TEATRO STABILE: LA PRESIDENTE DE SIMONE,
''MENO L'AQUILA, PIU' ITALIA, PIU' QUALITA'

Pubblicazione: 23 dicembre 2017 alle ore 12:12

Annalisa De Simone
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L’AQUILA - “È nostro compito uscire dal localismo e puntare all’eccellenza nazionale”. Lo ripete in più punti la nuova presidente del Teatro stabile d’Abruzzo, Annalisa De Simone, nell’intervista concessa ad AbruzzoWeb, che ieri ha anticipato la sua nomina al posto di Nathalie Dompè, che verrà ratificata nei prossimi giorni.

Una presentazione che si annuncia di “rottura” con il passato, già dalle premesse: “Parliamoci chiaro, il nostro teatro non è un teatro di grande prestigio, e lo dico con profonda amarezza”, ammette la De Simone, annunciando l’impegno ad “ambire a quelle collaborazioni di lustro che il nostro teatro merita”.

Il Tsa che “non appartiene alla primissima fascia di finanziamenti perché non ne ha i requisiti”, e se “arrivare alla fascia di ‘teatri nazionali’ è un obiettivo quasi impossibile da raggiungere”, comunque “è sempre meglio puntare in alto”.

L’intenzione è rendere il Tsa meno aquilano, ma non solo: meno abruzzese, e più italiano e internazionale. Anche con l’aiuto dei contatti del suo fidanzato, Jacopo Gassman, che “era in pole come direttore ma ha preferito non partecipare al bando”, conferma, dicendosi “sicura di poter contare sulla sua immensa conoscenza del teatro contemporaneo”.

La distanza con la Dompè si allarga sulla strategia del cartellone mezzo comico che la scorsa stagione all’annuncio aveva destato sorpresa e polemiche. “C’è bisogno di leggerezza”, disse la presidente di allora, “una frase che mi ha lasciato basita”, confessa quella di oggi.

“È compito di chi presiede un ente pubblico puntare alla qualità. Sempre. E poi fare un cartellone con tutto significa tradire il proprio compito, tutto è uguale a niente”, conclude.

Come è nata questa nomina, un’operazione meditata oppure è stato un fulmine a ciel sereno? La prima sensazione qual è?

Ho ricevuto la notizia appena ieri, non sapevo neanche di essere nella rosa dei possibili candidati. Ne sono felice e profondamente onorata.

Riuscirà a conciliare questo incarico gravoso con la sua attività di scrittrice?

In tempi di grande risentimento verso le istituzioni tutte, ci tengo a precisare che la carica di presidente del Tsa non prevede alcun compenso. È un lavoro che svolgerò con maniacalità, senza mai sottrarmi, nonostante costituisca un impegno importante in termini di tempo e sacrificio. Ripeto, ne sono onorata. E mi sento piena di energie.

Chiederà una mano anche al suo fidanzato Jacopo Gassman? Che contributo potrebbe portare allo Stabile?

Jacopo era in pole position per la carica di direttore artistico, ma ha preferito non partecipare al bando. Sono stata felice che la nuova amministrazione abbia usato questo strumento per decidere chi dovesse ricoprire un ruolo tanto fondamentale: si può discutere su come sia stato scritto il bando, è legittimo farlo, ma è anche doveroso riconoscere l’ottimo tentativo di procedere nel nome della meritocrazia. Mi auguro che Jacopo sia generoso con il Tsa, sono sicura di poter contare sulla sua immensa conoscenza del teatro contemporaneo e sui suoi contatti. E non vedo l’ora di mobilitare la mia personale rete di conoscenze. Parliamoci chiaro, il nostro teatro non è un teatro di grande prestigio, e lo dico con profonda amarezza. Mi muoverò, insieme a tutta la squadra che combatte da anni per assicurarsi le giuste coperture e insieme alle scelte del direttore artistico, per ambire a quelle collaborazioni di lustro che il nostro teatro merita.

La presentazione del nuovo direttore Cristicchi avvenuta in Municipio segna una certa distanza tra Comune e Regione? Come si ricuce il rapporto?

Non esageriamo, non c’è nessuna distanza. Solo un piccolo incidente diplomatico. La linea deve essere questa, agire insieme con un unico obiettivo: la crescita in termini di possibilità e offerta.

Ha letto che tipo di teatro vuol fare Cristicchi? La convince?

