TERREMOTO: 309 ANNI DOPO IL SISMA DEL 1703, LA SCOSSA DELLA CANDELORA

di Annalisa Casciani

L'AQUILA - 2 febbraio 1703- 2 febbraio 2012: oggi scoccano 309 anni (numero che ormai all'Aquila ha assunto un significato doloroso)  dal terribile terremoto che colpì L'Aquila, nel giorno della Candelora, mietendo, secondo alcune stime, 6 mila vittime in tutto il territorio colpito, più di 2.500 vittime nel capoluogo, di cui 600 nella sola chiesa di San Domenico dove i fedeli stavano celebrando il rito delle candele, e radendo al suolo la maggior parte dei suoi edifici medievali e rinascimentali, vanto di quella che era stata la seconda città per importanza del Regno di Napoli.

Di quel terribile sisma e di quello più recente del 6 aprile 2009, ha parlato ad AbruzzoWeb Errico Centofanti, giornalista, tra i fondatori del Teatro stabile d'Abruzzo, ideatore nel 1983 della Perdonanza moderna, grande studioso della storia aquilana e autore qualche anno fa di La Festa Crudele. 2 febbraio 1703. Il terremoto che rovesciò L'Aquila. Dopo tre secoli: che accadde? che ne resta?.

Il libro, scritto nel 2003 per il tricentenario del terremoto della Candelora, indaga a fondo il cambiamento che quell'evento tremendo portò alla città dell'Aquila a livello materiale, ma analizza anche la profonda impronta lasciata allo spirito e all'indole dei suoi abitanti: da allora abbandonati a quella che Centofanti definisce indole "sfastica" (apatica, poco propositiva con una leggera venatura lagnosa) e alla filosofia del "Ma chi te llo fa fà".

Un'impronta che, secondo Centofanti, si ripropone con forza anche dopo quanto accaduto quasi tre anni fa.

La pubblicazione del suo libro precede di sei anni il terremoto del 2009. Avendo vissuto quell'evento, può dire che avrebbe affrontato il tema in un altro modo?

Si parla ovviamente di due eventi distinti, certamente avrei affrontato il tema in modo diverso: ma comunque i due terremoti hanno tratti analoghi. A fine 2009 ho pubblicato La gran cornata. Il terremoto dell'Aquila. Quello del 6 aprile del 2009 e quello del dopo, volume in cui parlo in modo specifico dell'ultimo sisma.

Nel primo lavoro descrive una sorta di "ricordo genetico" della paura del terremoto del 1703, come se nei geni degli aquilani vi fosse una memoria di quella tragedia, le perdite, i danni. Dice anche che l'aquilano sa istintivamente, senza che nessuno glielo abbia detto, cosa fare in caso di terremoto. La paura nel 2009, quindi, aveva una ragione?

Il sisma del 2009 è stato la conferma che quelle sensazioni che gli aquilani avvertivano non erano infondate.

Ma comunque la  commissione Grandi rischi tranquillizzò la popolazione. Crede che quelle rassicurazioni abbiano in un certo senso sminuito questo istinto alla paura del terremoto?

Certamente sì. Essendo ben informato sul terremoto del 1703, quando sono cominciate, nel dicembre 2008, le scosse ho subito pensato a una replica di quell'evento. Ma poi il 31 marzo ci hanno detto che era tutto tranquillo, erano i massimi esperti, e tutti si sono tranquillizzati. Tantissimi all'Aquila, anche sapendo, in maniera innata, che una sequanza di scosse come quella avrebbe probabilmente concotto ad un evento più grave, si sono fidati.

E riguardo alla "rimozione" del terremoto della Candelora, che lei dice quasi cancellato dal ricordo collettivo, crede che anche quello del 2009 verrà rimosso dalla memoria storica della città?

In qualche maniera si sente la necessità di una rimozione. Nel tempo questo fenomeno avviene sempre per casi che colpiscono in modo così pesante la psiche. La tendenza è rimuovere per alleggerire la coscienza dal dolore.

Ma all'Aquila si parla in maniera ossessiva del terremoto del 2009...

Parlarne di continuo è sempre un tentativo di alleggerirsi del peso di quello che è successo. Cosa che è avvenuta in maniera parossistica nei primissimi mesi, adesso è una tendenza in diminuzione. Questo perché si tende a intravedere un barlume di prospettiva futura e si parla meno dell'accaduto, ci si concentra sull'avvenire.

Da quel terremoto del 1703 lei fa derivare l'indole apatica degli aquilani, che lei definisce "sfastica", cosa che li spinge o a chiudersi in maniera abnorme oppure a emigrare dalla città. Il terremoto del 2009 ha intensificato o modificato questa caratteristica?

Non credo che questa tendenza cambierà. Penso che le cose si svilupperanno nella stessa maniera del terremoto del 1703, anche se nessuno ha la sfera di vetro per prevederlo ovviamente. Ma probabilmente avverrà qualcosa di simile.

Dopo il 1703 la città venne ricostruita con una nuova faccia. Lo slogan "Com'era dov'era" del post terremoto 2009 vorrebbe che L'Aquila tornasse a rivivere identica a prima del terremoto. È possibile secondo lei?

La frase deve essere divisa in due proposizioni. Il "dov'era" come accadde nel 1703, credo sia assodato, nonostante tentativi governativi di farla ricostruire altrove. Per il "com'era" la questione è aperta. Si dovrà salvaguardare il tessuto urbano del centro storico, il rapporto tra gli spazi pieni e quelli vuoti, gli edifici storici e monumentali, da questo non si potrà prescindere. Ma credo si dovrà seguire la scelta che si fece nel 1703: salvare il salvabile, mantenendo la fisionomia della città medievale, innestando il nuovo assetto barocco nel rispetto dell'architettura esistente. Ugualmente, oggi, quello non salvabile o brutto andrà sostituito con quanto di meglio può offrire la modernità senza però violentare l'architettura che resta.

Il terremoto del 1703 è stato dimenticato per tre secoli, dopo il sisma del 2009 tutti sono tornati a parlarne. Quanto è importante conoscere il proprio passato?

Il passato bisogna studiarlo per tenere a mente gli insegnamenti, per capire quello che ci accade nel presente e come poter costruire al meglio il futuro. Ripercorrere i fatti della storia, le emozioni, è un esercizio importante per l'approccio individuale ma anche collettivo alla quotidianità.



02 Febbraio 2012 - 18:10 - © RIPRODUZIONE RISERVATA

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