IN 48 PAGINE IL GIP SPIEGA GLI ARRESTI AI DOMICILIARI DI TANCREDI E PLACIDI
LA STEDA SPREMUTA CON CONSULENZE PER AVERE LAVORI; IL RUOLO DI RIGA

TANGENTI L'AQUILA: ORDINANZA AI RAGGI X
SOLDI NELLA GRAPPA, MAP COME MAZZETTE

Pubblicazione: 09 gennaio 2014 alle ore 08:00

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L’AQUILA - Sono le tangenti del nuovo millennio, quelle portate alla luce dalla nuova inchiesta della procura della Repubblica dell’Aquila sugli appalti post-sisma: quelle che non hanno bisogno della consueta valigetta con i contanti perché sono mascherate da consulenze professionali pagate con fattura, con tanto di “listino prezzi” a seconda del tipo di corruzione effettuata.

Questo si legge nell’ordinanza di 48 pagine con la quale il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, ha disposto gli arresti domiciliari per 4 persone, gli ex assessori Vladimiro Placidi e Pierluigi Tancredi, la stretta collaboratrice di quest’ultimo Daniela Sibilla e l’esponente di una delle ditte coinvolte, la Mercatone Uno, Pasqualino Macera.

Il documento racconta la storia di un imprenditore veneto, Daniele Lago, indagato, titolare della Steda Spa: una ditta veneta che per lavorare nel primo post-terremoto ha corrotto, su suggerimento dei diretti interessati, spremuta come un limone. Una storia come, forse, ce ne sono tante.

Lo stesso imprenditore ricorda che era felice di pagare perché “poteva aprirsi tutta una serie di opportunità di lavoro, anche per questo vedevo un futuro roseo e avevamo aperto un ufficio in città”.

Gabbato, visto che in un caso è dimostrato che gli ostacoli burocratici che incontrava a vincere un appalto si sono sbloccati indipendentemente dalla sua mazzetta che non è mai arrivata al fasullo destinatario, l’allora numero 2 della Protezione civile Bernardo De Bernardinis, ma è stata intascata dal faccendiere Macera che ci si è rifatto la macchina.

Gabbato ancora, Lago, quando nel voler entrare nel succoso piatto da 200 milioni dei lavori ad affidamento diretto dei puntellamenti si vede costretto a foraggiare un doppio canale tangentizio, in apparenza l’uno all’insaputa dell’altro, tanto che la Sibilla viene scambiata per “una veneta” e quindi dipendente Steda da un altro imprenditore.

Non mancano elargizioni creative di denaro contante, alla vecchia maniera ma con formule creative: la già citata valigetta, sì, ma anche “10 mila consegnati nella confezione di grappa” mentre secondo il giudice un malloppo di 200 mila euro è stato consegnato con “5 moduli abitativi provvisori del valore economico di mercato variabile in 40 mila euro ciascuno circa”, non assegnati alle amministrazioni e donati all’arrestato Tancredi come fossero le casette del Monopoli.

Scorrendo il documento si nota come questo si regga per larghissime parti dai racconti dell’imprenditore Lago, che ha “cantato” davanti agli inquirenti e i suoi resoconti vengono ritenuti “genuini e attendibili”, come d’altronde quelli dei suoi collaboratori.

Per il giudice, "Tancredi ha promesso e in parte ha fatto affidare a Lago lavori e in cambio ha ricevuto denaro e altre utilità, coadiuvato da Sibilla e Macera. Allo stesso modo si è comportato Placidi, che ha contribuito a far affidare a Lago i lavori su palazzo Carli e ha promesso altri lavori futuri, ricevendo in cambio denaro".

DALLA FALSA RACCOMANDAZIONE 35 MILA EURO E UN SUV

Il primo caso preso in esame da Gargarella è l’unico con tangenti ‘tradizionali’, in cui ricompare la ventiquattrore piena di soldi che passa di mano in un anonimo hotel.

Tra le 12 partecipanti all’appalto per la costruzione dei moduli abitativi provvisori (Map), la Steda (in raggruppamento temporaneo con Mercatone Uno, rappresentata da Pasquale Macera, e Gas, da Gennaro Angelone) viene ammessa con riserva per carenze “documentali e morali”, tra la sorpresa dell’ufficio gare e in particolare del responsabile Massimo Pietrobon, che viene contattato assieme al titolare Lago proprio dall’arrestato Macera.

“Mi ha detto che con lo 0,2% si può risolvere il problema - spiega Lago agli inquirenti - Compresi subito che si trattava di tangenti [...] Ho riflettuto e ho accettato, anche perché avevo capito che diversamente non avremmo vinto la gara”.