Mi piace questa sua attenzione per il contemporaneo. Il problema del teatro italiano sta tutto qui, nell’enorme distanza che ha maturato negli anni con realtà come quella britannica, spagnola, francese, tedesca, realtà che hanno scommesso sulla drammaturgia contemporanea creando nel tempo un teatro che è sinonimo di uno spazio libero di pensiero, un teatro capace di ripensare se stesso e di offrire la tradizione sempre al fianco dell’innovazione. Come ha detto uno dei più interessanti drammaturghi contemporanei, il madrileno Juan Mayorga, “il teatro accade nel pubblico. Non nei ruoli ideati dall’autore. Nemmeno nella scena che occupano gli interpreti. Il teatro accade nell’immaginazione, nella memoria, nell’esperienza dello spettatore”. Questo può accadere se c’è maggiore attenzione per ciò che si agita fuori dai piccoli confini del territorio. Puntare all’eccellenza e copiare chi fa meglio è un atto dovuto.

La presidenza Dompè doveva essere improntata alla managerialità, trovando fondi privati da abbinare ai finanziamenti pubblici, trova corretta questa linea e la proseguirà o ci sarà un cambiamento?

Assolutamente sì, la trovo corretta. Il Tsa, dopo l’ultima riforma, è rientrato nella categoria “Tric”, teatro di rilevante interesse culturale. Non appartiene quindi alla primissima fascia di finanziamenti perché non ne ha i requisiti, certamente molto complessi da ottenere. L’ambizione di tutta la squadra è quella di continuare a crescere, so che arrivare alla fascia di “teatri nazionali” è un obiettivo quasi impossibile da raggiungere, forse poco realistico, ma è sempre meglio puntare in alto.

Vista la sua esperienza artistica non si corre il rischio di ‘pestarsi i piedi’ con il direttore Cristicchi?

Ho il massimo rispetto per il direttore artistico e non voglio pestare i piedi a nessuno. Il mio ruolo è quello di favorire in termini di possibilità le linee editoriali che lui vorrà scegliere. Auspico, tuttavia, nella comune volontà di essere ambiziosi per poter fornire il miglior servizio possibile. Vorrei ricordare che questo ente pubblico vive grazie al contributo dei cittadini abruzzesi ma anche degli italiani tutti, dato che gode di finanziamenti ministeriali. È nostro compito uscire dal localismo e puntare all’eccellenza nazionale.

L’accusa che si fa al Tsa di oggi è di essere poco abruzzese e troppo aquilano, come si recupera il rapporto con il resto della regione?

Sono critiche che condivido. Ma le dico di più: che sia abruzzese non basta. Bisogno uscire dalle barriere del territorio e creare un confronto con il Paese e con artisti e realtà internazionali. Viviamo in un mondo iper connesso, essere campanilisti è anacronistico.

Allargando ancora il campo, è possibile tornare a contare anche tra i grandi teatri di livello nazionale?

Questo è il mio obiettivo. Ma, per essere chiara, le dico che la qualità dell’offerta è un requisito imprescindibile. In Italia esistono piccoli centri di eccellenza, dove c’è un assoluto rigore nella scelta delle stagioni, frutto di una profonda conoscenza e di un profondo amore per il teatro di prosa, per le ibridazioni culturali e per la danza.

Altra contestazione ricorrente, le produzioni autonome che segnano il passo facendo la differenza in negativo. È un ambito su cui fare di più?

Certamente. Ripeto, qualità è sinonimo di credibilità e credibilità di fidelizzazione. A Milano la gente va a teatro perché sa che 9 volte su 10, in realtà come, per esempio, il Franco Parenti o l’Elfo Puccini, per non parlare del Piccolo, assisterà a un bello spettacolo.

Un cartellone misto o due cartelloni, uno comico e uno drammatico, recuperando la tradizione dell’Uovo e, magari, il teatro San Filippo ormai ricostruito?

L’Uovo ha avuto una giusta intuizione, e ha svolto un lavoro davvero importante. Ma mi lasci dire: “Gli abruzzesi hanno bisogno di leggerezza ed è per questo che abbiamo creato un cartellone di comici” è una frase della presidente che mi ha lasciato basita. Primo: gli abruzzesi non sono un unico soggetto pensante, altrimenti scadiamo nel luogo comune. Secondo: gli abruzzesi sono profondi conoscitori del teatro di prosa, la storia del Tsa lo testimonia. Terzo: è compito di chi presiede un ente pubblico puntare alla qualità. Sempre. E poi fare un cartellone con tutto significa tradire il proprio compito, tutto è uguale a niente.



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