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TEATRO: CALENDA, ''COSI' FECI GRANDE LO STABILE''
QUANDO L'AQUILA ERA UNA ''PICCOLA ATENE''

Pubblicazione: 03 giugno 2013 alle ore 14:11

Antonio Calenda
di

L’AQUILA - AbruzzoWeb incontra il maestro Antonio Calenda, regista teatrale prolifico, eclettico, che, negli anni ‘70, agli inizi della sua carriera, ha reso grande il Teatro Stabile dell’Aquila, poi divenuto d’Abruzzo, facendolo diventare punto di riferimento dell’avanguardia e della cultura italiana, persino a livello internazionale.

Nella straordinaria produzione di Calenda anche un film per il cinema, a 29 anni, con la Metro Goldwyn Mayer “Il giorno del furore” (1973) con Oliver Reed e Claudia Cardinale e per la televisione lo sceneggiato “Signora Ava” (1975) dal romanzo di F. Jovine.

Dal 1995 dirige il Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia, di cui ci dice: “Sono andato per starci poco ma poi mi sono radicato perché è diventato anche quello un teatro importante”.

Apprezza tutte le iniziative, come la candidatura a Capitale della cultura 2019 o il network culturale, che possano riportare il capoluogo a essere “una piccola Atene”, come ai suoi tempi.

In città non è più tornato, “troppa sofferenza”, ma la vede in tv: “Il centro lo hanno dimenticato e invece dovevano subito ricostruirlo”.

Cosa ricorda del periodo alla direzione del Teatro Stabile dell’Aquila?

Il mio periodo è stato un periodo glorioso della storia del teatro ma anche dell’Aquila e del Teatro Stabile che nasceva allora. Lì portai il mio gruppo d’avanguardia che agiva a Roma, Piera Degli Esposti, Gigi Proietti. Demmo all’epoca un grande sviluppo perché proponemmo spettacoli di rottura che era la prosecuzione del lavoro che facevamo a Roma, nella cantina dove siamo nati, che si chiamava il Teatro del Centouno. Allora ci volevano tre ore per andare da Roma all’Aquila. La Salaria era tremenda, le donne erano ancora tutte vestite di nero. In quel contesto agimmo con forza, finché piano piano, a causa anche dei mutamenti antropologici, dovuti anche all’autostrada, creammo un rinnovamento d’espressione che valse a far sì che L’Aquila, insieme alle altre concomitanze forti come la Società dei Concerti e l’Accademia di Belle Arti, diventasse, in poco tempo, una grande città di proposta e innovazione. L’Aquila veramente muoveva le acque nel torpore complessivo della nostra società culturale e ci sono stati cinque, sei anni che l’hanno contraddistinta per fervore, novità, mutamenti epocali, da medioevale che era. L’Aquila tornava ad essere una piccola Atene, come lo era stata nella sua antichità.

Quale fu il primo spettacolo rappresentato?

Quando la prima volta andai all’Aquila, per fare il primo spettacolo, mi chiamarono perché il presidente era stranamente diventato il professore con cui mi ero laureato a Roma, in Filosofia del Diritto, discutendo la tesi sull’Orestea. Ero a giurisprudenza ma feci una tesi di teatro perché già amavo il teatro. Si chiamava Antonio Ciarletta, un grande aquilano, filosofo, insegnava Filosofia Morale a Urbino, Filosofia del Diritto a Roma ed era un grande critico teatrale, mi seguiva costantemente e mi invitò a fare un Pirandello. Io feci però “Il dio Kurt” di Moravia che decretò il successo definitivo di Gigi Proietti. In quel momento tutta l’Italia ci guardava: il Piccolo Teatro ci prese, Paolo Grassi fece di noi un esempio a tutto il teatro italiano. Nel corso degli anni abbiamo fatto tante altre esperienze in situazioni sempre spinose, difficili, perché chiaramente era un piccolo teatro, sempre con difficoltà finanziarie terrificanti, in una realtà in cui si doveva lottare con i giganti, i confratelli, i grandi teatri stabili però noi non ci siamo mai scoraggiati, abbiamo fatto stagioni gloriosissime.

Qual è lo spettacolo che ricorda con maggior nostalgia del Tsa?