I soldi, dice Macera, sono “per De Bernardinis”. “Avevo capito chiaramente che si trattava di Bernardo De Bernardinis della Protezione civile - prosegue Lago - Chiesi di poter ricevere un segnale sul fatto che quella somma di 60 mila euro fosse andata a buon fine ma non è mai arrivato”.

“Temevo di essere raggirato”, ammette l’imprenditore, e così a garanzia Macera “gli forniva un assegno bancario a sua firma, del controvalore della somma data in contanti”, fa notare il gip. A queste condizioni la consegna avviene, “120 pezzi da 500 euro” in una valigetta di pelle.

Il gip racconta che il 1° luglio “venne valutata e immediatamente superata la riserva”, senza che De Bernardinis avesse mai saputo nulla né fosse intervenuto. Per Gargarella, “dopo aver appreso dell’ammissione della Rti facente capo alla Steda” e “millantando la conoscenza del funzionario”, Macera ha “semplicemente tratto in inganno” l’imprenditore Lago che “non era a conoscenza degli esiti” dell’ammissione della sua azienda.

I quattrini della mazzetta sono stati versati in più tranche dalla moglie di Macera, Giovanna Presutti, per un totale di 35 mila euro accreditati “nel periodo che va dal 17 luglio 2009 al 19 novembre”. Inoltre, prosegue l’ordinanza, con il resto l’arrestato acquista una moto e un’auto. “Notai che viaggiava a bordo di un Range Rover nero mentre prima viaggiava su una Fiat Bravo”, è l’amara considerazione del gabbato Lago.

TANCREDI E GLI “AIUTINI” PAGATI PER CONTRATTO

È ancora Macera a presentare nell’agosto 2009 Tancredi a Lago, “esponente del Pdl locale” che al rappresentante di Mercatone Uno “stava curando l’apertura di una sede all’Aquila”. Per il gip, “Lago vedeva in Tancredi un sicuro punto di riferimento”.

Tutto questo, ovviamente, a un costo. Lo ammette lo stesso Lago, “chiedeva rimborsi spese e percentuali sugli appalti che avrebbe potuto procurarmi”, ma, d’altronde, “sarebbe stato meglio pagare delle somme in favore di una persona che conosceva il territorio e vantava amicizie piuttosto che un dirigente della Steda in trasferta”.

Un rapporto così stretto che diventa perfino formale. Verso la fine del 2009, prosegue Lago, “al fine di giustificare il passaggio di denaro”, viene creata la società Dama Consulting “laddove Da sta per Daniela e Ma per Macera, a indicare la loro compartecipazione nella società. Il regista dell’operazione, però, era Tancredi”.

E la ‘consulenza’, illecita secondo i pm, viene normata addirittura con un contratto: “Un fisso mensile di 7.200 euro, 6 mila + Iva, un compenso del 7% per lavori fino a mezzo milione di euro, un compenso del 3% per lavori ricompresi tra i 5 e i 10 milioni di euro”.

In un passaggio successivo Gargarella fa i conti e spiega che “dal 17 dicembre 2009 al 5 luglio 2010 la Dama Srl ha ricevuto dalla Steda Spa a saldo delle fatture una somma di 43.200 euro”.

Per il gip, Tancredi, in virtù del suo ruolo politico, nell’immediato post-sisma si è posto come “collettore di compensi di imprese in cambio di interferenze per elargizione di lavori”.

“Il tuo Tancredi-Sibilla non ha smesso di operare nell’ambito degli affari post-sisma. Ne è un esempio l’attuale società di cui è legale rappresentante Francesco Tancredi, figlio di Pierluigi, e avente come soci Tancredi e Sibilla, la Dafne Srl, costituita il 26 luglio 2012, avente per oggetto ‘attività di consulenza amministrativa”, conclude.

SINDACI RABBONITI SUI RITARDI MAP

E Tancredi lavora per la Steda con un’opera di “pressione e convincimento su alcuni sindaci durante la fase di consegna dei 950 Map del cui appalto era risultata aggiudicataria”. C’erano infatti “notevoli problematiche a causa dei ritardi di realizzazioni delle opere primarie” che erano “di competenza delle amministrazioni”.

Ma nonostante i ritardi fossero imputabili ai Comuni, Lago ricorda che “pagavamo penali per 470 mila euro al giorno, in caso di ritardo nella consegna dei cantieri”. Ecco perché “l’intervento fu da me richiesto al Tancredi presso i Comuni di Barisciano, Fagnano Alto e Pizzoli al fine di indurli a evitare di intraprendere campagne mediatiche nei nostri confronti o esposti e richieste alla Protezione civile, pur infondate”.

