buone per i ragazzi: l'idea che mia figlia vada a passare i pomeriggi al centro commerciale non è certo ideale".

Il pensiero di Stefania sulla città non è più fiducioso: "Dopo due anni, non avendo modo di vivere i cambiamenti quotidiani, quando torno ho l'impressione di andare in un altro posto. Sento che la città è mia, ma non la riconosco".

LE STORIE: MILITARE IN PENSIONE, ''MI SENTO FORTUNATO''

L'AQUILA - "Il Map, la casa provvisoria che mi hanno dato a Pizzoli è un incanto, se me lo lasciano per tutta la vita sono contento".

Osvaldo Camilli, 62 anni, militare in pensione, parla così della sua situazione a due anni dal terremoto che ha devastato L'Aquila e molti paesi limitrofi.

Camilli abitava nel centro storico del capoluogo, nelle case prima di proprietà dell'esercito, poi passate all'Ater, l'azienda territoriale di edilizia residenziale.

Il suo appartamento è stato classificato inagibile e non è stato ancora deciso se debba essere demolito o ristrutturato.

"La mattina dopo il terremoto non sapevo dove andare - racconta - L'8 aprile, due giorni dopo, sono partito per la costa e sono stato in hotel a Pineto. Posso dirmi fortunato perché mia moglie e io in albergo siamo stati bene".

Camilli e consorte sono stati ospiti in albergo per un anno, poi hanno avuto in assegnazione un Modulo abitativo provvisorio (Map) nel Comune di Pizzoli.

"Sto bene dentro il Map - prosegue - dall'esterno gli alloggi sembrano tutti uguali, ma dentro sono molto confortevoli. Riscaldamento autonomo, fa sempre caldo. Ho anche un pezzettino di terra accanto dove ho creato un piccolo orto".

"Non posso lamentarmi - dice ancora - Ci siamo riorganizzati bene, mi sono abituato a questa nuova vita a Pizzoli e sto bene. Mi sento fortunato".

"Il centro storico dell'Aquila un po' mi manca - aggiunge poi, malinconico - ci ho passato una vita. Ogni tanto vado a fare un giro per vedere come vanno i lavori, ma vedo che è tutto fermo. Non so di chi sia la colpa, ma mi dispiace. Se vedessi lavorare per ricostruire il centro ci andrei più volentieri".

"I lavori della ricostruzione vanno a rilento, anche se le case classificate 'A' e 'B' sono state quasi tutte riparate. Non si può dire che Berlusconi non abbia fatto tanto per L'Aquila, il suo intervento è stato importante ed è evidente. Io l'ho votato - conclude - ma ultimamente mi sta deludendo".

LE STORIE: I PRIMI A SPOSARSI, ''MA ORA CE NE ANDIAMO''

L'AQUILA - Si sono sposati il 18 aprile 2009, 12 giorni dopo il terremoto, per dare un segnale forte finalizzato a far risollevare la città.

Ora la coppia protagonista del primo matrimonio, con rito civile, dopo il tragico sisma, getta la spugna andando via dall'Aquila "perché é una città senza futuro".

Nel secondo anniversario, all'Ansa è la signora Maria Chiara Aio, 34 anni, impiegata, ad annunciare l'addio: per la verità il marito, Massimo Marinelli, 35, ingegnere, ma di professione tatuatore (prima del sisma aveva un'attività in centro storico), si è trasferito a Roma dal gennaio del 2010 dopo aver perso il lavoro. Lei lo seguirà a breve.

"La situazione mi amareggia, ma non ci sono le condizioni per restare, ce l'ho messa tutta - spiega - È una conclusione forzata, non vedo futuro in questa città, nonostante gli sforzi di tante persone perché ci sono, non vedo una situazione positiva nella quale non mi sentirei di fare vivere un eventuale figlio. Per ora. Se poi cambieranno, vedremo. Però ora non ci sono spazi, parchi, centri di aggregazione, non c'è rilancio economico, vedo solo distruzione, non solo come strutture, ma anche nelle coscienze".

La signora Aio, che vive con i genitori nel progetto C.a.s.e., parla anche se chiarisce che il marito non avrebbe accettato alcuna intervista; d'altra parte, la difficoltà era già emersa il giorno del matrimonio.