Quello sulla Passione di Cristo, desunto da un archetipo, da un reperto del Cinquecento di una monaca teatina che aveva scritto questo testo con una lingua pietrosa, molto concreta, di un abruzzese d’alta origine. Io però ne feci uno spettacolo molto sperimentale, in abiti contemporanei. Si svolgeva su di un parallelepipedo, una passerella con gli attori che giravano continuamente, il pubblico era dentro e intorno, e si faceva nelle Chiese, con la grande attrice, Elsa Merlini, una delle grandi ma proprio grandi grandi! La gente si commuoveva, apprezzava. Venne all’estate romana con Niccolini, poi ha fatto pian piano tutta l’Italia, il Cardinal Martini lo vide a Milano, ci fu tutta una serie di grandi ripercussioni finché non facemmo delle tournée nel mondo, in Canada, Australia. “La Passione” è anche un po’ l’emblema del lavoro che ho fatto allo Stabile aquilano, perché è un testo eminentemente abruzzese, della tradizione più raffinata. Chi pensava mai di poter trovare questo reperto e poterne fare un grande spettacolo così significativo?

Come ha appreso la notizia della cittadinanza onoraria che L'Aquila le ha conferito nel 2006?

In Abruzzo sono molto seguito perché ho fatto anche una grande operazione di lavoro sulle scuole. Andavo con i giovani, per i giovani, ho fatto tanti dibattiti, dissodando un terreno aspro però assai fecondo. In seguito, è vero, ho avuto tanti riconoscimenti fino a che, qualche anno fa, mi hanno dato la cittadinanza onoraria. Dopo tanti si sono ricordati, è arrivata dopo molta fatica, e anche dolore perché ad un certo punto, sul più bello, quando pensavo di poter addirittura dedicare la mia vita all’Aquila, venni sostituito improvvisamente tornando dal Canada, avevano messo un altro direttore. Però fui grato loro perché andandomene via, dopo il gran dolore, mi resi autonomo e misi su una produzione che divenne celebre più ancora del Tsa. Insomma sarei rimasto ma poi ho prodotto per conto mio spettacoli fortissimi.

Cosa ne pensa dell’Aquila candidata a Città Europea della cultura del 2019 e della proposta di rilanciarla con un network culturale, scuola di formazione dei Beni culturali d’eccellenza?

L’Aquila è stata una piccola Atene, e credo che tutte le iniziative volte alla cultura nei vari settori darebbe grande significato a tutto che ciò che andrebbe fatto per questa città e che ancora non viene fatto. È una bella idea creare dei corsi di eccellenza che riguardino l’arte perché nei periodi di grande splendore non aveva solo un Teatro Stabile che si distingueva, diverso e dirompente, dove facevamo venire registi come Trionfo, Carmelo Bene. Noi eravamo un po’ il fior fiore delle nuove proposte dell’epoca perché i Teatri Stabili erano molto tradizionali ma in quel momento il fervore era tanto e tale perché c’era anche la Società dei Concerti con un grande mentore che era l’avvocato Nino Carloni, un signore di alta qualità che portava i grandi musicisti. C’era quindi il Teatro Stabile che innovava, una serie di concerti stupendi e in più, in quegli anni, venne fondata l’Accademia di Belle Arti. Io fui coptato come insegnante ma dentro sapete chi ci insegnava? Carmelo Bene, Arbasino, Bussotti per la musica, Ceruli per la scenografia, Scheggi, Castellani, c’era di tutto.

È tornato all’Aquila, ultimamente?

Dopo il terremoto non ci sono più tornato, perché sarebbe stata una grande sofferenza. Ci ho vissuto nove anni, avrei sofferto molto. Io credo che qualsiasi iniziativa volta a far sì che la gente si ricordi che L’Aquila è stata un centro propulsivo, nell’antichità e in epoca recente, a livello di proposta culturale, ben venga perché anche la memoria si disfa, viene meno... Bisogna perpetuare la memoria delle grandi cose che ci sono state. Inoltre ci sono le bellissime basiliche, Collemaggio, San Pietro, in tutte le questa chiese sono andato con “La Passione”, e con “L’Orestea” nei sotterranei del Forte spagnolo. Sono stato un antesignano sull’uso dei siti diversi, integrando il pubblico in maniera singolare. Il centro lo hanno dimenticato e invece dovevano subito ricostruirlo. Il danno aumenta di giorno in giorno. Daremmo tutto l’apporto di cui c’è bisogno.