E la strategia tancrediana funziona visto che, rileva sempre Lago, “la Steda non pagò alcuna penale”.

LA PROMESSA NON MANTENUTA DI LAVORI A CASA CICOGNA

Tra gli altri episodi di favoritismi alla Steda in cambio di tangenti, quello, non andato a buon fine, di un immobile di proprietà del vice direttore sanitario della Asl numero 1 Sabrina Cicogna, denominato Consorzio Altomac, incontrata dai protagonisti all’ospedale San Salvatore.

I SOLDI NELLA BOTTIGLIA DI GRAPPA

“Mi venne garantito da Tancredi e Roberto Riga, che credo fosse il vice sindaco dell’Aquila, che avremmo effettuato i lavori”, racconta il titolare di Steda.

Per ottenere i lavori di puntellamento della struttura, Tancredi "avrebbe richiesto al Marcon il pagamento di 30 mila euro in contanti, poiché senza pagare non avrebbero ottenuto l'appalto. Quel denaro, a dire del Marcon Agostino - prosegue l'ordinanza - Tancredi lo avrebbe dovuto consegnare a Riga nell'ambito di un dichiarato do ut des", di qui il nome dell'inchiesta.

Anche se, sottolinea ancora il magistrato, "Marcon riferisce che Riga, nei precedenti incontri, non aveva mai avanzato personalmente richieste di denaro".

Lago anche ammette che “con Riga non ci furono direttamente discorsi di dazioni di pagamento perché Tancredi mi aveva detto che ci avrebbe pensato lui perché il Riga non voleva assolutamente esporsi” ma comunque “in Comune i lavori venivano affidati previo accordo con singoli politici o funzionari”.

Tuttavia, in occasione di un incontro con il vice sindaco dimissionario, che invece si dichiara innocente su tutta la linea, il titolare Steda ricorda che “lamentavo la mancata assegnazione di nuovi appalti, malgrado il pagamento di somme di denaro richieste e date attraverso Tancredi. Lo stesso, confermando che i soldi erano arrivati tramite il Tancredi - prosegue Lago nell’interrogatorio - si disse disponibile a restituirli, in quanto materialmente non avevano determinato nessuna aggiudicazione di appalto”.

IL CONTRIBUTO A LA DESTRA

Inoltre, Tancredi "manifestò a Lago l'opportunità di versare un contributo di 5 mila euro in favore della sezione aquilana del partito politico La Destra, del quale la Cicogna sarebbe stata appartenente", e per il giudice "quella donazione rientrava, indirettamente, nel patto corruttivo che prevedeva l'assegnazione di appalti in cambio di denaro".

Lago ricorda che Tancredi riteneva il contributo “opportuno” e “particolarmente gradito” perché “la dottoressa era un esponente di quel partito”, partito dal quale viene contattato in un incontro con il segretario regionale Luigi D’Eramo che “mi fornì le coordinate bancarie”.

IL CASO DEL RETTORATO DI PALAZZO CARLI

C’è poi il caso dei puntellamenti dello storico palazzo Carli. Tutto nasce da un errore o violazione del Comune dell’Aquila  e in particolare dell’indagato dirigente Mario Di Gregorio: l’affidamento dei lavori di puntellamento a una ditta, la Silva Costruzioni che era “abilitata a effettuare lavorazioni che non superassero i 620 mila euro” in base alle classificazioni Soa.

Per il gip “il Comune avrebbe dovuto affidare i lavori a un’impresa con qualificazione appropriata”, anche perché “la deroga imposta dallo stato d’emergenza” alle normative sugli appalti “non riguardava la qualificazione che le imprese devono possedere”.

A partire da questo, per il giudice Di Gregorio “avrebbe informato Cesare Silva della necessità di costituire una associazione temporanea d’imprese (Ati) poiché la loro non poteva effettuare lavori che eccedessero le somme previste”.

“Mi venne riferito che non avrei dovuto interrompere i lavori, ma che avrei dovuto comunque trovare un’impresa”, spiega l’imprenditore Silva e invece, rileva il giudice, una volta accertato l’errore sulle soglie “Di Gregorio avrebbe dovuto, in virtù dell’obbligo di vigilanza, interrompere i lavori e procedere” a un appalto tradizionale.

Come direttore del Consorzio beni culturali e prima di diventare assessore, Placidi propone “all’amministratore della Steda di entrare nell’appalto di palazzo Carli”, mentre il dipendente Agostino Marcon, braccio operativo di Lago nel capoluogo, ricorda di aver sentito da Tancredi di aver “favorito l’ingresso della Steda nei puntellamenti” e “nella costituzione dell’Ati con la Silva Costruzioni”.