Per questo c'è anche il rifiuto di farsi fotografare. "Non abbiamo il desiderio - chiarisce - di avere neanche le foto del matrimonio, del quale, purtroppo, non abbiamo un ricordo bello. Per quanto accaduto non ce lo siamo potuti godere. Abbiamo pensato di rifarlo in forma privata".

Nonostante la posizione ben definita e il tono delle parole molto deciso, per i due giovani non è stato facile. "Per un giovane che vuole costruirsi un futuro, è terribile, la forza di reagire la troveremo insieme, affronteremo purtroppo la situazione lontani. Non è facile lasciare famiglia e effetti, ma siamo convinti", spiega ancora la giovane donna.

"All'Aquila - sostiene - non c'è assolutamente una situazione controllata, è sfuggita di mano, i cittadini sono impotenti, è un po' una lotta contro i mulini a vento. Devo dire che non è solo L'Aquila ma proprio il sistema italiano che ci rende impotenti. Siamo un granello di sabbia".

Che cosa dice suo marito? "È contento che abbandoni questa città - conclude la donna - Mi ha dato il tempo possibile per ricredermi, sono arrivate indicazioni negative e lo seguirò".

LE INCHIESTE: ROSSINI, ''QUASI TUTTE CHIUSE''

L'AQUILA - A due anni dal terremoto la Procura della Repubblica dell'Aquila, con numeri e tempistica da record, ha pressoché concluso il corposo lavoro di indagine che ruota intorno ai crolli del terremoto che hanno causato la morte di 309 persone.

Quella che è stata definita ben presto la maxi inchiesta sul terremoto ha portato all'apertura di circa 215 fascicoli: di questi 15, tra cui quello sul crollo della casa dello studente, uno dei simboli più commoventi del sisma, sono procedimenti in corso che andranno a processo.

La restante parte, circa 200, o è stata archiviata oppure è oggetto di istanze di archiviazione.

Accanto alla maxi inchiesta sul terremoto, viaggia l'inchiesta sulla commissione Grandi Rischi, per la quale i pm aquilani hanno iscritto sul registro degli indagati sette persone, tra cui vertici della Protezione civile nazionale e dell'Istituto nazionale di geofisica e Vulcanologia (Ingv) che parteciparono all'Aquila alla riunione del 31 marzo 2009, cinque giorni prima del sisma, al termine della quale, secondo l'accusa, furono lanciati messaggi rassicuranti che non fecero attivare precauzioni in grado di salvare vite umane.

"Sul terremoto abbiamo in pratica definito le indagini - spiega il procuratore capo, Alfredo Rossini - Siamo soddisfatti per la tempistica e per i risultati ottenuti nel rispetto di ogni prerogativa. Stiamo andando avanti con la stessa puntualità anche sugli altri fronti. Credo che la gente possa essere soddisfatta dei magistrati".

Anche nel secondo anniversario, Rossini parla di un impegno che va al di là del ruolo istituzionale.

"La cosa fondamentale è la professione - premette - ma è innegabile che ci sia il significato umano che è attivato dalla terribile tragedia. Il fatto di essere vicini a persone che soffrono, determina un senso di responsabilità ancora maggiore. Noi abbiamo una squadra all'altezza e ce la metteremo tutta per portare avanti tutte le attività".

Sul suo possibile trasferimento (è primo in graduatoria per un posto a Genova), Rossini ribadisce di voler prima finire il lavoro all'Aquila e sulla ricostruzione non prende posizione, "ci pensino i politici", ma si dice soddisfatto anche delle inchieste sulla stessa ricostruzione e sulle infiltrazioni mafiose.

"Stiamo battendo le strade giuste - assicura - la guardia è sempre alta. Sapevamo del pericolo rappresentato dalle mafie nel cratere del terremoto".

Sulla ricostruzione, la procura ha indagato uno dei coordinatori del Pdl, Denis Verdini, e il suo amico imprenditore, presidente dimissionario della Btp, Riccardo Fusi, per tentato abuso d'ufficio, perché avrebbero provato ad introdurre negli appalti per la ricostruzione il consorzio Federico II, sfruttando le amicizie importanti.

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03 Aprile 2011 - 17:53 - © RIPRODUZIONE RISERVATA

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