Una riflessione per i giovani aquilani?

Oggi i giovani aquilani hanno una doppia defiance (sfida, ndr), quella proprio loro e quella del Paese. Il momento è terribile però io penso che essi debbano essere animati da grande desiderio di esserci. La volontà è un momento alto e bisogna fare di tutto per attuarsi attraverso l’espressività, in qualsiasi campo essa sussista. Prima di arrivare all’Aquila, che è stata la prima tappa ufficiale della mia carriera, noi facevamo il teatro d’avanguardia sulla nostra fatica. Io facevo l’avvocato, Diritto Pubblico, alzandomi alle sei del mattino, iniziavo alle otto, finivo alle due e poi andavo subito al teatrino, investendo i soldi che guadagnavo. Così Proietti faceva un po’ di doppiaggio, e Gazzoli, un altro grande del nostro gruppo, Piera la sartina, insomma non guadagnavamo niente ma ci mettevamo la passione. Una grande passione non ti fa sentire il peso dei sacrifici e diventa grande forza. Quindi quello che mi piace dire ai giovani abruzzesi oggi è di investire il mistero che c’è in loro, quello del desiderio di esserci, di fare, di conquistare il mondo e il futuro e ciò si può fare solo a prezzo di grandi sacrifici. So, sento che all’Aquila i sacrifici sono immani, che si aggiungono difficoltà a difficoltà però penso che la sfida possa essere importante e possa valere la candela perché significa poter dare alla città, restituirle ciò che le è stato tolto dal destino, dalle forze avverse della natura. Quando vedo alla televisione ancora il centro storico in quelle condizioni, mi viene profonda rabbia ma invece che rispondere con la rabbia, si può trasformare questo amaro sentimento in voglia di sperare, di esserci.

Che spettacolo le piacerebbe portare ora all’Aquila?

Porterei di nuovo “La Passione”, ancora davanti alla Basilica di San Bernardino o davanti alla Basilica romanica di Santa Maria di Collemaggio. Sarebbe bellissimo farlo in omaggio alla sofferenza della città, che è ancora una città che soffre. La Passione è la parabola più alta sulla metafora del dolore, ebbe grande successo. Io ricordo che ovunque andavamo in Abruzzo, e nel mondo, era veramente uno spettacolo che commuoveva, ho visto gente importante piangere. È uno spettacolo di grande forza espressiva, l’abbiamo rivisitato completamente, ambientandolo nell’Italia, nel mondo della guerra civile, i partigiani e i fascisti. C’è Cristo che è un operaio, che muore con una sventagliata di mitra e la lotta contadina, la realtà molto italiana della guerra, del dopoguerra e questo emozionava tant’è che abbiamo fatto più di 500 repliche nel corso degli anni. L’ho poi ripreso a Trieste e abbiamo fatto un’altra bellissima tournèe. Quindi “La Passione”, su questo testo abruzzese del Cinquecento, rimane una pietra miliare in questo percorso, anche se ho fatto poi altri spettacoli molto significativi che ancora si ricordano. “La Passione” mi piacerebbe riproporla.

Tutti gli spettacoli di Antonio Calenda al Teatro Stabile d’Abruzzo:

“Il dio Kurt” di Moravia con Gigi Proietti ed Alida Valli
“Operetta” di Witold Gombrowicz con Gigi Proietti
“Il coriolano” di William Shakespeare con Gigi Proietti, Mario Scaccia
“L’Orestea” di William Shakespeare
“A piacer vostro” di William Shakespeare
“Riccardo III” di William Shakespeare con Glauco Mauri
“La Passione” con Elsa Merlini e poi con Pupella Maggio
“La Madre” di Bertold Brecht con Pupella Maggio

CINEBISCOTTINO


da “Il visitatore” di Eric-Emmanuel Schmitt (Stagione teatrale: 1995 - 1996 ) Regia di Antonio Calenda, con Turi Ferro, Kim Rossi Stuart

http://www.youtube.com/watch?v=VEaAYjpY7K8&list=PLF5068E15107CA2E6



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