Per il giudice, Placidi agiva per "interessi esclusivamente legati a un tornaconto personale e, di riflesso, di tutto il gruppo Tancredi”. La costituzione dell’associazione di imprese avviene “in tempi rapidi” con il ruolo della Sibilla “determinante nella conclusione”.

L’intervento nell’appalto costa caro a Steda, come rileva Lago: “Tecnicamente la Steda offriva un ‘avvalimento’ per il quale, normalmente, sono riconosciute percentuali del 2 o 3%. Invece nel caso in questione, con mio stupore, la percentuale era di molto superiore, pari al 15%”.

LA “PARCELLA” PER PLACIDI, 80 MILA EURO CON FINTI PROGETTI

L’intervento di Placidi, “un personaggio influente utile per il futuro” come lo definisce la Sibilla nelle parole di Lago, costa caro, “con la Sibilla valutammo che il riconoscimento della somma di 20 mila euro potesse essere congruo”, ricorda l’imprenditore di Bassano.

Placidi “riconobbe la somma soddisfacente” ma “mi espresse la necessità di disporre di denaro contante”, Lago però spiega di non avere “denaro in nero”. “Lui mi disse che si sarebbe potuta trovare una soluzione”, ovvero una “prestazione professionale non direttamente facente capo a lui, considerato il suo ruolo istituzionale”, ma “riconducibile alla società Proges Srl di cui era titolare”.

Lago propone “per dare una parvenza di regolarità” di “simulare la realizzazione di concept architettonici per map a due piani” che “io gli avrei pagato dietro fattura” e così “stipulammo un contratto”. La ‘parcella’ si allarga: alla Proges vengono affidati finti progetti per realizzare map da 40 metri quadrati (20 mila euro), 50 (altri 25 mila) e 70 (28 mila), per un totale di 78 mila euro, per Gargarella “il prezzo della corruzione”.

L’APPROPRIAZIONE INDEBITA DEI SAL DI SILVA

Tra gli aspetti collaterali al grande pentolone della corruzione, l’appropriazione indebita contestata all’onnipresente Lago, al già citato dirigente Di Gregorio e all’indagato Fabrizio Menestò, ingegnere di Perugia, all’epoca dei fatti direttore e progettista dei lavori per le opere provvisionali di messa in sicurezza di palazzo Carli.

Secondo il giudice Lago si è appropriato “della somma di 1.268.714,00 relativa al pagamento dei lavori di cui al terzo stato di avanzamento, anche previa contraffazione della documentazione contabile, trasferendola presso la Banca popolare di Verona a seguito di cessione del credito effettuato da Steda Spa all’istituto”.

E invece “i lavori relativi al terzo Sal erano stati interamente eseguiti dalla Silva Costruzioni in data precedente rispetto a quella attestata nella contabilità e comunque precedente alla stipula dell’atto di associazione temporanea di imprese tra Steda Spa e Silva Costruzioni Srl”.

Il piccolo costruttore aquilano ha sporto denuncia contro la Steda, e per ammissione degli inquirenti da qui si è scatenata l’inchiesta intera. Cesare Silva ricorda che Lago “si era impegnato a fare gratis il palazzetto dello Sport sito in viale della Croce Rossa ma poi è andato tutto a monte perché hanno arrestato una di queste persone”. A oggi i lavori non sono mai partiti.

LE CONCLUSIONI: “15 GIORNI DI ARRESTI IN CASA”

Per Gargarella, "si manifesta con chiarezza sia nel caso del Tancredi che in quello del Placidi come siano state versate somme in denaro per il ruolo che essi ebbero per l'affidamento di lavori post sisma; è altresì emerso con chiarezza il ruolo della Sibilla e del Macera di supporto al Tancredi".

Quanto alle dichiarazioni di Lago, cardine dell'inchiesta, "hanno trovato conferma documentale e nell'attività di intercettazione".

"Vista l'emergenza post sisma, non vi era necessità di esperire gare; ma ciò ovviamente non vuol dire che vi potesse essere arbitrio, o che i lavori potessero essere affidati ad amici, conoscenti o peggio ancora previa dazione di denaro", sbotta il giudice.

Ecco perché, dopo aver ravvisato “il concreto pericolo per la genuina acquisizione delle prove” nonché la “dedizione costante ad attività predatoria” degli indagati e, quindi, “la certezza della reiterazione di reati della stessa specie”, sebbene "il tempo trascorso ha attenuato le esigenze cautelari", il giudice per le indagini preliminari dispone “l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari presso le loro abitazioni per la durata di 15 giorni a decorrere dal giorno dell’esecuzione”.



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